Valle del Giovenco: strategia dell’abbandono

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A metà dello scorso settembre, nel ridente centro di Aielli, si è tenuto un interessante incontro icasticamente consacrato al tema «Marsica Est: il futuro che verrà», che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del nutrito gruppo di amministratori che regge i vari centri nei quali disgraziatamente il territorio della Valle del Giovenco è ancora insensatamente frazionato, oggi esattamente come due secoli fa (gli ultimi che fecero qualcosa di innovativo in tema di circoscrizioni amministrative sono stati i francesi: e con ciò abbiamo detto molto).

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Lo stimolo per l’evento aiellese, crediamo, sia nato da una sollecitazione del sindaco di Collarmele, Mostacci, che negli ultimi giorni dell’estate di fuoco da noi vissuta, consapevole che – ove la siccità si fosse protratta per altre settantadue ore – la lingua di fuoco che ha avvolto mezzo Abruzzo sarebbe arrivata da noi, e avrebbe incenerito non solo le montagne ma anche i paesi, lanciò l’idea di una protezione civile di territorio, crediamo a scarico di coscienza, come quando di fronte ad una prova del destino i bestemmiatori impenitenti promettono di redimersi, salvo poi tornare, scansato il pericolo, alla blasfemia solita. Ed è finita, naturalmente, allo stesso modo, non potendosi neppure prendere in considerazione quelle poche e scarse elucubrazioni partorite in quel di Aielli in tema di “protezione civile intercomunale” (elucubrazioni che hanno avuto l’unico risultato di confermarci nell’idea che ci sia gente, in certi municipi, che letteralmente improvvisa, mostrando di sconoscere financo la cornice elementare dell’ordinamento giuridico nella quale opera) che non condurranno a nulla, se non a quella bizzarra app per il telefonino annunziata dallo stesso sindaco di Collarmele (con la quale si potrà apprendere in tempo reale la notizia della disgrazia che, Dio non voglia, ci colpirà o ci ha appena colpiti / non esattamente prevenzione, crediamo, ma società dello spettacolo nella sua forma più atroce).

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Il futuro che verrà, dunque. Uditi gli interventi succedutisi e condensatane la sostanza – sgrossando cioè da cotanta maratona oratoria le puerili manifestazioni di vanagloria, i velleitarismi comico-tardonapoleonici, le ipocrisie e le riserve mentali: ovvero buona porzione del tutto – crediamo di poter affermare che se il futuro di questa porzione d’Abruzzo è quello annunziato (o solo abbozzato) da un simile convegno sarà bene provvedano tosto, quei pochi giovani che ancora non lo abbiano fatto o non lo pensino, a mettere qualcosa di essenziale in valigia e mettere più chilometri possibili tra il proprio cervello e il proprio corpo e questi sfortunati luoghi.

La preoccupazione che ha informato l’intera discussione consumatasi ad Aielli – eccezion fatta per le sobrie parole di pochi, poco ascoltate e peggio tollerate – è stata quella di provvedere ad esorcizzare, in un profano rito collettivo, la parola «fusione». Inteso e coniugato, questo termine, quale idea, che comincia a fare breccia nella popolazione superstite (di qui, forse, l’atteggiamento propiziatorio contrario di questa classe dirigente) che la Valle del Giovenco potrà aspirare a conservare i servizi basilari atti a consentire a degli esseri umani di dimorarvi stabilmente, solo unendo i dieci municipi che la compongono, per formare un unico Comune in grado di dotarsi di quei mezzi che molti dei paesi oggi non possono avere (e che mai avranno, nell’isolamento). Solo con le strutture, e con i mezzi per calarle sul terreno, vengono i servizi. Quei servizi oggi drammaticamente assenti da questo lembo di terra, dalla sanità ai servizi sociali, per tacere dell’istruzione pubblica (portata avanti, quest’ultima, in strutture che, quasi sempre pericolose, risultano del tutto inadeguate per una didattica passabile, fatto salvo l’impegno di chi opera nella scuola).

Grandi e collettivi rimpianti abbiamo udito – dalla registrazione – per i passati democristianissimi (e/o comunistissimi) trasferimenti dello Stato, sebbene, a guardare bene gli stessi, più che «tempi di vacche grasse» abbiano prodotto, nei decenni scorsi, molto spreco, parcellizzazione di risorse (che accozzate insieme avrebbero forse consentito di fare le cose in modo migliore [es.: zone artigianali]) e, quindi, pochissime infrastrutture degne di essere considerate tali, e di utilità corrente per le popolazioni. La qual cosa non depone favorevolmente sulla capacità di analisi di molti dei politici che operano sul terreno (la circostanza che siano stati scelti ed eletti non diminuisce la sostanza; piuttosto la incrementa), che sembrano parlare come se avessero intorno la Borgogna mentre la realtà ci dice che la nostra è una zona residuale e dalle dinamiche derivative, economicamente e culturalmente depressa in sommo grado.

Nondimeno, gli interventi che si sono succeduti si sono diffusi in un peana per il processo di associazione delle funzioni tra gli enti che, quando non prescritto coattivamente dal cattivissimo Stato centrale, ha dato, da noi, che non abbiamo una disposizione al ragionamento collettivo, una prova pessima quando non apertamente deteriore. Infatti, da quando, quasi quattro lustri fa, da Roma decisero che era ora di fare qualcosa al riguardo, e cacciare qualche danaro (subito finito, diciamo tra il 1999 ed il 2003), dal mettere insieme dei compiti lasciando dieci consigli comunali diversi è derivato solo un notevole spreco di risorse e di tempo [es.: corpi di polizia municipali a macchia di leopardo].

Niente «fughe in avanti» (Tedeschi) quindi, «la fusione non è un obiettivo necessario» (Nucci).

Peccato che in tal modo si stiano letteralmente gettando dalla finestra le risorse messe a disposizione dal vituperato Stato e dalla vituperata Regione per la riduzione dei tributi locali e l’implementazione e il miglioramento dei servizi erogati, insieme a tutti gli altri benefici – si pensi alla sola uscita dal patto di stabilità – che accompagnano il processo di fusione. Di questi benefici abbiamo riscontrato una certa ritrosia a parlarne, da parte dei nostri grandi amministratori del Territorio, forse perché li sconoscono (e sarebbe cosa grave) ma più probabilmente nel timore che qualcuno, comprendendo di cosa si stia parlando, non gli chieda la ragione per la quale vanno cianciando pietosamente d’altro, tentando di elemosinare altrove risorse che in realtà sarebbero già disponibili, a condizione di eliminare qualche poltrona di assessore e di consigliere comunale (tocchiamo solo di sfuggita l’argomento di quale beneficio trarrebbe la discussione politica, in seno ad un consiglio comunale espressione di tutta la Valle del Giovenco).

Una vera disdetta che le «piccole prassi» e le «piccole attività» evocate nel dibattito (Gianfranco Tedeschi) da chi vuole troncare e sopire ogni velleità di unione amministrativa, bene riassumano il concetto che molti hanno della situazione, del drammatico stato delle cose: sembra quasi di sognare quando si ode che tra queste azioni lo stesso sindaco di Cerchio faccia l’esempio dell’uniformare la segnaletica, per avere tutti gli stessi cartelli di benvenuto: ma è tutto vero: ragionano proprio così.

Si sorvola sull’entusiasmo per il «piccolo è bello e sostenibile» della consorteria di Borghi autentici (quasi che quelli più grandi di borghi fossero inautentici, o falsi, la qual costituisce, evidentemente, una ben strana deviazione mentale) e sull’autentica esaltazione per la cosiddetta legge Realacci, proprio in quei giorni in dirittura d’arrivo. Una norma, quest’ultima, con la quale un fondo strutturale di pochi danari (cento milioni in dieci anni) dovrebbe, attraverso un piano nazionale la cui redazione risulterà evidentemente impossibile, consentire, nei circa cinquemila comuni dello Stato alla quale detta legge si indirizza, il recupero dei centri storici (le zone di particolare pregio, vorremmo ben vedere!), «di acquisire e riqualificare immobili per contrastare l’abbandono di terreni e di edifici, di acquisire o stipulare intese per il recupero di case cantoniere e di stazioni ferroviarie non più utilizzate», di stipulare «convenzioni per la salvaguardia e il recupero dei beni culturali, storici, artistici e librari degli enti ecclesiastici o degli enti delle confessioni religiose civilmente riconosciuti» (aspetta che li mollino!), la banda ultralarga, la rete telematica per pagare i tributi (che a pagare bisogna pagare, sempre), la promozione del consumo e la commercializzazione dei prodotti agroalimentari provenienti da filiera corta o a chilometro utile, la progressiva digitalizzazione delle attività didattiche e amministrative, ecc.. Di tutto e di più. Persino la vendita dei quotidiani e il girare i film. Noi modestamente pensiamo che solo degli incoscienti possano plaudire alle previsioni di una simile legge (che nel migliore dei casi consentirà di utilizzare il telefonino mentre passeggeremo in abitati con le piante fuoruscite dai tetti delle case, o di pagare l’accatastamento di un rudere con postemobile). I Nostri sono tra i pochi a mostrare di crederci, alla Realacci, pur di non studiare come tradurre in fatti quel che la strategia delle aree interne già gli permetterebbe, a condizione che almeno dicano a Roma cosa intendano realizzare, in materia di trasporti, tutela sociale, ecc.. Anni spesi a ramazzare da soli le strade, aggiustare tetti con tutta la giunta, spargere pozzolana su campi di calcio infami, fare da comitato feste al municipio, pur di non progettare i servizi. Lecito sospettare non siano proprio in grado di passare oltre.

Tutta questa mancanza di visione del futuro nella Valle del Giovenco deve essere comunque giustificata, coperta da una fratta di motivazioni nobili, accettabili: infuria così quello che uno dei più grandi studiosi del secolo scorso avrebbe rubricato quale «narcisismo delle piccole differenze», un far valere il nulla di bottega del particulare, il richiamarsi ad inesistenti tradizioni e a storie che – ammesso siano mai esistite in quanto tali – non si conoscono o si mistificano apertamente, equivocando il medioevo per la sceneggiatura dell’Armata Brancaleone. Un repertorio autoconsolatorio di basso profilo, all’ombra del proprio povero gonfalone, nel mentre ci si guarda intorno e si assiste alla lenta sfioritura di tanti centri e alla loro inesorabile trasformazione in tante piccole Sperone.

Un perspicace osservatore (Leonardo Animali), che sta vivendo lo stesso fenomeno nelle Marche, ha dato a tutto ciò l’etichetta complessiva di strategia dell’abbandono; non ci consola il fatto che riguardi tutti gli Appennini. Ci dovrebbe preoccupare ulteriormente, la circostanza, anche perché risultiamo oggettivamente tra gli ultimi anche tra gli ultimi.

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Tratto daIl Martello del Fucino 2017-9

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[…] “infine, ma non ultimi, spesso i fiancheggiatori della strategia dell’abbandono sono gli stessi abitanti dell’Appennino, quelli che pensano a fregarsi l’uno con l’altro, a ingraziarsi qualche amministratore locale in cambio dell’aumento di una cubatura, quelli che rigettano qualsiasi stimolo, quelli che Franco Arminio definisce “gli scoraggiatori militanti”, i più pericolosi. Caratteristiche che non riguardano una fascia anagrafica o un genere, ma che sono, per così dire, trasversali.” […]
[ Tratto da: Così il terremoto ha ridato linfa alla strategia dell’abbandono/ Leonardo Animali ]

 

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