Valle del Giovenco. Scuole (e tutto quello che c’è e vi sarà intorno) Tra venticinque anni

Sul palco del Piccolo teatro di Milano, per parlare del dopo Expo, Renzi a un certo punto ha estratto alcuni oggetti ‘d’epoca’ per sfidare la platea a pensare in grande: prima con uno dei primi cellulari di grosse dimensioni anni ‘90 e poi una volume de ‘Il Quindici’, vecchia enciclopedia per bambini. Per immaginare l’Italia dei prossimi 20 anni, Renzi ha quindi chiesto alla classe dirigente milanese di guardare a quelli passati, di “puntare il compasso sul 2015 e tracciare una linea fino al 1990”. “Il presidente del Consiglio era Andreotti e il riferimento sportivo Totò Schillaci – ha sottolineato Renzi con un sorriso -. Se volevate telefonare avevate uno strumento come questo, uno dei vecchi 337. E se dovevate fare una ricerca, non c’era Google ma uno di questi, il Quindici. Era un mondo totalmente diverso, 25 anni fa. C’era anche un certo fascino ad aspettare il postino che portava una lettera. Ora tutto è cambiato” (ANSA / 10 novembre 2015)

L’attuale presidente del Consiglio italiano – che in quanto a strategie comunicative e semplificazioni ha poco da imparare e, piuttosto, parecchio da insegnare – l’altro giorno, per una volta, ci è piaciuto. Immersi in quella che è la quarta rivoluzione industriale, ci siamo trovati a riflettere, per quel poco che riusciamo, su quanto, nella vita quotidiana, poco ci si interroghi sulle dinamiche che governeranno il futuro delle nostre comunità, e su come le stesse dinamiche, in un periodo temporale assai breve, abbiano già grandemente modificato il nostro modo di essere e di considerarci, come singoli e come collettività, più trasportandoci che accompagnandoci.
Da tempo andiamo modestamente propalando, tra le tante ovvietà e le diverse fesserie con le quali inchiostriamo il foglio che avete in mano (giornale che nulla costa ai nostri lettori se non in termini di sopportazione e tolleranza), l’amenità che

«[…] l’illusione – sambenedettese ma anche pescinese – è quella che si possa continuare ad essere un piccolo mondo antico, e che quel che si ha resterà, e che certe cose e conquiste sono intangibili, ecc.. Nel ventunesimo secolo ciò non è purtroppo pensabile. Senza scomodare concetti complessi quali la surmodernità, certo non si può continuare a rimanere nello schema dell’Ottocento di Ippoliti, o a quello novecentesco di Nelio Cerasani e del professor Simboli e del maestro Caniglia (e poi: Buzz’cone…) […]» [Il Martello del Fucino, 2015-8]

per sottolineare, a prescindere da quel frangente particolare, nel quale si affrontava la prospettiva della fusione dei municipi, come a noi difettino, a livello pubblico e collettivo, delle serie analisi su cosa ci attenda, e su come, di conseguenza, occorra (occorrerebbe) provvedersi.
L’elaborazione culturale che dovrebbe consentire di decrittare ed interpretare anche i segni più difficili e complicati della nostra realtà di comprensorio stenta a decollare (e non può essere certo sostituita da surrogati quali gli improbabili masterplan partoriti dai vari “Progetti Marsica” o da enti burocratici e parassitari) ed anche i fenomeni di più facile comprensione – quelli cioè che ad inizio di quest’anno abbiamo compendiato e rubricato in un chilometrico sermone ribattezzato “speronizzazione” – paiono, per molti attori pubblici e privati, avvenire altrove, e non da noi. In una parola, parrebbero non interessare. Se non fosse che poi la realtà presenta comunque il conto, sotto forma di impoverimento, emigrazione, depauperamento ambientale e sfilacciamento della vita civile. Ignorare non pare un grande rimedio. Non, almeno, un rimedio pubblico (può farlo il singolo, chiuso in cantina, nella stalla o nel proprio soggiorno: non la Politica).
La pesante situazione vissuta dagli antichi tre Abruzzi è sotto gli occhi di tutti: la vicenda di Ombrina, pochi giorni or sono, ha ribadito il fatto che quella della intera nostra regione è una realtà ormai periferica, di scarso peso demografico e di quasi nulla influenza politica sulle opzioni e nei palazzi romani. Ancor più, se questa cosa del petrolio è stata possibile sulla Costa, un ceto politico ragionevole dovrebbe interrogarsi e preoccuparsi su cosa potrebbe avvenire nell’entroterra abruzzese, che di forza ne ha, di propria, molto meno di Pescara, ed è già storicamente vocato, come territorio, al compito di “distretto energetico-minerario” (altro lemma adottato non a caso da questo foglio molti anni or sono) e di già ben avviato su questa pessima strada. Non occorrono sociologhi ed economisti: basta affacciarsi per strada ed osservare il traffico di quali mezzi occupi le nostre vie di comunicazione. Basta pensare all’inceneritore PowerCrop.
L’amministratore – e chi agisce comunque nella sfera pubblica – ha sì problemi contingenti e sempre più stringenti per mandare innanzi l’esistente e salvare il salvabile (e che più la crisi s’avanza e più si aggravano: un cane che si morde la coda); dovrebbe però, per assolvere al meglio il proprio compito, anche porsi la questione della visione del futuro, ossia di come, fatte salve le mille peripezie che le curve della Storia sempre nascondono, ci si può attendere che, nel medio periodo, evolva il nostro pezzo di mondo, il paese, il circondario. Insomma: l’aspetto e la sostanza che incarneremo in una-due generazioni (si glissa sulle analisi di più grande gittata giacché un noto economista osservò, a ragione, che nel lungo periodo saremo tutti morti, e che bene possono, dunque, lasciarsi ai filosofi).
La questione che ci siamo posti e che vorremmo ora brevemente trattare si colloca esattamente in questa prospettiva e si sostanzia nel puntare il compasso [vi sarà un che di massonico?] evocato da Matteo Renzi verso i prossimi venti-venticinque anni e chiedersi: quali saranno le scuole che frequenteranno i figli di coloro che oggi, come si diceva un tempo, sono nel pensiero degli angeli, o in fasce o all’asilo?
Per dare una risposta verosimile al ponderoso quesito, è essenziale chiedersi cosa ci sarà intorno alle scuole, tra quattro-cinque lustri. Più persone di quante (non) ce ne siano oggi? Difficile. Dedite alle stesse attività odierne, nelle stesse forme? Impensabile. E bisognose di quale offerta formativa per i propri figli, per reggere un passo che è divenuto universale e spietato? Migliore di quella odierna, va da sé. E poi?
Senza scendere in previsioni su quel che di complesso verrà, e fuori da ogni esercizio di immaginazione (che non ci sentiremmo onestamente di svolgere), confessiamo di non avere ben comprese le molte polemiche innescatesi alla notizia dell’adozione della delibera 8 ottobre 2015 (n. 825). Delibera con la quale la  giunta regionale d’Abruzzo ha segnalato al Ministero dell’Istruzione le (cinque) manifestazioni di interesse prodotte dagli enti locali del territorio volte a concorrere per ottenere la realizzazione di uno o più dei trenta edifici [scolastici] che saranno costruiti dal Ministero «seguendo progetti innovativi da un punto di vista architettonico, dell’impiantistica, della tecnologia, dell’efficienza energetica, della sicurezza antisismica e strutturale». Si è fatta una colpa al consigliere regionale Di Nicola di aver brigato per far immettere la proposta di un campus a Collarmele tra quelle che potranno concorrere a Roma, includendo (anche) comuni che non erano stati coinvolti “preventivamente”. Ricordiamo: un «campus scolastico innovativo che contempli la presenza dei vari gradi di istruzione scolastica [con] bacino territoriale di utenza […] identificato dal territorio di competenza della ex Comunità Montana Valle del Giovenco […] un territorio composto da 10 Comuni e varie frazioni in cui risiedono attualmente oltre 20.000 cittadini». Di qui un grandissimo bailamme di distinguo, di riunioni caotiche, di posizioni francamente inintelligibili del tutto slegate dall’obiettivo che tale candidatura teoricamente si propone[va], ossia quello di andare a propugnare un intervento in grado di racchiudere, in un futuro non troppo vicino – leggiamo nella scheda dell’intervento, che a questo punto è quasi compromesso – «vari gradi di istruzione scolastica, dall’infanzia alla scuola media inferiore», al fine di «combattere il fenomeno delle pluriclassi» e di perseguire «vantaggi dal punto di vista didattico, di coesione territoriale, di economicità della gestione e non da ultimo di sicurezza, considerato l’elevato grado di rischio sismico del territorio». Non esattamente un calcio negli stinchi. Nella lettera del presidente D’Alfonso a Roma si legge, in suffragio del campus di Collarmele (piazzato al secondo posto tra le priorità segnalate, dunque in una posizione potenzialmente idonea a vedere la luce), che «alcuni comuni [della Valle del Giovenco] sono privi di strutture scolastiche, in altri sono presenti strutture vecchie e inadeguate che potranno essere dismesse in favore del nuovo complesso che si andrà a costruire nel rispetto delle più innovative tecniche sulla sicurezza e sul risparmio energetico e che potrà offrire spazi e servizi consoni alle esigenze di una didattica sempre più avanzata e omnicomprensiva». Non ci pare siano stupidaggini, o considerazioni prive di pregio. Tutt’altro. Eppure si è innescata una polemica di scarso momento, dove a farla da padrona sono state le considerazioni sulla vicinanza/lontananza del nuovo futuribile campus rispetto agli attuali plessi scolastici in uso. A nostro modesto giudizio: una becera discussione innescata dal quel “male pubblico” che ormai ci ha contagiati, che ci è parsa più diretta a stigmatizzare la figura del consigliere regionale in carica che ad altro di utile per un discorso collettivo (ci viene qui in soccorso Leopardi: «una società stretta non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo»). Ma non è su questo che vogliamo fissare la nostra attenzione e dunque, unendoci alla lunga sequela di interventi liquidatori del campus e della relativa delibera (si è giunti a definire “famigerato” questo, ed addirittura “illegittima” quella) diciamo anche noi che l’avvocato Maurizio Di Nicola – che ha osato immaginare una realizzazione del genere invece di spendere il proprio tempo per ottenere qualche incarico per gli amici – è un solenne cretino arrogante (così sgomberiamo il campo da questioni di tifo amicizia affiliazione) e passiamo a considerare l’argomento dall’altro verso, che ci preme maggiormente.
Appena conquistato il municipio, nell’anno 1956, la maggioranza democristiana di San Benedetto dei Marsi mise mano ad un pro-memoria da indirizzare al prefetto e all’onorevole Lorenzo Natali. Alla voce “edificio scolastico” si legge:

Esiste un edificio scolastico di appena 8 aule (5 esistenti e 3 costruite recentemente dal Genio Civile), mentre la popolazione scolastica è di circa 700 alunni con 18 insegnanti. – I maestri sono costretti a fare un triplice turno di orario con ore di lezione ridotte e frazionate, che praticamente si riducono a nulla ed è facile immaginare con quale vantaggio per l’educazione elementare. – La scaduta amministrazione fece redigere un progetto per la costruzione di un nuovo edificio di 10 aule, il cui importo, aggiornato, si aggira sui 30.000.000 milioni. – Il progetto venne approvato dal Consiglio Comunale ed inviato alle competenti autorità.

La descrizione bene disegna quale fosse la situazione in una zona, la Marsica orientale, duramente funestata dal terremoto del 13 gennaio 1915, evento che aveva interferito, ancor più per località di sviluppo recente quale San Benedetto, su altre criticità socio-economiche (molte delle quali ancor oggi osservabili, ad un occhio equanime). Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti del Giovenco e la situazione è decisamente migliorata, sebbene non con la velocità che lo stesso memorandum sopra riportato auspicava e prefigurava. Per i venticinque anni successivi alle parole dell’avvocato Ottavi (Arcangelo) saranno infatti più le sistemazioni provvisorie ad informare la vita degli studenti del paese, che dovranno attendere quasi tre lustri perché si ponga mano alla prima parte della costruzione delle scuole elementari di via Fucino, ed altri dieci anni per le medie per come oggi le conosciamo (via San Cipriano). Appena migliore la situazione a Pescina – a scorrere le carte d’archivio sorge il sospetto che due realtà deboli, Pescina e San Benedetto, ove fossero rimaste unite, avrebbero potuto forse fare e ottenere di più, anche coordinando interventi i quali, slegati, appaiono piuttosto estemporanei – dove la De Giorgio e  la Valente, hanno costituito, sin dall’epoca fascista, e praticamente sino ai giorni nostri le sedi delle scuole, solo integrate dall’intervento della nuova scuola media [quest’ultima, realizzata a partire dagli anni Sessanta con tanto di polemica sulla sua localizzazione].

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Il tempo delle cosiddette “vacche grasse”, che ci ha portato in dote strutture dal cemento magro tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, si è definitivamente chiuso, e da allora nessun intervento di rilievo – se non qualche aggiustamento seguito ai terremoti del 1984 e del 2009 – è sopravvenuto. Gli studenti di Pescina e di San Benedetto dei Marsi sono ancora ospitati in strutture di concezione vecchia, realizzate in un’epoca ormai tramontata, in diversi casi quando la normativa, seppure riferita alle aree sismiche di massimo rischio, non prevedeva neppure il collaudo statico.

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La sollecitudine governativa, in tempi di magra, seguita al recente sisma dell’Aquila, per far realizzare scuole in sicurezza nella nostra zona, dovrebbe suggerire qualcosa. Per quanto non scevra da aspetti patologici, la demolizione coatta del liceo scientifico di Avezzano come quello della chiusura di molte altre strutture in tutta la Marsica sono fatti che attestano l’esistenza di una gravissima questione. L’idea del campus di Collarmele e la sua declinazione (che sembra esser stata dettata da una grande fretta; fretta che potrebbe aver impedito la condivisione) giustificano molte riserve e persino le interpellanze di nove pagine (mica cazzi!) del grillino (già aennino) Ranieri e le querimonie strumentali di politicanti vari e assortiti; pure, qualcuno deve spiegarci come si possa non porsi il problema delle strutture scolastiche, e sostenere che basterà manutendere quelle esistenti, e che non occorre dunque altro (questo affermato da movimenti che si pretendono nuovi, e fanno della modernità e di internet i loro vessilli). Ma realmente immaginiamo, allargando il compasso di Renzi, che nel 2035 si potrà anche solo concepire di mandare gli studenti delle scuole dell’obbligo dietro la Chiusa a Pescina o a via Fucino a San Benedetto? Questa è l’idea che i genitori hanno in serbo per la formazione delle nostre future generazioni? A meno che non intervenga una guerra mondiale, l’idea ci pare impossibile, irricevibile…. E l’odio (politico) per il Di Nicola non può giustificare che si vada in giro a raccogliere firme per esplicitare simili propositi suicidi.
A San Benedetto dei Marsi la plastica visione di questa immanente emergenza sismica è rappresentata dal plesso delle scuole medie Marruvium di San Cipriano, sfortunato assemblaggio di più elementi realizzato con grande fatica tra il 1979 ed il 1990, chiuso all’indomani del 6 aprile 2009 e (fortunatamente) non più riaperto. E’ un manufatto di nessun pregio (vi si respira, con tutto il rispetto, l’odore della peggiore e malriuscita edilizia da socialismo reale), che meriterebbe una subitanea demolizione, a prescindere. I tecnici che all’indomani del disastro aquilano, e precisamente il 17 aprile 2009, vi hanno fatto ingresso per redigere le famose schede Aedes (con rilievi solo a vista, senza condurre cioè approfondimenti tecnici) hanno pronunziato il seguente verdetto:
EDIFICIO INAGIBILE
IN TUTTE LE SUE PORZIONI:
– PLESSO SCOLASTICO
– PALESTRA
– CENTRO POLIFUNZIONALE

Stop.
Nella «perizia tecnica dei danni subìti dal plesso scolastico Marruvium connessi al sisma del 06/04/2009» redatta dall’ufficio tecnico comunale di San Benedetto nel giugno 2013 leggiamo tra le altre cose:

[…] In data 25/08/2009 questo Ente ha dato incarico alla società “T.H.E.MA. s.r.l.” di Bologna di verificare lo stato di dissesto strutturale del plesso scolastico de quo a seguito del sisma del 06/04/2009.
In data 16/12/2009, con prot. 7220, tale società ha rimesso a questo Ente i risultati delle indagini svolte, rilevando che lo stato attuale del fabbricato è conseguenza di una sovrapposizione degli effetti dinamici dell’azione sismica del 06/04/2009 con il contesto strutturale del plesso scolastico deteriorato per ragioni dovute alla vetustà e qualità dei materiali.
In sintesi le criticità individuate nel plesso scolastico […] dalla società “T.H.E.MA. s.r.l.”, a seguito dell’evento sismico del 06/04/2009, sono:
1) Mancata funzionalità dei giunti strutturali;
2) Lesioni presenti in corrispondenza dei giunti e di alcuni elementi afferenti;
3) Attendibile mancata corrispondenza delle caratteristiche meccaniche attuali dei calcestruzzi con le prescrizioni di progetto.
In particolare la società “T.H.E.MA. s.r.l.” ha rilevato che: «… il sisma e le condizioni ante dell’edificio hanno interagito e gli effetti sono stati la manifestazione delle criticità suddette, evidenziatesi ed accentuatesi in occasione dell’evento sismico».
Nel corso del sopralluogo effettuato sul plesso scolastico de quo in data 10/06/2013, i sottoscritti tecnici [Colantonio-Iori] hanno accertato che lo stato attuale della struttura è rimasto inalterato dalla data del sisma del 06/04/2009 […].

A seguito di questa perizia, i tecnici comunali sambenedettesi avevano potuto attestare il famoso nesso di causalità tra danni e scossa del 6 aprile 2009 che era alla base dell’intervento di sostituzione che nel 2011 aveva condotto a richiedere e ottenere il famoso finanziamento CIPE per la nuova scuola media, finanziamento del quale abbiamo ampiamente e vanamente trattato negli ultimi numeri, iniziando tale ultima trattazione – a scanso di equivoci – sempre troppo tardi (fidavamo che almeno in questo in municipio ci fossero degli esseri ragionevoli e di buon senso) ma da prima che al Ministero dell’Istruzione venisse l’idea dei campus; e precisamente da quando abbiamo osservato come, nella primavera scorsa, fosse nuovamente approdata in consiglio comunale a San Benedetto, una proposta di delibera che faceva comprendere come l’altro pilastro per proseguire nell’iter delle nuove scuole medie, l’economicità della sostituzione della struttura danneggiata in luogo della sua riparazione, non era stato – e ancora non lo è – asseverato. Ancora oggi questa pratica, con il progetto redatto delle nuove scuole ed il danaro nelle casseforti di Fossa, è impantanata. Incredibilmente, dopo sei anni che San Cipriano è chiusa (figurarsi gli impianti, a tacere del resto), nel recentissimo consiglio comunale tenuto per fare caciara sul campus, un assessore ha ritenuto «di dover precisare che se anziché ristrutturare la scuola di San Cipriano, si dovesse decidere di costruire il nuovo plesso scolastico, con i fondi del sisma di euro 2.100.000,00 si riuscirebbero a realizzare solo sei aule». Fatta salva la seconda parte dell’affermazione (discutibile), viene da dire: ma ancora siete in dubbio se abbandonare o meno San Cipriano?

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Parrebbe proprio di sì. In una fenomenale lettera – meno recente – dell’attuale sindaco D’Orazio al malcapitato Ufficio speciale di Fossa, nel chiedere un anticipo dei danari destinati al finanziamento della nuova scuola per «la realizzazione delle indagini geognostiche […] sulle fondazioni del plesso scolastico di che trattasi, al fine di ottenere tutte le informazioni necessarie per una esaustiva valutazione della sua vulnerabilità sismica» di San Cipriano, lo stesso arriva a qualificare questo orrore da abbattere senza pietà «parte integrante del tessuto edilizio del centro abitato» al punto da ritenere «opportuno effettuare ogni più ampia valutazione tecnica per valutare un suo eventuale recupero al fine del mantenimento dell’impianto urbanistico esistente». Qui necessiterebbe un approccio psicanalitico, altro che! (non abbiano notizia della risposta fornita da Fossa sui danari; crediamo non sia mai giunta, giacché un bel pernacchio non fu mai scritto!).
Questo, a prescindere da altri dettagli raccolti a spizzichi e bocconi – e già questa mancanza di trasparenza su un simile tema è, a nostro modesto giudizio, molto grave – che vorrebbero qualche porzione di San Cipriano dichiarata agibile dalla (famigerata, questa sì) Di.Co.Mac., attesta quale sia l’approccio e la sollecitudine di chi dovrebbe risolvere i problemi. E l’informazione detenuta dai cittadini.
Ora, gli studenti della Marruvium, come già narrato in diversi numeri di questo foglio, sono finiti alle elementari di via Fucino. Da qualche tempo ci è sorto un dubbio, che abbiamo estrinsecato in tutte le forme educate possibili, ottenendo un ritorno di silenzio (oltre che dei soliti lazzi) piuttosto inquietante: ma questa struttura di via Fucino, che ospita elementari e medie, oltre che congestionata, è sicura? E sino a che punto è sicura? Perché se è vero, lo esprimiamo con una similitudine, che tutte le erbe che abbiamo nell’orto sono commestibili pure siamo a conoscenza che poche saranno quelle effettivamente fruibili per il nostro palato e consigliate per quest’uso: alla stessa stregua, rispondere che la scuola è agibile (un pleonasma, giacché è aperta e funzionante) non significa che la struttura sia completamente garantita.

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Senza inutili allarmismi, ci siamo così intestarditi a chiedere quale sia l’indice di vulnerabilità sismica di questo complesso di via Fucino. Anche qui, ci mancano dei pezzi (la famosa casa di vetro ha i vetri di bitume), però nelle carte dell’Ufficio speciale di Fossa leggiamo che le schede Aedes del 17 aprile 2009 hanno attestato, alla Iqbal Masih, oltre a zone inagibili poi rientrate, «indicazioni relativamente alla scarsa qualità del calcestruzzo di alcuni pilastri» del corpo A. Sono state condotte analisi più approfondite, complessive, sul punto? E quali interventi strutturali sono stati eseguiti? Perché, in ogni caso, quest’indice di vulnerabilità sismica non si può conoscere? Soprattutto: è stato fatto?
Poiché stiamo trattando della stessa Amministrazione (ah!: piuttosto comica anche la difesa dei plessi, e non delle scuole: è come difendere la nostra camera da letto e non l’intero appartamento: e continuando così, tra poco l’appartamento-scuole ce lo verranno a prendere da Avezzano, come tante altre cose negli ultimi anni), lo stesso dilemma ce lo poniamo, a questo punto della storia, per le scuole medie di Pescina.

Senza fomento, chiediamo cortesemente al dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Fontamara di chiarirci se queste indagini “sismiche” – che noi ingenuamente davamo per scontate  – siano state effettuate, a San Benedetto dei Marsi e a Pescina, e se dunque le strutture di sua competenza siano da reputarsi sicure.

Abbiamo appena solennizzato i cento anni dal disastro terremoto del 13 gennaio, un poco di consapevolezza in più, collettiva, crediamo non guasterebbe. Chi può, contribuisca. Chi deve, lo faccia.
Franco Massimo Botticchio

Il Martello 2015-10 – SCARICA IL PDF

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