Castello Piccolomini e Castello Orsini sono così diversi oggi, pur avendo avuto dopo il terremoto delle storie simili per alcuni lustri. Gli avezzanesi hanno aspettato oltre dieci anni rispetto ai celanesi – erano intervenuti negli anni Cinquanta –, per dare una sistemata a ciò che restava del rudere e delle macerie. Quando Castello Piccolomini ospitava la Mostra d’Arte Sacra, le mura del castello d’Avezzano racchiudevano il canile comunale; il primo è utilizzato come museo e contiene un ufficio della Soprintendenza Beap mentre il secondo è occupato saltuariamente per spettacoli e raccoglie una parte delle opere della pinacoteca. La prima ipotesi progettuale per il riuso, firmata da Alessandro Del Bufalo, è stata pubblicata negli anni Settanta (Bulzoni, 1977). È bene riconoscere che si trattava di una proposta meno invasiva e più ortodossa rispetto a ciò che ci si para oggi alla vista – aveva collaborato la Soprintendenza nella ricerca, d’altra parte. Come si arriva alla situazione attuale? Il progetto è stato tenuto a bagnomaria per una decina d’anni. Chi governava la città si accorse che la nuova maniera di guardare i film, avrebbe privato Avezzano dell’unico spazio dove tenere gli spettacoli teatrali: il Cinema Impero avrebbe imboccato la strada della multisala – come poi è avvenuto, ma solo nel 2001 –, mentre il cantiere del Teatro dei Marsi era rimasto fermo dagli anni Settanta. È sorta da qui l’idea di chiudere completamente e in quel modo l’area interna del castello; vi sono stati inoltre due successivi interventi per l’oscuramento della sala. Il Teatro dei Marsi è stato inaugurato nel 2006, mentre la sistemazione del castello risale al 1994; è facile immaginare che la gran parte degli spettacoli musicali ma soprattutto teatrali si tenga ormai nella nuova struttura dotata di torre di scena. Alcuni pezzi d’arte sono stati spostati altrove. La cittadinanza mostrò di gradire la nuova sistemazione; io sono sicuro che tra una decina d’anni tale sala sarà utilizzata giusto per dirottare gli spettacoli estivi all’aperto in caso di maltempo e per piazzare qualche concerto nell’affollato periodo natalizio. Non è perciò una bizzarria tale proposta: «si dovrebbe pensare ad un vero e proprio de-restauro per consentire almeno una corretta rilettura di quel che rimane, poiché non è più possibile capire la sua tipologia, la sua evoluzione storica» (C. Varagnoli) [in: (a cura) F. Galadini e C. Varagnoli, Marsica 1915-L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni, Gangemi Editore 2016]. La struttura costruita per il riuso, se fosse stata autonoma – nel senso: staccata quindici, venti centimetri dalla cinta muraria e di là delle questioni legate alla torre dei Palearia –, oltre che «autoportante», avrebbe essa reagito meglio o peggio alle scosse sismiche degli ultimi anni? (G. Pantaleo, Sette giorni dopo, Aleph editrice 2017, pp. 20-21).

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