Un dollaro per sette vigliacchi: il caso Tedeschi / 2

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Giunta al termine e quale ideale compendio di una infinita teoria di procedimenti per diffamazione intentati dal noto Gianfranco Tedeschi nei nostri confronti, la recente sentenza del Tribunale di Avezzano del 5 giugno 2017 – che mette, per il momento, la parola fine ad una defatigante attività difensiva del cui onere e onore questo povero foglio ha dovuto caricarsi (e condotta con francescana rassegnata pazienza dagli avvocati Di Cesare P. e Treccozzi M.G.) – molto ci dice, a volerli annusare, sui sentimenti che allignano negli interstizi di quell’altrimenti indecifrabile molosso di cartone informe e fradicio che risponde al nome di spirito pubblico della contrada.
Abbiamo cautamente scritto per il momento giacché è stato lo stesso popolare sindaco di Cerchio ad aver confessato, in udienza, che «[…] ne ho fatte tantissime di querele […] ogni volta che venivo a conoscenza di qualcosa scrivevo e facevo le querele e depositavo. Ma ne avrò fatte sette, otto, dieci, quindi, voglio dire, sta negli atti, ci stanno pure altri procedimenti che sono in corso credo […]» e dunque, conoscendo ogni palmo di terreno degli uffici pubblici indigeni e ogni riflesso (in)condizionato che si innesca in taluni ambiti, non escludiamo di dover tornare in trincea.
La similitudine guerresca della trincea non è abusata: dietro all’ultima ondata di cinque (dicesi: c-i-n-q-u-e) procedimenti penali a raggiera e a caduta vertenti sulle stesse espressioni (tutte vergate nel 2012) si celava il fondato pericolo che nei titoli di coda del disaster movie del Consorzio acquedottistico marsicano per come oggi lo conosciamo, Venti e Botticchio vi fossero iscritti nel ruolo di diffamatori seriali. Saremmo stati in presenza di una beffa inaccettabile, tanto più che nessuno si è curato realmente di accertare chi abbia recitato – se vi è stato, come noi pensiamo – il copione del cattivo, chi quella della protagonista femminile, e come abbia interpretato il proprio ruolo quel nugolo di azionisti-municipi che poco ha vigilato ma molto retto il sacco (alcuni di questi comuni, onestamente, a seguire le loro campagne elettorali, sembrano esistere solo per fornire un posto indennizzato ad un paio di amministratori e dei voti a livello sovraccomunale: abbiamo provato una grande malinconia ai recenti comizi, forse consci di stare osservare un qualcosa che sta per essere relegato nell’oblìo); nugolo che ora fa il coro greco quando il Consorzio non rimborsa le rate di mutuo, e che purtroppo era intento ai baccanali quando alcuni fessi profetizzavano il peggio.
Ecco: a voler trovare un reato per il quale dovremmo essere puniti per i tanti interventi passati sul Cam S.p.A., proporremmo di istituire quello di lesa banalità: abbiamo detto e scritto delle cose ovvie, e che in quanto tali erano ben chiare a gran parte della popolazione (ivi compresa la minuscola porzione alla quale potevamo arrivare), senza comprendere che l’uditorio certi fatti non amava e non ama ascoltarli, forse in attesa e nell’illusione che lo sportello-erogatore della politica consegni quello che ci si attende. Non politica dunque ma relazioni pubblico-private e centro per l’impiego.

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Molteplici aspetti della sentenza di cui trattasi meriterebbero fluviale analisi ma, crediamo, non faremmo un buon servizio ai nostri tre lettori (in diminuzione).
Di rilievo che la frase «[…] disastro combinato dai politicanti nostrani messi a gestire una cosa per la quale non avevano titolo, competenza, onestà […]» sia stata ritenuta espressione del legittimo esercizio del diritto di critica politica: la fortuna è stata che nel mentre la si scriveva uscì quel buco di decine di milioni di euro del Cam S.p.A. che nessun bilancio aveva mai lasciato presagire. Come si vede, una soddisfazione a buon mercato.
Sul diritto di critica si è pure diffuso il giudice avezzanese, sulla scorta di quanto altri gip dello stesso tribunale avevano argomentato su alcune frasi che pure tanto avevano fatto inciprignire quel faro alle genti che risponde al nome di Gianfranco Tedeschi: diritto di critica il cui esercizio «rientra in quello più ampio relativo alla libertà di manifestazione di pensiero e di stampa sancito dall’art. 21 della Cost., tenuto conto dell’orientamento politico del giornale, di cui il Botticchio era editore, decisamente opposto a quello di appartenenza del Tedeschi e che all’epoca era al potere». Così è scritto. C’era chi era al potere, e un foglietto contro. E le persone? E la cosiddetta opinione pubblica?
Quest’ultimo passaggio ci consente di tornare su quanto, modestamente e senza ritorno (inteso quale commento) alcuno, siamo andati dicendo sull’inchiesta dell’illuminazione marsicana e più in generale sul mutato atteggiamento notato, tra Autorità compagni di partito sodali, ecc., verso il su non lodato Gianfranco. Proprio perché non confondibili in alcun modo con chi in passato ha militato con egli nello stesso partito, nella stessa cordata, nello stesso coro greco degli amministratori pubblici che tanto piangono ma che più spesso sono causa del loro male e più ancora di quello delle loro declinanti comunità, nei medesimi gruppi di sottopotere più o meno straccioni, ci siamo peritati di inquadrare questa figura (non scriveremo “taurina”, aggettivo oggetto di altra querela) sotto la luce di futuribile capro espiatorio di tutto l’ambiente marcio della Marsica.
Come abbiamo detto, la ripulitura della coscienza e dell’immagine di taluni – che avrebbero dovuto agire e non lo hanno fatto / o lo hanno fatto poco e male – passa anche attraverso il sacrificio di un capro espiatorio – inteso alla maniera di René Girard dei Miti d’origine – che consenta di dirottare le colpe ed esorcizzarle verso un attore debole, onde perpetuare il ruolo la funzione i compiti e la dignità degli altri soggetti, superando il momento di crisi e rottura del sistema. Tale capro espiatorio deve rivestire dei caratteri particolari, ovvero incarnarsi con chi, per lo meno in apparenza, può essere assimilato ad un colpevole, sembrarlo se non esserlo: poco cambia: è l’istantanea, grosso modo, del sindaco di Cerchio.
Corre veloce sulle colonne della stampa embedded il processo di revirgination di inquirenti e poliziottame vario, grumo di potere che ha prodotto una mole di carte e di accuse verso di noi e pochi sodali di gran lunga maggiore di quella rivolta ai protagonisti dell’oggettivo sfascio ambientale di legalità di conti del nostro Territorio (e non avrebbe dovuto essere così, stante, come nota il giudice in ultimo, «il ristrettissimo ambito di diffusione» del Martello; che mai avrebbe potuto ingenerare, inferiamo noi, effetti paragonabili a quelli prodotti da chi ha agito per gestire beni pubblici primari).
Si ingigantisce il club di coloro che Tedeschi non lo hanno mai conosciuto, e di quelli che – siamo al nicodemismo amministrativo paesano – sempre in cuor loro lo hanno avversato, disconoscendo nel segreto della loro coscienza, tutte le sante sere, quanto pubblicamente andavano esternando e votando, da sinistra e da destra. Chissà se hanno abiurato anche le cene consumate insieme al Nostro.
Ebbene: noi non ci stiamo. Sarebbe dare troppa importanza al comportamento di uno solo, che ha potuto agire in un certo modo solo perché del “sistema” era espressione funzionale, e nemmeno troppo brillante.
Chi ha intenzione di raccontarci certe storielle, se ne astenga: siamo come quei cani vecchi, ai quali è inutile fare mosse per farli allegramente saltare. Gianfranco Tedeschi non è la causa, è un effetto. Noi saremmo interessati alle cause.

ilmartellodelfucino@gmail.com
testo tratto da:
«Il Martello del Fucino», a. XI, n. 5 (giugno 2017)
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