TERREMOTO – La ricostruzione, le macerie immobili e un appalto sospetto

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ABRUZZO –  Molti elementi suscitano dubbi nella gestione del dopo terremoto. Episodi che denotano come la possibilità di agire in deroga a ogni norma abbia portato la Protezione civile a compiere qualche passo falso di troppo.

La Protezione civile sulle macerie ardenti. I milioni di metri cubi di detriti prodotti dal terremoto cominciano a scottare sotto i piedi di Bernardo De Bernardinis, vice capo dipartimento operativo della Protezione civile nazionale, nominato il 6 aprile vice commissario per l’emergenza terremoto. De Bernardinis è il proconsole di Bertolaso a L’Aquila, è lui la longa manus che dirige e sovrintende a tutto ciò che si muove, o non si muove, nella provincia aquilana. Macerie comprese. Macerie che ormai scottano per almeno tre motivi.
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Il primo è che dopo 5 mesi giacciono ancora tutte al loro posto, ingombrano strade e zone rosse e costituiscono l’ostacolo principale per qualsiasi tentativo di ricostruzione, che a oggi è pari a zero.

Il secondo è che dalla scossa del 6 aprile invece di diminuire le macerie aumentano, a causa delle demolizioni e dei continui crolli causati dalle piogge e dalle scosse che non si arrestano.

Il terzo motivo – che forse precede gli altri due – è il grosso affare legato proprio alla gestione delle macerie: centinaia di milioni di euro per rimuovere, trasportare, selezionare e smaltire milioni di metri cubi di materiali di ogni genere.

Ad apparire oscuro, anche in questa vicenda, è proprio il ruolo svolto dai vertici della Protezione civile. Dal giorno della scossa, in nome dell’emergenza e grazie al “potere di ordinanza” e alla possibilità di agire in “deroga” praticamente a tutte le norme, la sua struttura di comando esercita un controllo assoluto. Eppure le montagne di macerie non rimosse costituiscono ancora una seria ipoteca non solo su qualsiasi ipotesi di ricostruzione, ma anche sulla stessa viabilità. Finora sono diverse le inchieste aperte sui crolli e sulla gestione delle macerie.
A pochi giorni dal sisma, il procuratore Alfredo Rossini annuncia l’apertura di una inchiesta per «ogni crollo sospetto» di edifici pubblici e privati, dichiarando che non ci sarebbero stati «indagati», ma «arrestati». Solo che per indagare, arrestare e condannare servono prove e corpi di reato, ma succede che la stessa Procura dimentica di porre sotto sequestro gli edifici sotto inchiesta.

E così il 12 e 13 aprile, in un territorio sotto il controllo assoluto della Protezione civile, viene messa in scena un’ operazione in grande stile, con un massiccio impiego di uomini e mezzi: migliaia di metri cubi di macerie vengono prelevati dalla “zona rossa”, in cui è vietato l’ingresso persino ai residenti. Le macerie finiscono poi a piazza d’Armi, un’area militare completamente recintata posta accanto a una caserma dell’esercito e qui vengono macinate all’interno di due grosse macchine tritasassi. Alcuni giornalisti assistono alla scena e pubblicano le targhe dei mezzi al lavoro.

A quel punto, la magistratura pone sotto sequestro quel che resta degli edifici crollati, la triturazione delle prove si ferma e le due tritasassi spariscono. Così il procuratore annuncia, con clamore, un’altra inchiesta su piazza d’Armi, invita prima i cittadini a fornire prove ma poi riduce tutto solo alla possibile presenza di amianto tra i detriti: poi nulla. Il 22 aprile nuovo colpo di scena. Sempre gli stessi giornalisti fotografano una delle due macchine tritasassi di piazza d’Armi all’interno dell’ex cava Teges: la foto viene pubblicata e i lavori di preparazione della cava si bloccano.

Così, a maggio inoltrato, la Protezione civile investe del problema macerie anche il Comune il quale, supportato proprio da De Bernardinis, assegna per il solo smaltimento un appalto da 50 milioni di euro alla T&P srl. Questa società, inattiva da anni, proprio il giorno prima dell’assegnazione milionaria, subisce per poche migliaia di euro un passaggio di mano della metà delle quote. Ma la T&P ha anche un’altra particolarità: è l’unica proprietaria dell’ex cava Teges.
Contro il Comune scoppia una polemica per l’appalto diretto, la delibera viene revocata, scatta l’inchiesta: ed è la seconda sulle macerie. Così la gestione ritorna di nuovo nelle mani della Protezione civile, che affida la preparazione dell’ex cava al Genio militare e ai vigili del fuoco. Ora tiriamo le somme. Centinaia di miloni di euro, due inchieste sullo smaltimento macerie anziché una, la macchina tritasassi come filo conduttore e la cava Teges come unico elemento fisso. Poi, la Protezione civile come primo attore e le macerie immobili come sfondo.

Angelo Venti

[ su TERRA ]

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