Stati Uniti del Giovenco (ovvero: fusione, per guardare oltre i disastri e per scongiurarne di nuovi)

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Qualche giorno or sono, al decimo dall’inizio dell’inferno di fuoco sopra il sacro monte del Morrone, Giovanni Natale – animatore dell’associazione Ripensare il Territorio; e del quale abbiamo ospitato su queste misere colonne un intervento sulle fusioni di comuni, pochi numeri or sono, successivamente alla sua presenza ad un convegno tenutosi su quel tema, a Pescina – è sbottato: «tutti i piccoli centri abruzzesi del centro Abruzzo somigliano a Nerone, impotenti a fare ed essere una sola squadra efficiente ed efficace per difendere il territorio comune». Costituiva, questo sfogo su facebook, crediamo, una manifestazione di rabbia ed impotenza di fronte al disastro, e non una circostanziata accusa verso municipi (Pratola e Raiano in primis) che ce l’hanno messa veramente tutta, per tentare di ostacolare le fiamme (e i cui esponenti, al contrario di Nerone, non hanno di certo suonato la lira ammirando lo spettacolo [crediamo nemmeno Nerone lo abbia fatto, dinanzi Roma in fiamme]). La questione è che non ce l’hanno fatta a spegnere, se non in misura ridotta. Prescindendo dall’ormai ozioso tema se un unico corpo amministrativo peligno avrebbe potuto infrenare il disastro – anche a fronte della dubbia energia nell’azione messa in campo da altri [non tutti] corpi dello Stato chiamati ad operare (questa sì un’autentica epocale rotta; se possibile, più della stessa distruzione delle montagne) –, l’uscita di Giovanni Natale ci ha ricondotto alla mente all’inizio di questa terribile emergenza di roghi e devastazioni, quando, diverse settimane fa, proprio al principio, quando ad essere vittima del fuoco furono le montagne di un centro fucense. In quel frangente, un consigliere comunale di quel piccolo paese, uno di quegli esponenti politici che in più occasioni ha sostenuto di essere contrario a qualsivoglia fusione tra enti nella nostra zona, e soprattutto all’idea di un unico municipio per tutta la Valle del Giovenco, si è chiesto, riteniamo polemicamente, dove fossero i paesi circonvicini, gli operatori dei centri confinanti. Tra noi e noi, ci siamo risposti – senza infierire dinanzi al dramma dello stimato e stimabile consigliere di vedere bruciare la montagna dinanzi ai propri occhi – che gli operai del paese x e del paese y, mentre la vegetazione del malcapitato z veniva distrutta dal fuoco (e da chi lo ha appiccato) erano ad attendere i loro compiti presso i rispettivi municipi (quelli tanto strenuamente difesi nella loro autonomia dagli “ultimi giapponesi” del labaro comunale): uno sostituiva una lampadina della pubblica illuminazione di x, l’altro riparava il tombino di y (qui non entra in discussione l’operaio di β, che magari era al bar, non avendo cosa fare). La domanda successiva che ci siamo posti è stata: ma se fossimo stati – x, y, z, β, ecc. – uniti sotto un unico ente, di maggiori dimensioni, denominato ф, tutta la macchina comunale, più grande, più numerosa, e certamente dotata di maggiori mezzi, non sarebbe stata immediatamente dirottata a scongiurare il pericolo più grave, incombente, il fuoco, ché la lampadina di Cerchio e la caditoia di Pescina avrebbero potuto momentaneamente accantonarsi senza gravi conseguenze?

Passo successivo: e se ф esistesse già da dieci anni, con (all’epoca) quasi ventimila abitanti – quanti ne conta Sulmona – non avremmo probabilmente meglio tutelato, nel tempo, alcune prerogative riguardanti la sanità e i servizi? Ricordiamo che nel 2010 la difesa del presidio ospedaliero di Pescina – non così convinta da parte di Pescina stessa (l’amministrazione intendo) – venne irrisa da diversi dei centri viciniori (con vere e proprie manifestazioni che oseremmo definirebbe di boicottaggio se tale attività non avesse, al contrario di chi agì in quel frangente, un che di dignitoso, a suo modo, se finalizzato ad uno scopo nobile o ostensibile).

Il passato è passato ma il futuro ci deve interrogare.

La reazione, negli Abruzzi, alle vicissitudini collettive toccateci negli ultimi dieci anni la dice lunga sul ritardo culturale accumulato nell’affrontare il tema cardine della prevenzione. La scorciatoia imboccata è quella di rubricare tutto quel che occorre (terremoto, neve, siccità, dissesto idrogeologico, cavallette, ecc.) quale ineluttabile inesplicabile tragedia cagionata dalla natura matrigna. Tale modalità esime dall’interrogarsi se in tempo di pace si sia fatto tutto il possibile per scongiurare simili eventi o – dove non evitabili – a mitigarne gli effetti, il danno subìto dalla popolazione e dall’ambiente. Ebbene, quel che è occorso dal 2009 ad oggi, la dura lezione dei fatti che periodicamente ci viene somministrata dalla realtà, in ultimo persino con l’odore acre di un’intera provincia che brucia, paiono elementi non idonei e sufficienti a farci abbracciare un percorso virtuoso fatto di consapevolezza dei pericoli ai quali come territorio – composto di persone e comunità, non ancora di soli arbusti – siamo implacabilmente esposti.

Il terremoto di casa nostra è diverso da quello di altri Paesi come Giappone, California, Turchia, Nuova Zelanda e Cile. È un terremoto di energia medio-bassa e in genere si scatena in contesti di collina e di montagna, di economia rurale marginale e con abitazioni sparse, piccoli centri e scarsa densità di popolazione. Siccome le faglie italiane sono relativamente corte(meno di quaranta chilometri) e poco profonde e i blocchi crostali coinvolti limitati (microplacche) e con spostamenti a bassa velocità, non sviluppa intensità paragonabili a quelle degli altri Paesi. Dunque non dovrebbe fare i morti e i danni che fa. Se uccide centinaia di persone e devasta paesi e cittadine dipende solo dal fatto che abbiamo costruito male, con materiali scadenti e non abbiamo posto manutenzione. E che qualche volta non ci siamo spostati in luoghi più sicuri. Ciò dipende dal malaffare, ma anche dalla mancata incorporazione culturale del fenomeno terremoto: se dai sismi ci possono difendere solo le preghiere e il fato a che serve costruire bene e intervenire?

(Mario Tozzi, Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate, Einaudi, 2017, pp. 98-99)

Le parole di Tozzi, accolto a Pescina, poche settimane fa, come un divo del cinema, sono esemplificative – estrapolate su un solo ambito dei tanti che ci interessano – e ci interessano, oltre che per la descrizione del mostro-terremoto, per gli aggettivi che vi campeggiano: marginale, piccoli, scarsa. La nostra natura di realtà derivativa non pare ancora essere stata assimilata da chi localmente, bene o male (male più che bene) ne amministra i destini. Dobbiamo provvederci da soli, per quanto è possibile. Possibilmente non ricorrendo al pensiero magico e alla scaramanzia.

Nella situazione data, l’unica cosa che non possiamo più permetterci è quella di fare di quel che i sapienti definirebbero un signifiant-maître, di un significante quale l’autonomia comunale il perno dei ragionamenti sul quale fondare il nostro agire pubblico e far discendere tutto il resto. Il significante può rappresentare un simbolo nella nostra vita ma può essere del tutto inconsistente, e vuoto nei fatti. Questo è il caso. Assunto a moloch ideologico, il municipio viene individuato l’ultimo ridotto da difendere ma tale difesa è insensata se a essa vi si annette una purezza, un’identità, prerogative che non sono ravvisabili. E comincia ad essere molto complicato giustificare la ragione per la quale si sacrificano milioni di euro di risorse nazionali e regionali messe a disposizione dallo Stato (il cattivo Stato italiano) e dalla Regione (l’incapace ente territoriale) per i comuni che si fondono realizzando una realtà più ampia, non facendolo ora, subito, adesso. Tanto complicato argomentare, se non barricandosi dietro ad una pretesa specificità (inesistente per fatti storici e geografici: vero è piuttosto il contrario) che distinguerebbe un cittadino di Pescina nuova da uno di Aielli stazione, che molti dei nostri eletti tacciono, continuando imperterriti a far finta di nulla. E continueranno, potendo, sino alla nostra estinzione.

Nel frattempo, i livelli ai quali siamo assurti in tema di protezione civile – a forza di Sperone che si tira fuori; di Cesoli che è altro da Ortona; di Carrito che ha una storia a parte (e chi non lo sa!); di Vallemora che è etnicamente incompatibile – sono infimi: per tutta la Marsica orientale, territorio tra i più sismici in Italia, il “piano”, in caso di una sciagurata occorrenza, al netto delle chiacchiere, è sostanzialmente uno: tentare di salvare la pelle e scappare in qualche modo all’orto.

Di ciò sembra essersi convinto anche qualcuno di questi amministratori del territorio che ci sono toccati in sorte (eletti), che l’altra sera, mentre tutti noi pregavamo che il tour del fuoco non terminasse incenerendo la Valle del Giovenco (sarebbe bastato un nonnulla e avremmo probabilmente assistito a delle evacuazioni di interi centri, non avendo che le mani e la buona volontà di pochi per opporci [e non sarebbero bastate]), ha proposto nientemeno che una forza di protezione civile intercomunale. Addirittura! Nel 2017. Passato il pericolo questo pio proponimento passerà naturalmente in secondo piano, dietro al palo della cuccagna eretto in piazza e al festival della canzone che fu, e la prossima volta triste a chi tocca, saremo daccapo. È per questa coazione a ripetere quel che non si deve (o a omettere quel che si deve) che gli Abruzzi temiamo non abbiano futuro alcuno, se non quello di ospitare prossimamente gli alberi dentro le case, i rami dai tetti.

Per chiudere: quando – prima o poi capiterà, non bastando gli scongiuri, le novene o le messe ad petendam pluviam a scongiurare i pericoli – vedrete questi amministratori di paesi di duecento (o novecento, o millecinquecento) anime uscire fumiganti dall’incendio, bagnati fradici dalla neve o impolverati da un crollo, applauditeli prima e processateli poi: perché tutta quell’agitazione e diligenza che getteranno nelle emergenze potrebbe facilmente superarsi facendo oggi quel che si deve fare: un solo comune per tutta la Valle del Giovenco, progettualità del comprensorio, un’unica scuola sicura per tutto il territorio, infrastrutture certe per il ricovero, un vero piano integrato di protezione civile (non a chiacchiere, non discusso a cena). E così via. Dietro, verrebbe lo sviluppo, quello vero, non quello legato all’assistenzialismo e al pressapochismo.

Chi vi racconta che Pescina e San Benedetto (Cerchio e Collarmele; Gioia e Lecce) non possono vivere sotto un unico municipio non solo vi sta contando una cosa palesemente falsa ma sta ponendo anche le premesse perché il vostro futuro e dei vostri figli sia un poco peggiore e più grigio. Sino all’emigrazione. O all’inabissamento.

Franco Massimo Botticchio

[tratto da «Il Martello del Fucino», a. XIV, n. 8 (settembre 2017)]

http://www.site.it/wp-content/uploads/2017/09/martello-2017-8.pdf

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