Silone come Heidegger / 1

Il parallelo potrebbe suonare ardito – e certamente lo è: nella misura in cui lo si volesse considerare un raffronto di concetti, espressioni, idee –, stante la ragguardevole distanza che intercorre tra i rispettivi ambiti di interesse e di produzione intellettuale: difficile infatti immaginare due figure più distanti dello scrittore abruzzese e del filosofo tedesco.
A nostro modesto avviso però una sottile rete di analogie esiste, e consiste, più precisamente, oltre alla stretta connotazione fisica dei luoghi alla quale le due figure di primo impatto rimandano (la Hütte di Todtnauberg per Martin Heidegger; la Fontamara collocata nella alta Valle del Giovenco per Silone): a) nel destino al quale la gestione del patrimonio immateriale culturale lasciatoci da queste due eminenti figure del Novecento è andata incontro all’indomani della loro morte; b) nelle modalità con le quali le pesanti ed ingombranti eredità di Heidegger e Silone sono stata gestite, in massima parte da figure riconducibili alle rispettive famiglie e, quindi; c) nella caratterizzazione di alcuni aspetti delle loro opere e delle loro biografie da parte di coloro che hanno laicamente studiato i due giganti senza vantare legami di sangue o ereditari, come, infine: d) del cozzo che spesso si è ingenerato tra questi ultimi studiosi e gli esponenti della cerchia degli adepti-fedeli-parenti, garanti e difensori di una memoria tetragona ad ogni tentativo di ridefinizione di alcuni fatti e vicende alla luce delle acquisizioni di informazioni e di analisi critica che gli studi hanno via via apportato.
Pur nella diversità dei contorni delle vicende, a noi il dibattito seguito alla recente pubblicazione dei Quaderni neri di Heidegger – una serie di volumi di appunti scritti tra gli anni Trenta e i successivi decenni, pervasi, soprattutto i primi taccuini dei trentatré complessivi a (dover) essere pubblicati, da un forte antisemitismo (inteso quale «assenza di mondo» dell’Ebreo) – ha ricordato molto la scoperta, venti anni or sono, della collaborazione di Secondino Tranquilli con la polizia del Regno d’Italia, collaborazione consumatasi nella terza decade del secolo scorso.
In un bellissimo testo (Heidegger & Sons. Eredità e futuro di un filosofo), Donatella Di Cesare, uno dei maggiori studiosi italiani contemporanei del filosofo tedesco (e, quindi, di filosofia), analizza, anche alla luce della propria esperienza personale in seno alla potentissima chiesa heideggeriana, il concetto di eredità, diffondendosi su cosa importi e come impatti il peso del patrimonio di pensiero dal passato e come lo si debba deontologicamente trattare nel presente, alla luce di evenienze sopravvenute (come quei Quaderni neri che, lungi dal sorprendere, completano la figura ed il pensiero del filosofo). Evenienze che possono essere rappresentate da taccuini accuratamente conservati in un baule come da documenti della Direzione generale della Pubblica Sicurezza che l’interessato poteva ritenere sepolti per sempre.
Da noi, molto più in piccolo, ed in versione decisamente paesana, il rovello di coloro che hanno criticamente rivisto le proprie convinzioni su Silone alla luce di fatti incontestati ed incontestabili è rimasto sinora sepolto sotto una coltre di luoghi comuni, di ripetizioni sciatte, perpetuate da una serie di figure negazioniste purtroppo oggettivamente inadeguate ad interfacciarsi e confrontarsi con quell’accademia che Silone ha già, a suo modo, “giudicato”, sino ad attribuirgli la propalazione del ruolo fondamentale nell’apparato comunista ricoperto da Gramsci (tenuto schermato in ragione dell’accanimento poliziesco): ancora sul finire dello scorso mese, nello stesso giorno nel quale sui maggiori quotidiani nazionali si speculava con profondo pathos (anche) dell’impatto siloniano sul destino di Gramsci con i maggiori intellettuali e storici italiani, le colonne abruzzesi de “Il Messaggero” ci propinavano un’infelice pagina di Antonio Gasbarrini che puntellava le sue convinzioni citando persone e studi sinceramente non ostensibili in un consesso dignitoso (come è possibile non interrogarsi sulla circostanza che gli accademici marcino in tutt’altro verso?). La buona prassi di distinguere tra impressioni personali (in questa categoria rientrano finanche le fisime) e tesi supportate da pubblicazioni accademiche, contributi istituzionali, consenso tra i cosiddetti “esperti” (termine che ha subìto una impressionante dequalificazione, negli ultimi anni, consentendo l’arruolamento sotto le proprie bandiere di qualsivoglia individuo) è ancora di là da venire, da noi, e gli effetti di tale assenza sono scientificamente riprovevoli.
La Di Cesare, molto critica con tutto l’universo heideggeriano tendente a sottovalutare l’impatto di quell’antisemitismo rivelato dai Quaderni, si diffonde nel suo testo, su alcuni concetti che forse dovremmo considerare e mutuare anche noi, per Silone. Ella, ad esempio, rifiuta e condanna la figura del “rottamatore”, che improvvisamente è comparso a liquidare in toto Heidegger, che pure anche lei ha criticato fortemente, per quanto contenuto nei Quaderni-taccuini. Senonché criticare non implica abbandonare: così, molti dei difensori a prescindere della illibatezza poliziesca di Silone (da essi ridotto al rango di un santino infallibile) non paiono comprendere che da tutta la tormentata vicenda del rapporto con il commissario Bellone emerge una figura ancor più tragica, e più umana, che meriterebbe di essere studiata prima che negata. Sotto tale luce, rottamare o continuare ad innalzare pale di altare – quadri che non hanno più ragion d’essere, e che funzionano solo da noi, e per quieto vivere – conseguono lo stesso medesimo obiettivo: mistificare gli studi. Per i primi, a questo punto, è cessata la dignità stesso dell’oggetto dello studio; per i secondi, tale dignità, ribadita apoditticamente, resta intangibile ed immutata. Nel guado, restano coloro che vorrebbero comprendere.
La Di Cesare, per Heidegger, nota come i Quaderni neri – che hanno consentito, paradossalmente, al pensiero del filosofo tedesco di raggiungere «un pubblico vastissimo», rivelando nondimeno un senso spiccato per la comunicazione pubblica e l’uso dei media dello stesso Heidegger (che di quei taccuini ha pianificato molti anni or sono l’uscita) – cambieranno tutto:

[…] Non sappiamo quale sarà la “fortuna” dell’autore dopo i Quaderni neri, ma certo cambierà – e sta già cambiando – la ricezione dei suoi scritti, cioè il modo di interpretarne riflessioni, concetti, intuizioni. Per fare un esempio, la lettura del saggio La questione della tecnica o della Lettera sull’«umanismo» non potrà più essere la stessa per via di quello che Heidegger dice nei quaderni sulla tecnica e sullo sradicamento […]

 

Impensabile non considerare che per Silone, la discoperta della collaborazione con la polizia non segni un percorso analogo di trasformazione del senso complessivo dell’opera, delle opere, della biografia. Allora, possiamo attestarci sul fronte delle parole della compianta Darina Elisabeth Laracy in Silone o di Vittoriano Esposito, e restare fermi lì, per sempre, e allora non servono studi, e nemmeno centri studi. Oppure approfondire l’interferenza del nuovo sul vecchio. Possiamo bearci delle rassicurazioni della vedova Silone (il cui atteggiamento ha molti punti di contatto con quello adottato da Arnulf Heidegger, il nipote del filosofo, sui Quaderni) e celebrare la solita liturgia… oppure… La Di Cesare teorizza, grandiosamente, per Heidegger, e lo ha scritto anche a cotanto nipote, di una infedeltà necessaria. Perché occorre rimanere fedeli solo allo studio, al metodo, alla passione, non alle opinioni. Dovremmo forse adottare lo stesso passo per Silone, prima che sia troppo tardi e la sua opera subisca il medesimo trattamento (approccio) di una sagra.

[ Tratto da: Il Martello del Fucino 2017-4 – SCARICA IL PDF ]

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