Secondino, Silvestri, Bellone e Silone

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… notizie secondarie e in gran parte note…

Secondino, Silvestri, Bellone e Silone

L’occasione del riuscito Festival siloniano delle arti (22-24 agosto 2013), organizzato a Pescina per opera di quel municipio, del Centro studi Ignazio Silone e della Pro loco fontamarese, ha fornito il destro, dopo gran tempo – immemorabile, quasi: cadeva il trentacinquesimo anniversario della morte di Silone ma avremmo tranquillamente potuto riproporre quel che modestamente stampammo per il trentennale – per tornare, se non a bomba con quel «rinnovamento degli studi» sul grande intellettuale abruzzese auspicato da molti, quantomeno a discorrere di alcuni aspetti della figura di Secondino Tranquilli. Attività che parrebbe facile da esercitare e persino scontata, se non doverosa, a Pescina, ma che pure ha incontrato, negli ultimi anni, per delle opinabili scelte locali di politica culturale e di gestione, delle difficoltà quasi insormontabili (sotto tale profilo, la riuscita ed il buongusto della manifestazione appena conclusa suonano quale auspicio per una ripresa di iniziative finalmente incisiva) che solo in parte sono legate a quel rifiuto che Mauro Canali stigmatizzava cinque anni or sono, «di accogliere le novità che venivano da fuori».

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In ogni occasione dignitosa di confronto avente ad oggetto Silone, è facile che la considerazione per la levatura del personaggio ne esca elevata (in che ne nutriva punto o poco) o ingigantita (per i cultori), ed è dunque disdicevole che gli studi su un intellettuale di così grande rilievo segnino il passo per come la pubblicistica (non) ci mostra. Sotto tale aspetto, molto ha potuto la frammentazione e la dispersione della documentazione, dell’archivio del Nostro, ma è ormai di prassi, una vulgata, legare tale fenomeno di impantanamento del progresso delle ricerche su Silone all’effetto di ripiegamento che avrebbero prodotto i lavori che negli ultimi quindici anni hanno progressivamente portato alla luce il complesso – articolato e per molti aspetti oscuro – rapporto sicuramente intercorso, nel corso del terzo decennio del Novecento, tra Secondino Tranquilli ed una forza di polizia (quantomeno nella figura di uno dei suoi più emblematici rappresentanti), all’epoca in cui il Nostro militava nelle file del movimento comunista. Ripiegamento che, in specie in alcuni “santuari” siloniani, si è certamente estrinsecato, per usare le parole del professor Canali, imboccando «la strada della negazione prima e della rimozione poi […] da una difesa pregiudiziale dell’innocenza di Silone, in cui tuttavia si ammettevano alcuni suoi contatti con la polizia politica fascista, a una versione, quella attuale, in cui non si capisce più se Silone abbia avuto o no questi contatti»; ma che non spiega l’impasse, la drôle de guerre nella quale sembrano essere precipitati gli studi siloniani.

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E’ lo stesso Silone che nell’immortale opera Uscita di sicurezza chiosa: «Le vicende degli autori hanno meno importanza dei loro libri? Non credo» e dunque non stupisce che la vicenda della collaborazione con la polizia del Regno d’Italia (che, per l’identificazione-sovrapposizione tra regime e Stato operata dal fascismo, conduce al sillogismo che si è collaborato con il fascismo), lungi dal poter essere esorcizzata con qualche successo  torni sempre prepotente, qualsiasi versante della aspra personalità di Silone ci si accinga a scalare. Esemplare di questo processo mentale, di questa coazione a ritornare sul nodo, l’incontro tenutosi a Pescina il 24 agosto scorso, dove il giornalista Paolo Cucchiarelli e l’ex giudice Nicola Magrone hanno relazionato sul tema “Ignazio Silone e la Costituzione repubblicana”, argomento che bene avrebbe consentito di tener fuori le collaborazioni (perché c’è anche quella, sullo sfondo, con gli americani dell’OSS degli anni Quaranta: che molto potrebbe suggerirci sulla prima, quella più controversa – e moralmente meno accettabile -; tra le due si colloca l’incontro con Elisabeth Darina Laracy, altra figura non esattamente estranea al mondo dell’intelligence) e di indirizzare la discussione sul tema del pensiero di Silone sugli aspetti normati dall’Assemblea costituente, della quale Silone fu componente (pare di comprendere: non troppo attivo).

La lingua batte dove il dente duole, ed il mondo siloniano – al quale Cucchiarelli e Magrone sono ascrivibili in toto, e basta ascoltarli per pochi secondi per comprendere con quanto afflato costoro vivano il trasporto per le opere di Silone, e ne abbiano interiorizzato i contenuti – è consapevole di come la vicenda della collaborazione con la polizia mini alla radice non tanto la considerazione sulla figura dell’eminente scrittore-politico di Pescina ma la elaborazione che della stessa hanno, per lunghi anni, contribuito ad edificare una serie di studiosi e di (cosiddetti) esperti. Elaborazione che ha prodotto quello che lo stesso Magrone ha definito «un santino» e che risulta ormai inutilizzabile non solo perché l’agiografia cozzava e cozza contro la natura stessa della figura di Silone («tormentosa e tormentante», sempre nella felice descrizione di Magrone) ma in ragione della discoperta collaborazione con Bellone, che muta totalmente la prospettiva complessiva ed il quadro psicologico di quel che si era andato acriticamente sublimando e affastellando sotto forma di esaltazione bieca e sperticata, con l’edificazione di un ritratto di una personalità infallibile (le cui sembianze avrebbero probabilmente fatto orrore allo stesso interessato).

Sono rimasti in pochissimi a negare la veridicità delle risultanze documentarie che mostrano, inequivocabilmente, l’intercorso rapporto tra Silone (“Silvestri”) ed il poliziotto Guido Bellone. Il fronte della discussione si è progressivamente spostato verso crinali più accidentati, ovvero sulla durata di questo rapporto – che i due maggiori studiosi del “caso”, Mauro Canali e Dario Biocca, ritengono sia andato avanti per circa un decennio ovvero per tutti gli anni Venti (investendo quindi anche la scelta primordiale di campo del giovane Secondino Tranquilli / è questo il vero nucleo della “revisione” che la questione porta in sé: il dover accettare l’idea di considerare che Silone fosse sin da giovanissimo, prima che un agitatore socialista prima e comunista poi, qualcosa d’altro ab origine) /, lasso di molto ridotto dai loro contraddittori – nonché sui motivi e le ragioni alla base dello stesso. La pretensione di chi ritiene che la collaborazione sia durata due-tre anni è quella che Silone avrebbe avuto intenzione, riferendo all’Autorità, di andare in soccorso del fratello Romolo, arrestato nel 1928 in occasione del terribile attentato milanese alla Fiera campionaria (uno dei primi veri misteri italiani del Novecento), cosicché tale collaborazione si sarebbe protratta per “solo” tre anni, sino cioè alla famosa lettera di uscita del 1930 che pubblicata quasi venti anni fa fece esplodere in maniera dirompente il caso (cosicché Silone avrebbe abbandonato l’idea di aiutare il fratello – circostanza che peraltro non abilitava, di per sé, a “tradire” i propri compagni – due anni prima che lo stesso morisse in carcere: ipotesi invero ben strana…).

In realtà, anche questa linea “difensiva” è venuta meno da quando, dopo aver subìto per anni la contestazione che di autografi siloniani nelle carte della Polizia non ve ne fossero, il professor Canali, correva l’anno 2000, si peritò di pubblicare un opuscolo (che nel tempo è andato misconosciuto) con un lunghissimo autografo di Silone, risalente all’anno 1923, corredato da un’indagine contestualizzante che si spinse sino a reperire, nel fascicolo personale di Bellone, le ricevute del viaggio che il funzionario effettuò per raggiungere il Nostro in Liguria, dove Silone vergò, dinanzi ad egli, trentasei pagine autografe, tra il 21 ed il 22 aprile 1923, che spaziano, per dirla con Adriano Sofri, «dal registro “alto” dell’analisi politica, a quello bassissimo delle notizie utili a identificare esponenti comunisti in Europa e in Italia: indirizzi, fotografie, descrizioni somatiche».

Una vera e propria Caporetto, per alcuni zelatori siloniani i quali, pur spingendosi a contestare persino l’attribuibilità a Silone di tale nota, rintracciata nel fondo degli atti speciali (1898-1940) della Pubblica Sicurezza che è conservato presso l’Archivio centrale dello Stato [poche buste che contengono documenti di grande rilevanza / si pensi alla quasi coeva risoluzione dell’omicidio Cuocolo, il caso di cronaca più famoso del primo ventennio del secolo, la cui verità è in quelle carte attestata molti anni prima che la stessa fosse non solo portata a giorno della pubblica opinione ma persino… scoperta], da allora hanno preferito ammettere, sminuendo però la portata “sostanziale” della collaborazione. Come poi, studiosi che pretendevano, come pretendono, di essere degli “esperti” di Silone, degli studiosi dei suoi scritti, abbiano potuto non rinvenire, in quel chilometrico scritto, non solo la calligrafia del Nostro – onestamente: i-n-c-o-n-f-o-n-d-i-b-i-l-e – ma il tono, il timbro, il ritmo siloniano, resta per chi qui scrive, un mistero gaudioso, se non una prova della malafede che talvolta ha albergato in taluni. Senza essere dei profondi studiosi di letteratura o dei criminologi o dei semiologi, basterebbe compulsare la chilometrica relazione e confrontarla con alcuni vezzi di normalizzazione del testo tipicamente siloniani, per propendere per la sua autenticità e genuinità, anche a voler ignorare il contesto nel quale la produzione di tale documento si inserisce, e che costituisce, in un ambito sempre piuttosto labile quale la Storia, una delle più solide ricostruzioni mai lette. Basti accennare all’uso di quella particolare forma di interpunzione-inciso nel discorso rappresentata dalla parentesi con il punto finale racchiuso all’interno della parentesi stessa, un vero marchio di fabbrica siloniano, presente nel 1923 come nel 1968.

In quest’ottica, di riduzione dell’impatto, è possibile inscrivere a pieno titolo l’intervento, per molti versi sentito e persino commovente, di Cucchiarelli, a Pescina, dell’altro giorno. Le informazioni passate da Secondino Tranquilli a Bellone (piuttosto misteriosamente qualificato quale «compaesano», quando l’anagrafe di quest’ultimo parrebbe non indicare origini abruzzesi) sarebbero consistite, in «notizie secondarie e in gran parte note…». Trattasi di linea difensiva già infruttuosamente testata negli anni scorsi, anche da eminenti discettatori, e che cozza con lo stato dei fatti a noi conosciuti, oltre che con la ragionevolezza. Stupisce che una simile tesi venga abbracciata da chi, come Cucchiarelli, in questo torno di anni è salito agli onori delle cronache per un lavoro sulla bomba di Piazza Fontana, e che si occupa di servizi e apparati repressivi e spionistici da molto tempo, e che ben sa che quel che un delatore può ritenere del tutto irrilevante (o potenzialmente foriero di conseguenze molto labili nei confronti degli spiati) può assumere, agli occhi di chi gestisce detta informazione ed ha il controllo dell’intero contesto – e detiene dunque, per ragioni di ufficio, si direbbe, una messe di notizie delle quali quella fornita dal singolo collaboratore non rappresenta che un singolo tassello – un’importanza decisiva. Senza contare che un simile ragionamento tende implicitamente ad avvalorare la tesi che Secondino Tranquilli possa aver letteralmente menato per il naso, per anni, un funzionario di PS che nel 1926, all’atto della creazione di quel ganglo che di lì a poco diverrà, per superfetazione, la Divisione Polizia politica, ovvero l’Ufficio Speciale riservato, venne chiamato a dirigerlo. Ecco: non accontentarsi (prendere atto) di una salve di evidenze d’archivio, pretendendo di ricostruire la Storia in conformità a elucubrazioni ideologiche o affettive, e rifiutare le risultanze univoche di un corpus documentario imponente, per propinarci, in alternativa, un’ipotesi non suffragata dai fatti (Bellone alla mercé di Silone), è rendere un pessimo servizio alla conoscenza. Diverso è il voler speculare intellettualmente sui motivi, le ragioni, anche di matrice psicologica, che sono alla base dei fatti materiali accertati. La Stori(ografi)a, prima di esprimere giudizi, è però chiamata a disvelare i fatti, mettendoli in una relazione causale ed organica che tenga, senza costrizioni e spiegazioni aliene, ultraterrene, apodittiche, morali. Sotto tale profilo, fuori dalla censura, la collaborazione con la Polizia, il suo disvelamento, spiega molte più cose di quante non ne ingarbugli, e alla sua luce è possibile porsi dinanzi a molti avvenimenti successivi della biografia siloniana con qualche strumento critico ed interpretativo in più (un solo esempio: i riferimenti d’ufficio a Bellone nel fascicolo del casellario politico centrale di Romolo Tranquilli / ma si potrebbe continuare con il rilascio fulmineo da un arresto romano nel 1926, ecc.).

E’ venuto il momento di studiare – oltre che le opere – la faccia nascosta della personalità di Silone, svicolando le domande retoriche di Magrone, poste a contrappunto dell’intervento di Cucchiarelli: «Spia per chi? Spia per cosa? La posta in gioco qual era?», giacché simili domande non possono ottenere risposta, né ci si può accontentare della provocazione magroniana secondo la quale «I veri comunisti hanno fatto le spie», che lascia esattamente il tempo che trova.

Ci troviamo d’accordo invece con il Magrone che sentenzia che «Silone è un retropensiero». Ovunque porti quest’attività, anche in séntine di vizio che avremmo preferito ignorare, per onorare questo arrière-pensée che tante pagine immortali ci ha lasciato in dote, lo studio dell’universo siloniano non si può arrestare dinanzi a delle facili certezze, alla retorica, alla pigrizia intellettuale.

Franco Massimo Botticchio

 

 

L’idea che il rapporto fiduciario Secondino Tranquilli-Guido Bellone si sia tradotto nel fornire, da parte del primo (ben poco si conosce del flusso inverso) informazioni generiche e comunque già note sul movimento comunista internazionale ed italiano – quasi si tenesse una discussione accademica, e non si fosse in presenza di un confronto epocale tra entità statuali e partiti, e di una lotta condotta, dai comunisti, in clandestinità – è inesorabilmente smentita dalla caratura dei documenti che sono da attribuirsi a “Silvestri” / 73. Un esempio calzante è il carteggio riprodotto (foto 1-4b), che bene testimonia quanto fosse complessa l’analisi del fiduciario, e quale affidabilità venisse a questo annessa, dai più alti vertici della struttura repressiva poliziesca del regime fascista, al punto di sottoporgli un vero e proprio questionario (foto 5). In qualche modo, è lo stesso altissimo livello di quanto scritto, che attesta che può trattarsi “solo” di Silone.

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Come detto, e come facilmente intuibile, non è dato sapere e prevedere, a chi riferisce, quali saranno le induzioni che da quanto “spiato” – si trattasse anche di fatti del tutto innocenti – trarranno le autorità. Qui, un luminoso esempio.

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Diverse sono le aporie e le incongruenze che i documenti rimandano, a proposito di Secondino Tranquilli. Alcune rivelatrici (o, quantomeno, che non contraddicono l’asserzione dell’esistenza di un rapporto fiduciario con la Polizia). Qui, ad esempio, il famigerato ispettore generale di P.S. Francesco Nudi, che dalla Questura di Milano dirige la lotta e l’infiltrazione nei riguardi della struttura clandestina del PCd’I nel Nord Italia, il 7 dicembre 1927 riferisce di un “covo” individuato a Sturla (Genova), domicilio di Pasquini (nome di battaglia di Silone), e chiede determinazioni al capo della Polizia (foto 1). La risposta è di non procedere. E se tale decisione potrebbe trovare mille spiegazioni, la minuta della lettera che il giorno successivo da Roma inviano a Nudi, tradisce qualcosa: sono cancellate delle parole («egli ha affermato…») che tradirebbero quanto da Pasquini riferito su quanto conservato nella villa di via Carrara… (foto 2-2part.).

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E’ il mantra che si legge anche nella produzione della peggiore letteratura gialla: proteggi l’informatore! Era una regola anche della Polizia politica fascista, come di ogni struttura di intelligence che si rispetti (e desideri arruolare degli informatori anche in futuro / ben pochi si presterebbero, con la prospettiva di venire immediatamente bruciati ed esposti al pubblico ludibrio, quando non a sanzioni e processi). Qui, l’incredibile comunicazione al Tribunale speciale fatta dalla Pubblica Sicurezza – anno 1928 – dove si assume di non aver identificato né Tranquilli né lo pseudonimo Pasquini, pacificamente noti, e da tempo, a chi scrive. Perché tanta sollecitudine, mentre il Tribunale speciale commina pesanti condanne in danno di antifascisti di molto minor rilievo di Secondino Tranquilli?

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Fiduciaria (1923)

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 L’avventura di un povero cristiano (1968)

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