“Scantonamenti, attraversamenti. Le periferie d’Avezzano” – Il nuovo ipnotico libro di Giuseppe Pantaleo

Nell’epoca che avrebbe dovuto segnare la subitanea definitiva scomparsa del ‘libro’ inteso quale prodotto umano concettuale e, soprattutto, ancor più, fisico cartaceo, il recente dibattito che caratterizza gli ambienti culturali europei su tale oggetto e sul suo mercato ci dice in realtà che, per numero, le uscite di titoli sono al loro massimo storico di ogni epoca, tanto che gli operatori ancora indipendenti – Amazon prende tutto – sono chiamati ad operare delle selettive rigorosissime scelte tra le proposte da collocare in vetrina e sugli scaffali (cosa che costituirebbe, a dirla proprio tutta, il nucleo fondante della nobile attività del libraio, e che con l’avvento della grande distribuzione è finito in sottordine) onde fisicamente sopravvivere alla marea delle novità (alle scuole tecniche si sintetizzava così: first in first out). Addirittura, c’è chi ha teorizzato che molte uscite editoriali siano concepite in un’ottica di “obsolescenza controllata”, per rilasciare cioè il proprio potenziale in un arco relativamente ristretto di tempo, entro il quale far valere le proprie ragioni di vendita. Come dire: poche vendite, maledette e subito.

Giuseppe Pantaleo

In tale contesto, le uscite, (a) presidio raziocinante di un fronte immaginario che non c’è più, dilavato, in questo angolo residuale di Appennini, più dal greve fall-out di una modernità travisata che dalla globalizzazione, le uscite degli scritti di Giuseppe Pantaleo rappresentano un’autentica epifania di senso; epifania che in quanto tale è asincrona e sorprendente: non riceverà molti (ap)plausi prolochistici e studiosolocalistici ma di sicuro non è soggetta alla rapida obsolescenza di tanta produzione indigena, quella per intenderci che parte già irrimediabilmente sciatta, inconferente oltre Carsoli e decisamente comica passata la galleria di San Rocco, destinata ai fondaci umidi che costituiscono l’approdo ultimo di velleità scrittoriali non corrisposte (anche se talvolta pagate dal contribuente per il tramite del compare che fa l’usciere in questa o quella amministrazione).

Pantaleo dunque quale antidoto a quella parodia del folclore che il (tanto decantato e reclamato) Territorio (la lettera maiuscola è d’obbligo) ha scelto per declinarsi – tra nostalgia di mondi mai realmente esistiti e fisime provincialissime, sotto l’usbergo di quella che salveminianamente potrebbero rubricare quale prodotto tossico di due sindromi dalle quali il nostro Fucino pare proprio essere contemporaneamente e contraddittoriamente affetto: delirio di onnipotenza e mania di persecuzione – la cui robusta serie di creazioni dedicata ad Avezzano, trova con quest’ultima emissione, dedicata alla periferia (addirittura declinata al plurale!), il suo completamento ideale e materiale.

Ancora una volta l’Autore si cala, rigorosamente a piedi, nell’oggetto del suo studio, percorrendolo ossessivamente, e ritrovando: vie e passaggi vissuti, con altro occhio, nell’adolescenza; patchwork di interventi inusitati sopravvenuti più sull’abbrivio della pulsione individuale che del nerbo urbanistico; l’approssimazione di un’espansione amoralmente pensata e vissuta con poche regole.

Dal registro della descrizione da inventario di un panorama uniforme, dall’occhio e dalla parola, promana, dal testo (cento-pagine-cento), con un effetto trickle down mechanism, il succo di tanto struggimento. In passato abbiamo modestamente lodato un simile materiale, ravvisandoci un «effetto reloaded, di rimasterizzato», mentre in questo, non meno commendevole, ove pure in controluce c’è, ci sarebbe, la cittadina abruzzese degli anni Sessanta del secolo scorso, il frutto che si coglie ha un gusto amarissimo, pregno della consapevolezza che nulla potrà essere ricaricato; e men che meno, se non in una prospettiva di millenni, potrà programmarsi o verificarsi un reboot di questa Avezzano sgraziata e irriformabile.

Nessuna nostalgia sterile e fine a se stessa, dunque, e poca indulgenza. Persino il richiamo al too big to repair testimonia come Pantaleo guardi Avezzano ma pensi ai fenomeni complessi di un mondo vasto; e faccia, di quello che per molti è un feticcio da mascariare a propria discrezione e invenzione – il luogo di nascita e di vita –, un caso esemplare per ragionare di dinamiche e fenomeni, non fomite di pettegolezzo da retrobottega (senza offesa per il retrobottega).

Silone, moltissimi anni or sono, licenziando il primo numero di ‘Tempo Presente’, ci tenne a rappresentare, nell’editoriale, come in quel progetto avrebbero rubricato e considerato il provincialismo come una forma di incoscienza: avvertiva incombente il pericolo della chiusura, la catena corta del morbo del rifiuto, con tutta probabilità usmate nel chiostro delle montagne di origine (non a caso piuttosto evitate dal Nostro), montagne marginale rugosità (copyright: Fabrizio Barca) di quell’Italia Centrale disperante che vediamo ogni giorno di più perdere di senso (senno), comunque la si voglia mettere e vedere, per opera e ignavia di chi le popola. Pantaleo ne è fortunatamente immune.

(PJ Harvey, 2019: ‘There was a beautiful old road | trees on both sides | but they put the trees away | and they built the houses | Pity for the old road | and for the trees on the right and left side | In my childhood we are taking this road | always to go down by the river | and to love swimming | and coming back late in the evening | I still have the smell in my nose | It was dusty, and the trees… | I am recognising that a lot of time | has passed thruoght since I left | Some things are never gonna come back again | and not that it’s making me sad | It’s quite a normal process | but it’s giving a bit of a feeling’)

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