(Ri)Assetto del Territorio / 4 – INGV lascia gli Abruzzi?

Venere di Pescina: il dott. Fabrizio Galadini sulla faglia del terremoto del 1915


La notizia, a suo modo ferale, non la si legge sulle cronache locali (ormai ridotte – salvo poche lodevoli eccezioni – in una condizione addirittura peggiore della realtà che dovrebbero illustrare) ma su una prestigiosa testata nazionale (ed una ragione per la quale questa se ne occupi, della vicenda, pure ci sarà: e certamente non risiede nel comparaggio, o su un vincolo politico, o sul conferimento di un ufficio stampa, ecc.):

Verso la chiusura la sede Ingv dell’Aquila

è ormai ad un passo dal concretizzarsi l’addio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) agli Abruzzi, con la chiusura di quella sede che da Roma si era voluta impiantare nella nostra realtà, bisognosa di studio analisi opere, all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009.

A giudicare dal tono del responsabile della sede aquilana, il dottor Fabrizio Galadini (figura di preclara preparazione culturale e tecnica nonché – mi permetto sommessamente di aggiungere – di elevato spessore morale e umano), l’abbandono pare ormai decisione irreversibile e, con l’avverarsi di ciò, credo di poter tranquillamente affermare che le ricadute negative che ne deriveranno risulteranno gravissime. Gli aspetti materiali in gioco – i posti di lavoro di «una trentina di esperti, la maggioranza dei quali con contratto a tempo determinato», giovani e preparati –, per quanto gravi, sono persino poca cosa rispetto alla mole di conoscenza e di consapevolezza che il lavoro sul campo dell’Istituto ha già prodotto, in ordine alla microzonazione sismica come nelle coscienze, che verrà posto e tenuto in non cale, in uno sgabuzzino del nostro vivere civile, schiantato e derubricato dalle priorità per chissà quanti anni a venire (sino, all’occorrenza, al prossimo disastro, quando torneremo a partorire lacrime di coccodrillo).

Le Autorità locali, ed in primis la Regione Abruzzo, chiamata a chiudere una convenzione con l’INGV ergo a mettere mano al portafogli (attività che bene potrebbe tradursi o integrarsi con la concessione di facilitazioni o l’utilizzo di strutture nella propria disponibilità, ecc.) stanno per l’ennesima volta confermando il sospetto che alla fin fine un ritorno di poteri e prerogative a Roma, al patrigno Stato centrale (che in fin dei conti aveva coscienziosamente abbracciato e finanziato l’insediamento aquilano), non sarebbe e non sarà poi quella gran catastrofe alla quale in questi giorni, con la campagna referendaria, ci si riferisce. Tutt’altro. Perché il decentramento, la sussidiarietà, implicano responsabilità, studio.

L’incapacità sistemica e sistematica – di programmazione come di visione del futuro – di dare corso alle priorità si va per l’ennesima volta materializzando, chiama in causa soprattutto gli Abruzzesi (o gli Abruzzesici di dalfonsiano conio), che stanno per privarsi di uno dei pilastri di conoscenza dai quali ripartire onde costruire e strutturare, in prima battuta, la consapevolezza del rischio insito in un Territorio fragile, soprattutto nell’animo delle giovani generazioni, per poi arrivare ad adottare le migliori pratiche, per evitare i lutti e i dissennati comportamenti del passato recente. Un lavoro culturale dai tempi necessariamente lunghi, che non può essere interrotto ora.

Sì, i tempi sono duri per tutti, ma su certe cose credo non si possa lesinare, e speriamo che l’analisi della multiforme attività dell’Istituto nel nostro Territorio – recentemente spintasi sino a coinvolgere miriadi di cittadini in incontri pubblici sull’occorrenza dei terremoti, in occasione dell’anniversario del disastroso evento del 1915 – spinga chi può e chi deve a ben ponderare come evitare l’ennesima spoliazione, l’ennesimo danno, l’ennesima dimostrazione di scarsa consapevolezza.

ilmartellodelfucino@gmail.com

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