(Ri)Assetto del Territorio / 2 – La (strana) convinzione di sentirsi diversi (e migliori)

M.Ercole, "Controluce in collina", 1947

Come prevedibile, poche parole – non molto assennate e soprattutto formulate in totale riserva mentale – pronunziate in limine al convegno di Pescina (nel corso del quale i sindaci del Territorio hanno dato la plastica esemplificata dimostrazione delle ragioni per le quali noi si versa, attualmente, in una situazione drammatica) sono bastate per chiamare a raccolta una variegata pletora di soggetti più o meno pubblici, in difesa delle rispettive municipalità, tutte minacciate dallo spettro di una “fusione” (non sappiamo se con i centri viciniori, o in un’area più vasta). Campane a distesa scosse con largo anticipo non solo rispetto all’avvio delle complesse procedure che la norma prevede per “colare” più enti territoriali in uno (non sono essi d’altronde tenuti a conoscere anche l’iter di quel che a prescindere avversano, sarebbe pretendere troppo) ma persino sull’avvio di uno straccio di dibattito decente sul tema, e di qualche studio di fattibilità.

Tale raccogliticcia pletora minaccia già, come il Mussolini del crepuscolo, di chiudersi in un ridotto valtellinese, per difendere, fino alla morte, onore, labaro e gonfalone propri, ultimi presìdi rimasti su un Territorio per il resto totalmente desertificato. Desertificato, per colpa e responsabilità, ovvio: a) dello Stato cattivo che non tutela adeguatamente le nostre case sparse e non fornisce i servizi; b) della Regione matrigna, che taglia e non sovvenziona; c) più in generale, della Politica sporca [quella fatta dagli altri, va da sé!; e per la quale periodicamente, incidentalmente qualcuno si adatta a fare il galoppino; sempre per il bene del paese, ci mancherebbe altro!]. Solo che qui il ridotto è rappresentato da una fascia particolare di Territorio che corre dall’intersezione della Tiburtina Valeria con quella che sino a poco tempo fa era la Statale 83 (prima ancora la storica Nazionale 44), sotto Cerchio, ed arriva sino a Pescasseroli. Una fascia che per una buona parte, quella di Fucino, si identifica con il percorso della faglia del Serrone, e che – questo va detto – la Natura ha colpito in maniera spietata (e seconda in pervicacia solo alla dissennata azione antropica degli indigeni).

Senza volermi atteggiare a viaggiatore del grand tour o fine descrittore di luoghi remoti, per quanto poco elegantemente, riporto un passaggio di un mio modesto scritto («Bisogna digerire il terremoto». Il sisma del 13 gennaio 1915 nell’azione del governo Salandra: efficacia dei soccorsi, opinione pubblica, materie prime, truppe», in “Nuova storia contemporanea” bimestrale di ricerche e studi storici e politici sull’età contemporanea, a. XIX, n. 1 [gennaio-febbraio 2015], pp. 87-101):

[…] Cosa sia avvenuto esattamente tra Avezzano e Sulmona, in particolare in quel settore della conca del Fucino che ricomprende i centri di Collarmele Pescina San Benedetto dei Marsi Gioia Ortucchio Lecce nei Marsi (le risultanze certe di stato civile attestano 8.000 vittime) è vicenda difficile da ricostruire, se non con un approccio multidisciplinare e pietoso insieme, e forse, ormai, persino impossibile […]

che mi consente di sostenere che questo Territorio, così crudelmente flagellato dal terremoto di cento anni fa, ha in questo evento l’alfa e l’omega; arrivando da Roma o scendendo dall’Alto Sangro, questa zona appare come un enclave, totalmente diversa da tutto il circostante. Guardandola in modo affettuoso e con occhi imparziali, è l’ambito di tutta la montagna abruzzese peggio acconciato, precario, e ad azzardare mi spingerei a dire che da quel trauma del 1915 appena solennizzato (male) non ci si sia più, in realtà, ripresi del tutto.

Sia come sia, sostenere che questi paesi non siano omologabili ad e in un’esperienza affine è una vera e propria bestemmia: è rinnegare millenni di vita. Per tentare di fronteggiare una minorità a tutti evidente, occorrerebbe una grande unione ma piuttosto, sul terreno, si registra una soffocante parcellizzazione, ovvero quel che mi sono permesso di definire, nelle sue manifestazioni più ingravescenti, un risiko paesano. Qui si nota la lancinante assenza della Politica, quella vera, alta, con la maiuscola, che ha a cuore il destino delle università di cittadini e non dei logori simboli che dovrebbero esserne strumento e si sono ormai trasformati in gabbie.

Accanto e consustanziale a tale sentimento municipale (deteriore), si nota un bizzarro sentimento di alterità, di orgoglio. Beninteso, non vergognarsi o avvilirsi per le proprie origini, e rivendicarle, sembra moto d’animo nobile, difficile da condannarsi. Ma quando quest’orgoglio diviene una prigione, un qualcosa che ci impedisce di tentare di migliorare, di confrontare (e confrontarci) con le altre esperienze, di metabolizzare quel che avviene alle altre modeste latitudini, beh, si rischia di transitare nel grottesco sino a precipitare nel ridicolo. Quel che funziona per gli altri – ivi comprese le fusioni – da noi, si afferma, non può funzionare, quasi che la grande stima di quel che siamo (saremmo) e siamo stati (sentimento che qualche etnografo potrebbe spingersi a definire proto-mafioso), miscelata ad un sentimento di impotenza per una caduta verticale dell’economia della demografia e persino di senso intorno a noi, ci impedisca di “vedere” quello che, copiando (non inventando ex novo) potremmo mettere in campo per tentare di risollevarci. Rifiutandolo a priori, perché complicato, e perché attenta a poche facili certezze da ragionamento in piazza.

In realtà, questo idem sentire grandioso (ma straccione), campanilistico, ha scarsa ragion d’essere, e lo stesso Silone – tirato per la giacchetta, impropriamente, sul campo storiografico, per ogni cosa – ha bene riassunto la trama della contrada della quale stiamo trattando, definendola «povera di storia civile». Mai parole furono così giuste, intonate. In questo senso, nel post precedente, alludevo all’invenzione della tradizione, attività che tante volte ha fagocitato il rispetto del vero, e la considerazione del verosimile; ed impedito di aprirci verso l’esterno con occhi più attenti. Un simile gap culturale non si recupera facilmente. E l’avversione persino a considerare l’impatto di un progetto di fusione tra Comuni-polvere rientra tra le manifestazioni deteriori di questo deficit cognitivo collettivo.

ilmartellodelfucino@gmail.com

 

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