Revisionismi più paesani che internazionali in tema di stori(ografi)a contemporanea

Penso che quel che stiamo compiutamente osservando oggi sia l’esito di un processo iniziato tra la seconda metà degli anni Ottanta dello scorso secolo e l’inizio del decennio successivo. Trattasi essenzialmente di un climax. In senso proprio, ogni ricerca, in storia come in quasi tutte le branche della conoscenza umana, consiste nella ‘revisione’ di precedenti risultati e convinzioni, alla luce di nuove acquisizioni o di una riconsiderazione critica di quanto già noto, attraverso un metodo scientifico selettivo logico; cosicché non è così semplice definire e comprendere il fenomeno che è stato rubricato sotto la voce ‘revisionismo’, soprattutto per la sua disomogeneità, la non concludenza.

Nel mentre, in Inghilterra, ci si cominciava ad interrogare se l’Olocausto fosse effettivamente consistito in quel che pacificamente ci era stato sino ad allora descritto, e si procedeva alla misurazione quantitativa del fenomeno (ricordo una lunga teoria di calcoli sulla potenzialità sterminante dei lager: una contabilità di batteria), con il risultato di trovare – e dare – spazio solo tra gli sparuti denegatori integrali di quel male assoluto (non si era ancora giunti all’ostentazione nuda e pura del terrapiattismo; all’interlocuzione: questo lo dice lei!), da noi, residuali marche di una provincia in dissolvimento, si sono più modestamente sdoganati i ‘briganti’, tra le poche ‘mercanzie’ disponibili – insieme alle catastrofi naturali e alle tradizioni religiose – in una terra che Silone giustamente definì «povera di storia civile». Povera soprattutto per difetto e scarsa cura delle fonti.

Negli Appennini e principalmente sul versante del Regno di Napoli (e, a specchio, per osmosi, in quello pontificio), il fenomeno del brigantaggio è stato endemico, secolare. Nel torno di tempo esaminato si cominciò con quello che caratterizzò le nostre contrade montane e inaccessibili al momento della caduta dei Borboni e la creazione dello stato nazionale unitario italiano, a metà Ottocento. Atto simbolico di questo inizio fu un lavoro notevole ma che non aveva pretese storiografiche ma artistiche: Quadricromie di briganti, volti e scenari del brigantaggio meridionale, dicembre1991. Tra i principali facitori, per dire dello scopo, e della eterogenesi dei fini, Angelo Venti, Antonello Dominici e Giuseppe Pantaleo.

Contadini di Barile in carcere come briganti

Da allora, decine di appassionati hanno messo mano al brigante del proprio paese natio, o del mandamento pretorile di appartenenza, o del bosco contiguo, sino a creare, in poco più di tre siloniani lustri – grazie allo sterminato corpus documentario della Gran Corte criminale e delle Intendenze – un vasto strato di singole narrazioni, nelle quali, tranne lodevoli eccezioni, l’inevitabile indulgenza del biografo verso il biografato si accompagna alla decontestualizzazione dei fatti narrati dal momento storico nel quale pure si collocano.

Tale produzione, che non poteva oggettivamente trovare accoglienza (o opposizione) nella algida storiografia dei dipartimenti e degli storici di professione, era fatalmente destinata ad intercettare il movimento neo-borbonico, l’unico in grado di fornire una coerenza logica complessiva e di sistema alle singole avventure dei briganti. Briganti sui quali, sia detto per inciso, dopo la loro feroce repressione, per quasi un secolo era calato un ostinato oblìo, unito all’uso spregiativo del termine invalso nel linguaggio comune, almeno sino al centenario dell’Unità, quando del fenomeno – difficilmente sussumibile ad unicum – scrisse Franco Molfese: sarebbe stato opportuno, nel nuovo mood storiografico paesano, porsi la domanda se si fosse in presenza di una damnatio memoriae o, più semplicemente, di una rimozione di fatti dolorosi dalle popolazioni ascritti al sopruso più feroce, a prescindere dalla circostanza che la violenza dai briganti indubitabilmente esercitata avesse preso di mira soprattutto i benestanti e i padroni (gli unici a detenere dei beni, verrebbe da osservare); almeno ciò vuole una certa vulgata. Si è preferito acriticamente ripittare il tutto con una patina di vernice di lotta classista e di ribellione sociale che trova solo labilissimi appigli nella documentazione d’archivio, ricolma piuttosto di omicidi grassazioni ricatti e gesta di passo che ampiamente depongono in senso contrario.

Il combusto prodotto dalla rievocazione di questi briganti improvvisamente inopinatamente buoni – eroi di volta in volta romantici, avventurosi, controcorrente, maledetti – con cappe mantelli ricorrenze e nostalgie del Re Bomba e della sua dinastia illiberale, ha ingenerato un revisionismo tossico spintosi sino alla rimozione di lapidi, musei e altre amenità (amenità che a posteriori hanno legittimato la chiusura della storiografia ufficiale sulla questione brigantaggio; e persino una rivalutazione dei Savoia). Soprattutto, tali vicende hanno portato alla disconnessione progressiva del metodo storico e alla successiva sua sostituzione con pretensioni e illazioni di natura politica e sociologica, generalmente, oltre che poco fondate, scarsamente argomentate; di modo che qualsiasi confronto risulta impossibile, anche per chi anche di un surrogato di dibattito si accontenterebbe.

Lo sdoganamento del metodo, e la convinzione che i fatti possano essere adattati e martellati nella propria visione panprovinciale, quando non meramente interpolati o sbrigativamente bypassati, non potevano che saturare tutti gli ambiti di studio dei cultori locali. Fatti salvi coloro, pochi, rimasti a presidio delle buone pratiche, molti pensionati appassionati e giornalisti transitati allo studio delle vicende storiche delle nostre disgraziate plaghe con lo stesso approccio del bricolage, hanno cominciato ad inquinare i pozzi, facendosi forti della poca opposizione incontrata nell’opinione pubblica (che è debole in generale, e poco presente sul complesso tema del ‘Passato’ e delle sue visioni) e del mediocre successo riscosso nel volgo. Nessun assessment, nessuna peer review. Molta improntitudine, che per fortuna raramente valica la circoscrizione comunale di provenienza, proprio in ragione della natura autocentrata e strettamente georeferenziata e (s)calibrata del prodotto.

Il diluvio di bufale, fake news, connessione di fatti e situazioni che in relazione non sono, uniti ad una naturale sottovalutazione delle cognizioni dei campi della conoscenza umana dei quali si pretende di discettare – dalla geologia alla linguistica, dalla sfragistica alle teorie militari – hanno reso l’ambiente infrequentabile. Tutto iniziò con i briganti.

(1 – segue)

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