REVISIONISMI PICCONIANI – Celano, la fabbrica del falso (storico)

La folta platea radunatasi domenica scorsa (23 ottobre 2011) a Celano, presso il locale auditorium Enrico Fermi (realizzato nella scuola già intitolata al paesano medaglia d’oro Pasquale Santilli, nome piuttosto sorprendentemente abraso all’atto della (ri)denominazione della nuova struttura – ciò solo per attestare quanto sia forte, nell’ambiente, l’anelito a preservare la memoria, quell’anelito che stando ai nostri amici sottenderebbe certe iniziative [figuriamoci!]) era già, di per se stessa, talmente interessante, nella sua composizione, da giustificare ampiamente lo scomodo di approdare al centro castellano, tra macchine parcheggiate ovunque e gitanti reduci da Ovindoli.
Il parterre parlava di politica più di un consiglio regionale.

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[ Foto 1 – L’evento  ]

Abbiamo ammirato, d’un canto, il padrone di casa, il senatorefilippopiccone, lascivamente ammirato, di sotto al palco, da Benedetto Di Censo e Angelo Di Paolo, suoi sodali nella recente semiclandestina intestazione della piazza di Aielli Stazione al prefetto fascista Guido Letta. Dall’altro lato, girovagava bramoso, forse in attesa di conferire, il quartettocetra dell’abortito project financing dei parcheggi avezzanesi (in ordine di taglia: Cipolloni, Bianchini, Occhiuto, Giffi: esisterà un giudice a Berlino?). Al centro, troneggiava il geometra Ciaccia, affine del senatorefilippopiccone e dominus (nominale) dei rifiuti marsicani; in posizione trafelata il presidente della Provincia, Del Corvo, insieme al consigliere regionale Di Bastiano ed il coordinatore piddielle Verrecchia. Indietro, il trio diessino giovanilistico celanese Fidanza-Natalini-Finucci, vivida immagine speculare dello strapotere picconiano a Celano. Corrucciato, defilato, lo scultore Italo Ranalletta, in prima fila ed in grande spolver(in)o lo storico avezzanese Pitoni (corrente: genio civile-Psi).

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 [ Foto 2 – Il sinedrio ]

Tutti riuniti, apparentemente, per “onorare” l’avvocato socialista Filippo Carusi da Celano (1883-1941), «personaggio molto noto ma poco conosciuto» (felice definizione di Egidio Marinaro, personaggio che avevamo lasciato, un quarto di secolo fa, assessore regionale alla cultura, e qui presentatosi sul palco nelle vesti di storico e presidente di non abbiamo compreso bene quale istituzione di cultura [e finanziata da chi]), figura leggendaria, il Carusi (non il Marinaro) del movimento contadino del Fucino, sindaco di Celano per poco più di un anno nel biennio rosso.

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 [ Foto 3 – Le impronte del sovversivo ]

Peccato che alla fine della kermesse oratoria, che ha visto, in ordine, gli interventi di Marinaro (prodigatosi in una filippica di matrice socialista autonomista contro la terza internazionale degna di Cucchi e Magnani), Romolo Liberale, Giancarlo Cantelmi, Filippo Piccone e Gaetano Quagliariello, la figura del Carusi non ne sia uscita maggiormente lumeggiata rispetto all’inizio dell’incontro. Stupisce come si possa discorrere di Storia senza, sostanzialmente, portare in dote, in specie per un personaggio in passato poco studiato, un contributo documentale tangibile. Per quanto sul palco siano stati chiamati tre storici, abbiamo, alla fine della fiera, ascoltato degli interventi che in gran parte tendevano a legittimare il ruolo di oratori degli esponenti piuttosto che a trattare realmente l’oggetto-soggetto dell’incontro.
L’inquadramento storico del contesto locale nel quale il Carusi visse ed agì, finendo confinato dal fascismo e negletto nella professione, è stato curato dal leggendario anch’egli Romolo Liberale da San Benedetto dei Marsi, classe 1922, il maggior agitatore comunista durante il periodo della riforma agraria a Fucino, per quanto fosse formalmente in carico alla Camera del lavoro di Sulmona. Oratore facondo, Barbitt‘ si è prodotto in un intervento nel corso del quale sono state purtroppo riproposte e reiterate leggende e mistificazioni del tutto sprovviste del benché minimo apparato documentario probante quali: le lettere di denuncia sul post-ricostruzione di Silone sull’Avanti! del 1917 [tutti ne parlano ma nessuno le ha mai trovate, queste lettere; lo stesso ultimo curatore di «Uscita di sicurezza» (testo ove Silone diede atto della circostanza), Bruno Falcetto, ha invitato a tenere ben distinti il piano testuale-romanzesco da quello storiografico, e dunque a non prendere per oro colato tutto ciò che negli scritti di Silone si narra: niente da fare]; un fantomatico comizio della Kuliscioff a Pescina nel 1913; giornali che nessuno ha mai letto; ecc… Pazienza!

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 [ Foto 4 – Una denuncia di Filippo Carusi alle Belle Arti ]

Nel mentre il senatorefilippopiccone, con modestia degna di miglior causa, professandosi «mediamente ignorante», si è guardato bene dall’incamminarsi su un sentiero impervio quale quello della ricostruzione storica (tenendo solo a segnalare, dopo aver ascoltato gli altri interventi dei locali, che non si aveva intenzione di fare la storia della genesi del movimento socialista abruzzese e marsicano ma rievocare una figura prettamente celanese: un poco di sciovinismo paesano non fa mai male, e fa brodo: basti pensare all’iniziativa di un monumento ai due morti comunisti del 30 aprile 1950 nell’attentato nella piazza centrale, definiti “martiri”, in contrasto con la disistima mostrata persino con la fisiognomica per il cognome Torlonia [paradossale in un esponente del centrodestra]), il suo capogruppo al Senato, Quagliariello, che accorre spesso a Celano (non sarà, crediamo, solo per l’«odore di legna» che regna in paese già in ottobre, da egli decantato aulicamente; sempre di legna deve trattarsi però…) si è prodotto in un intervento di alto profilo nel corso del quale ha accostato la figura di Filippo Carusi a quella di Gaetano Salvemini. Inutile dire che le scarse fonti documentarie e dei testi a disposizione per il celanese rendano – con tutta l’ammirazione che nutriamo per l’avvocato Carusi – del tutto abnorme l’accostamento di costui ad uno dei più prolifici, internazionali e grafomani dei politici italiani, quale il Salvemini. Ma tale accostamento – con il ruolo dal Salvemini (storico lui sì, di Molfetta) rivestito sia in occasione del terremoto del 13 gennaio sia nella crisi dell’anno spartiacque 1915 a proposito della guerra europea – ha consentito al Quagliariello di gettarsi in un’abile e dotta disquisizione sui caratteri comuni di socialismo, combattentismo e fascismo. Corollario dell’affermazione principale sulla genesi dei tre fenomeni [che bene avrebbe potuto essere addotta anche con documenti inerenti la situazione nel decennio 1913-1922, ove qualcuno degli indigeni si fosse mosso a studiare le varie cooperative sorte a Celano in quell’epoca, a cominciare da quella propugnata dal Filippo Carusi e significativamente denominata «Andrea Costa», unita poi a quella dei reduci nel 1919-20: ma questo Quagliariello non poteva saperlo, e non ha avuto assist decenti) è stata la richiesta di affrontare i temi con «minor tasso ideologico». La prosecuzione del discorso del Quagliariello, con l’allegazione del fatto della collaborazione tra il Carusi e il locale maresciallo dei carabinieri a Gavoi (dove il nostro finì al confino) e altre attestazioni di rispetto tra gli avversari di quell’epoca, tra chi cioè spediva al confino e chi ci andava con il solo pastrano indosso (quando lo aveva), con trasferimenti di dieci giorni, ci è parsa molto insidiosa. Insidia che si è concretizzata, oltre con il cinguettare sul palco tra persone che dovrebbero animatamente combattersi, nell’intervento del già sindaco di Celano e già senatore comunista Cantelmi, che ha teorizzato l’esistenza di «un partito dei galantuomini» che esula dalle appartenenze politiche ed è dunque trasversale.
Di tutto il pomeriggio ci pare che il vero messaggio distillato dall’incontro sia quello, pernicioso, che in fondo alla notte del ventesimo secolo tutte le vacche siano nere, che Carusi e i suoi aguzzini siano in fondo parte non solo di una stessa comunità ma esprimano la medesima weltanschauung, che il prefetto Guido Letta e Romolo Tranquilli alla fine non sono così distanti, ecc…. Embrassons-nous!
Non è la prima manifestazione locale cui assistiamo nella quale si pretende che olio e aceto si mischino per decreto, magari a condire qualche manicaretto elettorale. Non è un caso, c’è un disegno. Propinabile solo in difetto di documenti e per mezzo di trattazioni molto vaghe. Anche sotto l’ombrello delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità d’Italia.
Con nostra grande angoscia, vedendo anche la reazione di chi è stato toccato personalmente da certi eventi, nella carne viva della propria famiglia, la cosa sembra funzionare.

Franco Massimo Botticchio

Il Martello del Fucino

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