Reportage Palestina – La Nakba. Ieri come oggi

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Il 15 maggio migliaia di bandiere coprivano le strade della Palestina, su queste bandiere una chiave simbolo di un ritorno che da 65 anni aspetta ancora risposta. Sotto l’ombra di queste bandiere un popolo che desidera tornare a camminare sulla propria terra.

a2.jpgSono passati 65 anni dalla Nakba, la catastrofe Palestinese, quando circa 750.000 palestinesi (i profughi sono oggi circa 7.5 milioni) furono cacciati o costretti a lasciare le lore terre e le loro case  per dare vita allo Stato d’israele. 7.5 milioni di profughi palestinesi che ancora oggi non hanno il diritto di tornare nei loro luoghi d’origine ma di cui ne custodiscono le chiavi, le foto, i documenti e i ricordi che tramandano ai loro figli. Un diritto al ritorno sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite ma mai applicato nè rispettato.

In tutte le città della Palestina una sirena di 65 secondi, un secondo per ogni anno di attesa,ha dato inizio alle commemorazioni.

a11.jpgA Ramallah, dopo aver reso omaggio alla tomba di Arafat,  rappresentanti politici, donne, giovani, e bambini provenienti dalle scuole dei campi profughi della Cisgiordania hanno dato inizio ad una marcia per le strade della città. Poche erano le bandiere di fazioni politiche,  poche le divisioni in un giorno che ha segnato il destino di questa terra.  Diversi sono stati i modi in cui bambini e ragazzi dei campi profughi hanno voluto ricordare la Nakba: i bambini indossavano cappellini con su scritto il loro luogo d’origine, i ragazzi sfilavano portando la chiave simbolo del ritorno e scandendo il passo con il suono dei tamburi della banda. Una sola voce: “Awda – Return”.

a21.jpgLa marcia si è conclusa con differenti interventi da parte di esponenti politici su un palco montato nella piazza Yasser Arafat (anche conosciuta come piazza dell’orologio). Tra gli interventi, sono stati ricordati i martiri palestinesi del campo di Yarmouk in Siria.

“Nonostante il passare del tempo, il diritto al ritorno non è diventato secondario o inefficace poichè esso rappresenta il cuore della questione palestinese”

A Qalandya la situazione è stata diversa. Una cinquantina di giovani palestinesi si sono ritrovati a commemorare la Nakba con un rally nei pressi del check point dove i soldati israeliani hanno risposto con lancio di bombe sonore, lacrimogeni e proiettili di gomma. Secondo fonti locali, sarebbero 4 i palestinesi rimasti feriti.

aa6.jpgAncora più tensione si è registrata a Gerusalemme dove  esponenti della destra israeliana in mattinata hanno cercato di entrare nell’area della moschea di al Aqsa, facendo un appello anche su facebook., in occasione della festa ebraica di Shavu’ot. I palestinesi del quartiere di Bab Hutta sono riusciti a fermarli fino all’intervento dell’esercito  in difesa dei cittadini israeliani.

a3.jpgSempre a Gerusalemme ci sono stati scontri nei pressi della porta di Damasco dove  i palestinesi ritrovatisi per commemorare la Nakba hanno iniziato una marcia verso Salah ed-Din street ma sono stati brutalmente fermati dall’imponente schieramento delle forze israeliane, molte delle quali a cavallo, con getti d’acqua, bombe sonore, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. 19 palestinesi sono stati arrestati e 4 sono rimasti feriti a seguito delle cariche della polizia israeliana.

Momenti di tensione si sono registrati anche nei pressi della priogione di Ofer, a Hebron e Betlemme.

a4.jpgIl presidente palestinese Abbas in un video-messaggio trasmesso dalla Tv palestinese ha affermato che i palestinesi non accetteranno alcun accordo in cui non sia previsto il pieno diritto al riconoscimento di uno stato indipendente comprendente tutti i territori occupati nel 1967. Allo stesso tempo, tuttavia, ha sottolineato che l’Autorita’ Palestinese continua a credere nella possibilita’ di raggiungere degli accordi con Israele, attraverso una two-state solution volta a raggiungere e salvaguardare la pace di questo popolo anche attraverso il rilascio di tutti i prigionieri politici palestinesi.

La commemorazione della Nakba e’ uno dei momenti cruciali per i Palestinesi che ancora sognano e lottano per tornare nelle proprie case. Il diritto al ritorno è una delle questioni calde dei processi di pace, su cui mai si e’ trovato un accordo tra le parti. Ma non resta un ricordo di 65 anni fa. Ancora oggi la Nakba continua sotto forme differenti che non riguardano solo la repressione militare, ma anche un sofisticato sistema di leggi funzionali alla strategia israeliana di occupazione della Palestina.

a7.jpgUn  esempio di questa politica lo si puo’ vedere nella zona di Gerusalemme Est e dell’Area C[1]: la demolizione delle case, l’espulsione delle famiglie, il non riconoscimento del diritto di proprietà dei palestinesi che hanno abbandonato le proprie case o sono stati espulsi durante le guerre del ’48 e del ’67, la confisca delle terre sulla base di esigenze militari o di sicurezza (come la costruzione del muro o le zone cuscinetto create attorno alle colonie), la revoca delle carte di identità dei palestinesi di Gerusalemme che non vivono in modo continuativo  nella città o che non riescono a dimostrare la loro presenza in modo legale.

Quando ero giovane e bello

la rosa era la mia dimora

e il mio mare erano le sorgenti.

Ma la rosa è diventata una ferita

e le sorgenti un’arsura.

Forse sei cambiato molto ?

No, non sono cambiato molto

Quando torneremo come il vento

verso la nostra terra

guarda bene la mia fronte

vedrai le rose diventare palme

e le sorgenti diventare sudore.

Mi troverai come ero prima

giovane e bello.

(Straniero in una citta’ lontana – Mahmoud Darwish)

La redazione di site.it ringrazia

Valentina, Marco, Giulia per l’articolo

e Giulia della Casa per le foto


[1] L'”Interim Agreement” degli Accordi di Oslo (1993-1995) ha stabilito la divisione della Cisgiordania in tre aree. Area A sotto controllo palestinese che comprende il 17% della WB; Area B sotto controllo palestinese per gli affari civili e israeliano per la sicurezza che comprende il 21% della WB e l’ “Area C””, che designa il territorio della Cisgiordania sotto esclusivo controllo israeliano, militare e civile,e che  rappresenta oltre il 62% dell’intera Cisgiordania. Il 70%  dell’Area C è stato interamente destinato alle colonie, alle zone cuscinetto accanto al muro e a alle zone militari chiuse.
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