Perché non si fece Powercrop

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Per spirito di verità: perché non si fece Powercrop

Per molti anni ha aleggiato sul cielo e sulle sponde del Fucino la minaccia della mega-centrale a biomasse Powercrop, ossia del progetto di un impianto di incenerimento che sarebbe dovuto sorgere vicino al Madonnone, a Borgo Incile di Avezzano, e che avrebbe dovuto bruciare ogni anno 270.000 tonnellate di cippato di pioppi, per produrre energia. Il sospetto di molti era che la centrale a biomasse si sarebbe presto trasformata in un inceneritore di rifiuti, dato che questi secondo la normativa italiana sono anch’essi biomasse, e che sono disponibili in abbondanza, a differenza del cippato di legno. La diffidenza era accresciuta dalla vicinanza della centrale con la città di Roma, gigantesco centro urbano privo di un’idonea rete impiantistica in grado di smaltire le enormi quantità di immondizia ivi prodotta.

Sospetti e diffidenze che vengono raccolte e fatte proprie dal comitato “No Powercrop” – nato nell’autunno 2007 dai cittadini di Borgo Incile e guidato da Sefora Inzaghi – che ha funzionato da catalizzatore e sprone per chi effettivamente si è opposto, tra mille difficoltà, alla costruzione dell’impianto.

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Ma il comitato di Borgo Incile non nasce dal nulla. Ricordiamo che nel disinteresse generale, il 19 settembre 2007, presso il Ministero delle politiche agricole a Roma fu siglato l’accordo tra Regione, Provincia, comune di Celano, organizzazioni sindacali e le società Sadam, Eridania e Powercrop, con cui si decideva come utilizzare i soldi stanziati per la riconversione dello zuccherificio di Celano. Ma i termini dell’accordo e le caratteristiche dell’impianto erano avvolti dal mistero assoluto. L’accordo, sottoscritto dalle parti all’art. 5 (segretezza delle informazioni), prevedeva espressamente: “Ciascuna parte si impegna a mantenere riservata ogni informazione tecnica e/o commerciale, verbale o scritta, ricevuta dall’altra Parte e ad utilizzarla per i soli scopi del Presente Accordo di Programma, anche dopo la cessazione dei suoi termini di validità. Resta inteso che le parti concorderanno quali informazioni verranno rese pubbliche nell’ambito del Piano di Comunicazione”. Nell’art. 2 (comma 2.1.3), si precisa poi che “Powercrop renderà disponibile la propria struttura per il conseguimento di questo importante obiettivo temporale (comprese le strutture di Comunicazione dei due Gruppi, che hanno una significativa esperienza in tematiche di questa natura”. Insomma, i rappresentanti politici e sindacali del territorio accettano di mantenere la segretezza sull’impianto in via di realizzazione a Borgo Incile e di delegare tutta la comunicazione alla Powercrop.
A rompere il muro di omertà è la testata site.it che il 24 settembre 2007 pubblica site.it/briganti 2007-1 con cui si lancia un primo allarme su questo e altri impianti simili in arrivo nel Fucino e 4 giorni dopo pubblica site.it/briganti 2007-2, con cui svela retroscena e termini dell’accordo sull’impianto Powercrop con i nomi dei firmatari. La notizia provoca il caos e la scomposta reazione della Coldiretti che diffonde un volantino in cui si attacca direttamente il direttore di site.it e si dichiara che la proposta dell’impianto a biomasse era stata avanzata proprio dalla Coldiretti. La testata risponde con un nuovo numero, site.it/briganti 2007-3, con cui si rendono noti i progetti di altri 3 impianti simili nel Fucino, di cui uno sempre nel nucleo industriale di Avezzano.
La serie di clamorose rivelazioni contenute nei ciclostilati site.it/briganti scoperchiano la pentola. Ad esse seguono, nell’ordine, la nascita del Comitato No Powercrop, le proteste degli agricoltori e il dissenso di alcuni politici locali: la prima a schierarsi apertamente contro l’impianto fu l’assessore regionale Daniela Stati. Infine, i ricorsi contro l’impianto da parte dei Comuni di Luco dei Marsi e di Avezzano e delle associazioni ambientaliste e degli agricoltori.

powercrop-1Ma torniamo al progetto della Powercrop a Borgo Incile, un mostro di enorme impatto anche visivo, con una ciminiera altissima, ed intorno un traffico di centinaia (dicesi: c-e-n-t-i-n-a-i-a) di tir al giorno. Emanazione della Maccaferri, trovava origine nelle disposizioni normative del 2006 che prevedevano la chiusura di molti zuccherifici e la loro “riconversione”. Il progetto doveva consistere, in modo piuttosto bizzarro, nella riconversione-dislocazione dello zuccherificio Eridiana-Sadam di Celano, destinato, come purtroppo è stato, alla chiusura.

La legge prevedeva un «piano per la razionalizzazione e la riconversione della produzione bieticolo-saccarifera» per ogni zuccherificio, la sua approvazione da parte di un apposito Comitato interministeriale costituito ai sensi dell’art. 2 comma 1 della legge 81/2006 e il placet finale del Ministero delle Politiche Agricole.

Tanti erano i dubbi riguardanti il progetto Powercrop: il piano di riconversione dello zuccherificio di Celano del gennaio 2007 prevedeva inizialmente una centrale a biomasse, una centrale orticola e la realizzazione di un sistema di serre; non vi era stata alcuna concertazione con il Comune di Avezzano anche se prevista dalle direttive ministeriali e dalla “intesa quadro” dell’agosto 2007; il Corpo Forestale dello Stato aveva espresso due pareri negativi segnalando la totale assenza di disponibilità di biomasse forestali e agricole; l’inceneritore sarebbe dovuto sorgere nei pressi di beni monumentali vincolati dalla Soprintendenza (ex zuccherificio SAZA di Avezzano; Regolatore delle acque di Borgo Incile) e il Ministero dei Beni Culturali non era stato convocato; il Comune di Avezzano era stato estromesso anche dall’Accordo di riconversione del settembre 2007. Accordo che meriterebbe una trattazione a sé: basti pensare che pur annoverando diverse parti pubbliche tra i sottoscrittori, era in esso contemplata una para-mafiosa clausola di riservatezza!).

Anche le organizzazioni datoriali degli agricoltori si erano presto rese conto di tali criticità e avevano ritirato la firma dall’accordo di riconversione che avevano dato in un primo tempo, forse non ponderando adeguatamente le possibili ricadute che un simile impianto di incenerimento avrebbe potuto comportare al settore della produzione di ortaggi e insalate.

Come primo passaggio autorizzativo Powercrop aveva bisogno del giudizio positivo del Comitato regionale di Valutazione di Impatto Ambientale (Comitato VIA).

Tutto lasciava presagire un giudizio negativo, considerato che in tale Comitato siedeva anche un rappresentante del Corpo Forestale dello Stato, che aveva formalmente espresso ben due pareri negativi.

Inaspettatamente, il 7 settembre 2010 il Comitato Regionale VIA, presieduto dall’ineffabile direttore Antonio Sorgi, esprimeva parere positivo con prescrizioni. Emergerà successivamente che il Sorgi e sua moglie avevano relazioni imprenditoriali e societarie con tale architetto Vaccarini, incaricato dalla Powercrop di curare parti della progettazione della centrale a biomasse di Russi, Ravenna (su questa circostanza – meglio: sulla denuncia di tale gravissimo fatto, presentata nella primavera 2015 dai due responsabili di questo foglio – è tuttora pendente, in Pescara, un procedimento penale: per diffamazione, a carico dei denunzianti; con il Sorgi parte lesa!).

powercrop-4Iniziava una lunga battaglia che vedeva coinvolti i comitati locali, i quali proponevano un ricorso al Tar Abruzzo insieme alle organizzazioni agricole, le associazioni ambientaliste e ai cittadini di Borgo Incile e dintorni. Altri ricorsi venivano proposti dai municipi di Avezzano e del contiguo centro di Luco dei Marsi.

sefora webIl Comune di Avezzano, durante il periodo della sindacatura Floris, adottava anche il Piano di Assetto Naturalistico (PAN) della Riserva Regionale del Monte Salviano e – al fine di contrastare il progetto – includeva l’ex zuccherificio nella fascia di protezione esterna della Riserva, pur tralasciando successivamente di adottare i provvedimenti necessari per perfezionare l’iter approvativo (che, sia detto per inciso, al 2018 non si è ancora concluso / sarà un caso, per carità!).

Le iniziative giudiziarie spingevano inizialmente la Regione Abruzzo a decidere di soprassedere dal dare corso all’iter autorizzativo, in attesa dei pronunciamenti del giudice amministrativo.

Tuttavia, nel 2012 veniva emanata una disposizione normativa nazionale avente lo scopo di velocizzare i procedimenti dei progetti di riconversione del mercato bieticolo-saccarifero. In particolare, l’art. 29 del decreto-legge 5/2012 stabiliva che i progetti approvati dall’apposito Comitato interministeriale rivestivano carattere di «interesse nazionale», anche ai fini della definizione e del perfezionamento dei processi autorizzativi (comma 1); e il Comitato interministeriale veniva autorizzato a nominare un commissario ad acta incaricato di sostituirsi alle Regioni e di approvare velocemente i progetti (comma 2).

La sentenza della Corte costituzionale 62/2013 dichiarò però l’illegittimità dell’articolo 29, comma 2, del decreto-legge 5/2012 perché non rispettoso della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni e in quanto configurante un potere sostitutivo statale contrastante con l’articolo 120 della Costituzione. Da ricordare – e non sia detto per acribia o per polemica – che il giudizio di costituzionalità nasceva da un ricorso della Regione Veneto.

I gruppi di pressione schierati a favore delle centrali a biomasse, interessate agli enormi incentivi agli impianti previsti dalla normativa sulla riconversione, si davano però da fare e durante la prima lettura alla Camera dei Deputati della legge di conversione del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (c.d. “Decreto del fare”) riuscivano a far introdurre i commi 4-bis e 4-ter dell’articolo 6. Con tali norme i progetti di riconversione venivano dichiarati «di interesse strategico nazionale» e si prevedeva nuovamente la possibilità per il Comitato interministeriale di nominare un commissario ad acta: era evidentemente l’intento di velocizzare e favorire la realizzazione dei progetti di riconversione, tra cui la centrale Powercrop di Borgo Incile.

powercrop-2Queste modifiche normative non videro concretamente la luce poiché gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati vennero soppressi durante il passaggio in Commissione, al Senato, del Disegno di legge di conversione numero 974.

L’eliminazione dei commi 4-bis e 4-ter fu un fatto bipartisan perché nelle sedute di Commissione dei primi giorni dell’agosto 2013 vennero approvati tre emendamenti eliminativi praticamente identici: l’emendamento 6.8, a firma dei senatori del M5S Montevecchi, Bulgarelli, Blundo, Castaldi; l’emendamento 6.9, a firma del senatore del centro-destra Scilipoti (sì, proprio lui!); l’emendamento 6.10, a firma dei senatori del centro-sinistra Verducci, Caleo, Ruta, Santini, Cuomo, Manassero, Mirabelli, Morgoni, Puppato, Sollo, Vaccari, Lai. Tutti e tre gli emendamenti recavano lo stesso testo: “sopprimere i commi 4-bis e 4-ter”. Non è quindi corretto affermare – come abbiamo recentemente orecchiato – che la scomparsa dei commi 4-bis e 4-ter sia merito di singoli politici marsicani: vi fu, al contrario, un’ampia convergenza di molti senatori di tutte le parti politiche, dei tanti territori interessati dai progetti di riconversione della Powercrop (Emilia, Toscana, etc.), e i comitati locali si attivarono fortemente per ottenere tale risultato.

Soprattutto, va ricordato che dopo il 2013 i progetti ripresero vigore e stavano andando avanti con forza. Infatti l’art. 30-ter del decreto-legge 91/2014, introdotto in sede di conversione (legge 116/2014) aveva ribadito e rafforzato il concetto dell’interesse nazionale, stabilendo addirittura che i progetti di riconversione rivestivano interesse “strategico” e di “priorità nazionale”.

La Powercrop tornò quindi alla carica con forza e nei primi mesi del 2015 riuscì a ottenere, dal Comitato VIA, due giudizi positivi su varianti progettuali (i numeri 2488 e 2489, entrambi del 5 marzo 2015) della centrale a biomasse di Borgo Incile.

Il progetto di centrale a biomasse fu quindi sottoposto all’esame della Conferenza di servizi della Regione chiamata a svolgere il procedimento di Autorizzazione Unica. Fondamentale fu l’opera di persuasione dei comitati locali, che evidenziarono anche il contrasto dell’opera col Piano Regionale della Qualità dell’Aria. Si giunse così al diniego di autorizzazione del 27 aprile 2015, emesso con Determinazione DA133 della Regione, in un clima surreale, mentre sotto le finestre della Regione in Viale Bovio, a Pescara, centinaia di persone manifestavano contro la centrale.

Non era finita: la Powercrop presentò ricorso e il Tar Abruzzo emanò un’ordinanza cautelare che prevedeva il riesame di tale determinazione, decisione confermata anche dal Consiglio di Stato a Roma con un’ordinanza sostanzialmente “pilatesca”.

Nuove sedute della Conferenza di servizi si tennero nel marzo e aprile 2016, e la Regione Abruzzo, il cui comportamento non fu esente da ambiguità, emanò una seconda determinazione negativa, il 13 maggio 2016. Nello stesso torno di tempo la Regione Abruzzo stabilì di recedere, fuori tempo massimo, e con procedura veramente ardita, dall’Accordo di riconversione del 2007, dopo aver costituito un particolarissimo e bizzarro “gruppo di lavoro” sul tema.

Ne seguì, nel giugno 2016, un nuovo ricorso della Powercrop, intenzionatissima ad andare avanti nel progetto di inceneritore da realizzarsi a Borgo Incile, che aveva ottime possibilità, a questo punto, di andare a dama. Stavano infatti emergendo i tanti pasticci e i provvedimenti raffazzonati emessi dalla Regione e dai comuni, con il concorso di tanti oppositori improvvisati (molti dell’ultima ora, a dir la verità; e qualcuno poi non così genuino).powercrop-5

Ma a questo punto è intervenuto un fattore esterno che ha provocato, stavolta sì, il vero blocco del progetto Powercrop. Un vero colpo di teatro inopinatamente ma provvidenzialmente escogitato dal ministro Calenda. Il 23 giugno 2016 veniva emesso un decreto del Ministero dello Sviluppo Economico recante «Incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico» che dirottava su altri impianti gli incentivi economici previsti inizialmente per i progetti di riconversione degli zuccherifici: senza tali incentivi il progetto di Borgo Incile è diventato antieconomico e non verrà più realizzato. E’ stata infatti stabilita l’estromissione dei progetti non ancora autorizzati alla data del 5 febbraio 2015 dall’accesso agli incentivi di cui alle leggi 296/2006 e 244/2007, e al Decreto ministeriale 18 dicembre 2008.

La perdita degli incentivi ha portato la Powercrop a concentrarsi solo sugli impianti di Villasor/Macchiareddu (Cagliari) e Russi (Ravenna), ossia sugli unici progetti “già autorizzati” alla data del 5 febbraio 2015.

Sono stati quindi fondamentali, nella battaglia Powercrop, la ferma opposizione in sede procedimentale del Comitato locale di Borgo Incile, i due dinieghi opposti dalla Regione nel 2015 e 2016 (da cui sono scaturiti due ricorsi di Powercrop), e i tanti ricorsi proposti da comitati e associazioni fin dal 2010, che hanno spinto la Regione a tenere congelato il poco provvido “parere” positivo VIA del 7 settembre 2010.

Bisogna comunque rilevare che il progetto si sarebbe bloccato subito se non fosse stato concluso l’Accordo di riconversione nel 2007 e se nel 2010 il Comitato VIA non avesse dato giudizio positivo (lo stesso Comitato che non altrettanto solerte è stato per la definizione della pratica parallela [e bloccante] del PAN Salviano / ma trattasi di pura casualità, ovvio) . Tante forze sono state concentrate nell’attività di opposizione al progetto della centrale a biomasse, ma forse potevano essere usate diversamente – e dirottate su altri scopi di pubblica utilità – se l’assurdo progetto fosse stato subito abbandonato, come avrebbe dovuto essere.

Purtroppo non possiamo scordare i tanti atteggiamenti ambigui di personaggi locali: dagli agricoltori che si dicevano contrari all’impianto ma concludevano ricchissimi contratti preliminari con la Powercrop per i terreni oggetto dell’insediamento, a quelli che costituivano consorzi per il conferimento del cippato. Veramente assurda, poi, la condotta delle organizzazioni sindacali Flai-CGIL, Fai-CISL, Uila-UIL, le strutture eredi cioè di chi guidò le battaglie contadine degli anni Quaranta e Cinquanta, che sono giunte a costituirsi nei ricorsi davanti al Tar e al Consiglio di Stato a fianco della Powercrop e che hanno fornito a quest’ultima i referenti e lobbysti locali, in nome di una difesa dei livelli occupazionali quantomeno pelosa. Surreali anche i comunicati stampa delle associazioni sindacali che parlavano di progetti “a costo zero” per le casse dello Stato, dimenticando i milioni di incentivi prelevati dalle bollette di tutti gli utenti italiani.

Una brutta vicenda.

Roger


TRATTO DA: “Il Martello del Fucino” 2018/2: SCARICA IL PDF

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