Non c’è l’exit strategy – La disperata protesta a Pescina per l’ospedale Rinaldi

Confesso di non avercela fatta, sabato sera, a ciclostilare un “Martello” con inchiostrato sopra il mio personalissimo e modestissimo parere sulla vicenda dell’ospedale. [ per scaricare il solo file pdf del N. 15 CLICCA QUI ]

Fatta salva l’irrilevanza di tale parere, più che il timore di dover poi fare a pugni con alcune decine di persone (eventualità quasi certa, e se avrete la pazienza di leggere queste poche righe comprenderete quanto il paventato timore fosse fondato), mi ha arrestato nel proposito il constatare de visu la costernazione della popolazione, sinceramente affranta da una spoliazione dalla quale – a meno di un miracolo – non ci potrà salvare nessuno (per tacere delle ricadute che in futuro la scomparsa del “Rinaldi” comporterà, che si tradurranno in costi sociali pesantissimi: la gente questa cosa l’ha già ben chiara innanzi agli occhi). Come sostengono alcuni miei detrattori, sono romano (di adozione) ma non per questo cesso di essere di Pescina, e lo sono anche quando a doversi smazzare e a doversi arrampicare sui terrazzi (e sugli specchi) per ribaltare l’esito ineluttabile di una guerra non combattuta per tempo, sono soprattutto coloro che oltre a schernire me (e pazienza) hanno trattato in malo modo quelle povere donne che per un tempo infinito hanno portato avanti, nell’androne e dinanzi il nostro presidio, una protesta molto civile e molto bella sotto l’egida del Comitato pro ospedale.
Io sono di Pescina, e ho ritenuto non fosse giusto filosofeggiare su un movimento di popolo, sebbene fossi (e sia tuttora) piuttosto perplesso sulle modalità e sugli scopi del blocco del traffico veicolare in alcuni punti del paese. Dopo quattro giorni di tale agitazione è però l’ora di analizzare cosa sia successo e cosa, soprattutto, andrà verosimilmente ad accadere, a breve.
Sì, perché per quanto l’isola pedonale impropria costruita a Pescina Nuova non sia affatto male, prima o poi, volenti o nolenti, quei cassonetti, quelle sedie e quegli ostacoli frapposti alla circolazione dovranno andare via. L’effetto mediatico cercato con l’agitazione è stato appena decente, e la nostra Repubblica autonoma non sembra aver interessato più di tanto i giornali. Analogamente, abbiamo provato in maniera tangibile l’assoluto isolamento nel quale versa la causa del nostro presidio a livello di politica regionale e nazionale. Due fatti tangibili che non promettono nulla di buono. A voler essere realisti, suonano come una campana a morto per la nostra causa. Tra Pescina (e gli altri paesi viciniori) e le Autorità pare esserci un distacco incolmabile: anche il tavolo tecnico provinciale è saltato prima ancora di nascere, mentre impetrare l’intervento del Prefetto non produrrà, credo, grandi frutti.
La scena, invero piuttosto disperante, della riconsegna dei certificati elettorali mi ha fatto pensare che per non ritrovarsi nella condizione di restituire la scheda dopo bisognerebbe farne un buon uso prima. Da questo punto di vista a Fontamara siamo indifendibili, e prova ne è lo scrosciante applauso raccolto da uno degli oratori di domenica all’atto di chiedere dove fosse mai finito il senatore Piccone… anche al sindaco di Pescina, suo affiliato (suo, di Piccone), è toccato applaudire…
Qui il discorso – che non vuole costituire una polemica, un’assegnazione di giudizi e patenti, ecc. – ci riporta all’ultima tornata delle elezioni provinciali, tenutesi non più di cinque mesi fa. Mi corre l’obbligo di rammentare, in un paese dove la memoria pubblica è molto corta (e spesso strabica), che nel corso di un comizio in piazza piuttosto movimentato (almeno per me, per via della claque che circonda il primo cittadino e che lo sta rendendo sempre più inviso alla restante parte di popolazione) ho udito dire al sindaco Radichetti, con le mie povere orecchie, che per l’ospedale non c’era problema, e che il suo funzionamento era semplicemente perfetto. Per chi, in quella elezione, ha fatto presente che già a novembre 2009 l’assessore regionale alla sanità Venturoni ci aveva dato, con il suo bel sigaro, l’estrema unzione, in un drammatico incontro a Pescara, la sorte ha passato una pessima mano di carte. Il tentativo, tutt’altro che velleitario, di proporre lo status montano alla Regione per i presidi ospedalieri di Pescina e Tagliacozzo attraverso apposito disegno di legge è stato accolto come un piatto di ciancia ad un banchetto. Il banchetto era quello delle provinciali, dove il tifo ha superato ogni tentativo di ragionare criticamente sui problemi e il cui risultato ci ha definitivamente condannato alla morte. Il vero banchetto lo hanno però fatto altri, in qualche ufficio di potere e sottopotere, ridendo di noi, cafoni abbacinati dallo sfolgorare di una scheda elettorale (siamo arrivati al punto di applaudire la benedizione congiunta di due parroci ad un autobus ARPA del 1982… e qui mi taccio…).
Ricordo altresì con sommo dispiacere quando in occasione del Premio Silone (dicembre 2009) ardimmo, in pochi, recarci a San Francesco per tentare di interloquire con il presidente della Regione Gianni Chiodi. Che effettivamente si fermò, e cortesemente – perché lui è molto cortese – ci sciorinò quanto l’AIOP e gli imprenditori della sanità privata che lo hanno elevato (unitamente al popolo bue) a quel suo posto desiderano che ripeta in ogni frangente (ognuno fa il proprio mestiere): i trentacinque ospedali in Abruzzo, il debito, ecc.. In quell’occasione, il nostro sindaco, quasi fossimo dei vermi di cui vergognarsi, entrò ed uscì dal’ingresso di Orto dei frati, metaforica rappresentazione di un incontro che egli non ha mai voluto. L’opzione di far leva sulla protesta del Comitato – giusta, sbagliata, quello che sia – per chiedere ai suoi referenti istituzionali e politici di attivarsi affinché non venisse scavalcato (lui, e quindi loro), al nostro sindaco non è mai venuta in mente. Forse non poteva metterla in pratica. Certo è che si è accontentato di un paio di visite del senatore Piccone e del consigliere Di Bastiano, due figure che sulla questione dell’ospedale – lo abbiamo scritto più volte, in tempi non sospetti e con termini coloriti – non possono che esserci oggettivamente nemici (non avversari: nemici). Adesso, il nostro sindaco ha fatto ammenda, e ci è venuto a dire che chi aveva promesso non gli ha dato. Sarebbe ragione sufficiente per farsi da parte, se non altro perché non è nemmeno ipotizzabile che tra qualche mese lo si veda tornare, a bocce ferme, a candidarsi per una parte politica che gli ha rifilato una simile fregatura. Ma egli, il sindaco, ha detto che quella fascia “dovranno strappargliela” fisicamente, ed allora sta bene così. Si potrebbe tornare un poco più indietro nel tempo, alla fiaccolata per la paventata chiusura di chirurgia ai tempi di Del Turco, e all’assordante silenzio sfoderato quando la chirurgia se la sono portata via veramente, sotto l’imperio di Chiodi. Potrei continuare per una trentina di pagine (le manifestazioni ogni volta saltate e rinviate, il rifiuto di affrontare il tema in consiglio comunale anche attraverso la costituzione di una commissione, ecc.) ma credo che chi abbia un poco di obiettività non possa che essere già sintonizzata sulla lunghezza d’onda che sul fatto che sulla questione dell’ospedale l’attuale giunta municipale abbia sbagliato tutto. Ha talmente sbagliato che ora, dopo anni di silenzio i suoi componenti sono costretti ai blocchi stradali, ad urlare, a smaniare. Per non urlare adesso si doveva parlare prima, nelle sedi competenti, magari a bassa voce. Non c’era la garanzia che ci saremmo salvati dalla scure della Baraldi ma ci saremmo sentiti a posto con la coscienza, sapendo che si era tentato tutto.
Ad urlare, negli ultimi giorni, sono arrivati, a Pescina – e sotto un certo profilo sono i benvenuti – anche i sindaci dei paesi vicini, che negli ultimi anni, tranne rarissime eccezioni, del “Rinaldi” se ne sono bellamente stracciafregati. Da quel che ho compreso udendoli domenica pomeriggio nel parcheggio dell’ospedale (con l’appendice di lunedì di un ulteriore sindaco che è anche esponente della sanità privata – e che naturalmente ha fatto il discorso più eversivo di tutti), la politica, anche ai nostri infimi livelli, va deteriorandosi nella ricerca mediatica del consenso spicciolo. Per ottenerlo, i primi cittadini oratori non hanno esitato, cinicamente, a rovesciare un fiume di bile verso i politici più alti, per i quali hanno fatto tutte le campagne possibili immaginabili (qualcuno dal 1975): ottenendo l’applauso facile, di stomaco. Non c’è però bisogno di chiamare un sindaco da fuori per urlare al microfono che la Baraldi ha scritto “cazzate”, e ci vuole una certa tendenza a solleticare le viscere del popolo (che si trova sotto shock, ed è pronto ad applaudire persino il diavolo pur di sentirsi un poco rasserenato) quando si passa a paventare un infarto per la stessa dottoressa che ha redatto il piano. C’è un però: finito l’incontro, il sindaco di Aielli ritorna ad Aielli tutto soddisfatto del suo eloquio a vedere la partita dell’Inter, mentre il piano Baraldi è legge, e lo è da venti giorni: http://sanitab.regione.abruzzo.it/dalladirezionesanita/allegato+b2.pdf
Queste considerazioni ci riportano al problema che ci eravamo posti sopra: quali sviluppi auspicare e sostenere nell’attuale situazione. Non credo che facendo a gara a prendersela con i sindaci del circondario oggi assenti, i primi cittadini presenti risolvano molto. Invece di urlare contro il sindaco di San Benedetto dei Marsi (ci manca poco che la colpa della chiusura non sia sua) cotanti rappresentanti del popolo (popolo che quasi mai si è visto a Pescina, se non a fare le analisi o a ricoverarsi) avrebbero potuto ben dirci quale seguito sostanziale intendano dare alle loro incendiarie parole. Ammesso che sia previsto, un seguito. Per la mia esperienza di anarchico-gaspariano, ho imparato a diffidare dei facili estremismi, ed in questi giorni di manifestazioni verbali sfrenatamente demagogiche se ne sono udite assai. Poiché al Martello si è spesso imputato di criticare ma non di proporre, vengo alla proposta, per chi vuol comprenderla.
Quando si viene colpiti da un provvedimento amministrativo che si ritiene lesivo ed ingiusto, ebbene, esistono i rimedi messi a disposizione dall’ordinamento. In primo luogo i ricorsi amministrativi, che dovrebbero proporsi contro i singoli atti con i quali la ASL sta traducendo e tradurrà in pratica il piano Baraldi. Se ne è parlato a Tagliacozzo pochi giorni fa, non se ne sa più nulla. Si sta facendo? Senza i ricorsi, ogni agitazione sarà inutile. Adesso che la presenza di tanti sindaci improvvisamente feriti da Chiodi e Venturoni può far sì che l’opposizione ad un provvedimento divenga, con l’adesione di tante comunità della Marsica orientale ed occidentale, anche un fatto politico del quale i maggiorenti regionali potrebbero essere costretti a tenere conto, speriamo che non ci sia chi si tirerà indietro. Andare al TAR in quindici o venti o trenta comuni contro il piano potrebbe sortire persino qualche risultato. Ma onestamente pensiamo che quasi nessuno dei sindaci che ci hanno deliziato, tra le altre cose, di peana al sindaco Radichetti, farà qualsivoglia ricorso. Spero di sbagliare.
[Io l’ho modestamente ribattezzato metodo “Valle dei fiori”, in onore della progettata discarica che il sindaco di Aschi (ogni volta trionfalmente accolto a Pescina, altro segnale rivelatore della nostra infrenabile decadenza) intende regalarci: a carte scoperte, ci siamo riuniti, abbiamo pianificato il da farsi, acquisito i documenti, ci siamo preparati al peggio (anche finanziariamente – perché noi non possiano fare nè mai faremmo determine dirigenziali di enti per stanziare danari per una protesta che è nostra) e siamo partiti. Se perderemo (ma adesso comincio a non esserne più così certo) potremo girare a testa alta.]
Raggiunto telefonicamente, Paolo Di Cesare, sindaco di San Benedetto dei Marsi, richiesto della ragione della sua assenza ai comizi, ha laconicamente sentenziato che egli «non è abituato a prendere in giro la gente» (testuale). Per quanto mi auguro che il “fascitello figlio di contadini” (così è stato definito durante il comizio dell’estemporanea iniziativa “Salviamo Pescina” di sabato scorso, il detto Di Cesare) abbia torto, torto al momento non riesco a dargliene.
Non riesco ad essere ottimista perché questa che stiamo attuando è un’iniziativa figlia della disperazione, non solo non c’è un piano B ma nemmeno un piano A, e non siamo stati in grado di costruire per tempo una rete politica in grado di attivarsi. Con le Autorità con le quali chiediamo di referenziarci, in un livello di interlocuzione che non è sostanzialmente possibile attivare senza aprire una falla nella diga del risanamento tecnocratico dei conti della sanità, temo non possa esserci conciliazione alcuna, i voltaggi sono diversi. L’interruttore non lo teniamo noi. Giocando al raddoppio, i polli al tavolo siamo noi.
Tante volte non si è cinici a dirle, certe cose, si è cinici a farle.

(lunedì 23 agosto)

F.M.Botticchio

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