Municipalismo straccione: San Benedetto contro Pescina

La prossima ricorrenza – in settembre – del settantesimo anniversario del distacco amministrativo di San Benedetto dei Marsi da Pescina rischia, a buttar l’occhio su qualche noterella apparsa sulle cronache locali e su alcuni ricami sui cosiddetti social network, di essere connotata da linguaggi / e, quindi, da argomenti / del tutto sganciati dalla realtà, utili e fungibili solo per proiettarci, come è nostro riflesso condizionato, fuori dal tempo e dallo spazio, per discutere di passate (e molto spesso dubbie) glorie in luogo di. Pur di stornare l’attenzione da un presente piuttosto mediocre, verrebbe da dire. L’invincibilità dei Marsi (freghete), l’epica lotta contro i Torlonia (mica cazzi) e via dicendo fungono da sedativo e da stupefacente insieme per appannare la visione della distruzione attuale del Territorio, di PowerCrop, delle biomasse, dei compostaggi. La Città Valeria pure è un oppiaceo, in grado di far accettare meglio l’indistinguibilità di un paese che è ridotto a non avere più un albero in centro.
Per quel poco che si può ipotecare del futuro, dalla postazione dell’attuale momento storico, ci saremmo attesi, nell’anno del Signore 2015, di leggere, sui cantoni dei nostri due centri, un qualche manifesto-volantino-proclama trattante la riunificazione dei due paesi, di rintracciare almeno il germe di quest’idea, di quest’obiettivo e risultato ineluttabile, onde cominciare, volenti e nolenti, quantomeno ad elaborare mentalmente in quale modo si potrebbe (come effettivamente si può) marciare nella stessa direzione, con maggior forza, con minori oneri e pesi morti. Leggiamo invece, un bellicoso proclama dell’attuale sindaco di San Benedetto sulle recenti rivendicazioni (economiche, ovvio) legate a pretesi usi civici marruviani vantati su quei luoghi ove Pescina ha consentito si installassero, negli ultimi cinque lustri, insediamenti del cosiddetto eolico. A prescindere dalla fondatezza di tali pretese, che sono all’attenzione dei competenti uffici regionali (uffici i cui rappresentanti sono stati trionfalmente accolti al municipio di San Benedetto, in una riunione che a suo modo rimarrà negli annali), e che ci paiono onestamente non così evidenti (sempre pronti a mutare d’opinione dinanzi ai documenti / almeno a un qualcosa sarà utile questa vertenza: restringere documentazione sulla nostra storia passata!), stupiscono i toni dello scritto del sindaco D’Orazio. Toni che a noi (che siamo di parte) paiono quelli di chi – è piena la storia di tali esempi – in difficoltà sul fronte interno, tenta di ricompattare una situazione “creando” un “nemico” all’esterno del proprio gruppo identitario (che può variare e spaziare dall’ambito del condominio sino ad una nazione intera). A dirla in maniera piana, di tutta questa vertenza demaniale abbiamo apprezzato ben poco, ivi comprese, in questo è doveroso essere bipartisan, le allegazioni e le pretese di chi la vertenza l’ha fatta sorgere, ovvero il trascorso sindaco Di Cesare, e crediamo di rappresentare un’ovvietà sostenendo che faremmo prima a riunirci, Pescina e San Benedetto (ed altri municipi della Valle del Giovenco, quali Ortona e Bisegna) e ad utilizzare tutti insieme quei proventi, parte dei quali oggi ci si disputa, piuttosto che litigare per non so quanto altro tempo sulla Giurlanda e sulla Forchetta. Anche, ammesso e non concesso che i legali dei rispettivi centri, in virtù del senso di appartenenza, evitassero di caricare le spese di giudizio: non siamo sincronizzati, certe vertenze appartengono all’Ottocento! E già allora molte cause simili (eolico a parte, diavoleria che non era stata ancora creata per far affluire la ricchezza di tutti nelle tasche di pochi) non risolsero nulla.
Ci rendiamo tuttavia conto che questo salto in avanti ha del fantascientifico, impantanati come siamo nella prospettiva del breve profilo, del brevissimo periodo. Questa diatriba rischia di farci attardare nel guardare il futuro girati di spalle, di soffiare sul fuoco di quella demagogia paesana che tanto male ci ha fatto e nulla di buono potrà portarci (demagogia che è il marchio di fabbrica di coloro che, non potendo concepire nulla di superiore, tentano di tenere tutti nella mortificazione del livello del tifo da stadio – senza offesa per lo stadio), di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica (usiamo quest’ultima espressione con evidente accrescimento dell’oggetto; e fidando nel fatto che l’opinione pubblica abbia un’opinione) su temi che forse meriterebbero un maggior vaglio.
Qualche esempio di affari (secondo noi) un poco più pregnanti. Solo per fermarci a San Benedetto dei Marsi, e senza indietreggiare sul proposito già espresso in passato di non voler assolutamente polemizzare con una’amministrazione, quella in carica, che giunta a metà mandato ci pare già priva di qualsiasi spinta propulsiva e prospettiva di lungo raggio, saremmo molto curiosi di conoscere a quale punto sia il fascicolo della realizzazione della nuova scuola per la quale, entrando in muncipio, ha trovato apparecchiati oltre due milioni di euro e la relativa progettazione già affidata. L’abbrivio del terremoto del 2009, e la riconsiderazione del tema della sicurezza degli alunni, hanno portato questa inattesa dote (una provvidenza concessa, non senza, immaginiamo, una certa attività della trascorsa amministrazione, da parte del Commissario alla ricostruzione Chiodi, con i decreti 61 ed 89 dell’anno 2011, su fondi Cipe): dote che, chiunque conosca le diverse strutture nelle quali tuttora a Marruvium si studia, avrebbe dovuto essere tradotta in pratica immediatamente, senza requie, abbandonando in tutta fretta una congerie di fabbricati inadatta problematica e carente, per realizzare un’unica vera scuola degna del millennio nel quale ci troviamo. Sicura. Per motivi imperscrutabili, e noi fossimo negli amministratori avremmo i sudori freddi al pensiero, non solo si sono lasciati gli studenti dov’erano (e allora chi ha stanziato i danari per realizzare la nuova scuola ha fatto una cosa esorbitante, non giustificata) ma si sta pensando di mettere mano a queste vecchie strutture analizzando e cincischiando sulla loro vulnerabilità sismica (quasi fosse in dubbio) in luogo di procedere all’intervento sostitutivo complessivo; strutture gran parte delle quali – San Cipriano in primis – meriterebbero un abbattimento immediato e senza troppi rimorsi, figlie come sono di un’altra era e soprattutto non detenendo alcun pregio architettonico o storico.
La pratica della nuova scuola, per ragioni che non è facile individuare, è in stallo tra municipio ed Ufficio per la ricostruzione, ed in trenta mesi non ha fatto in realtà un solo passo avanti.
L’unica cosa certa è che trascorso tutto questo tempo i prezziari sono lievitati, ed ora, insieme ad un adeguamento ai nuovi costi, ammesso che si parta effettivamente, si perderanno dunque per strada dei pezzi di opere, non più coperti da quello stanziamento. Perché tutto questo indugio? Le ragioni, almeno alla nostra mente, non sono chiare, e chi pretende di aver tolto lo “scifo” comunale a qualcuno per installare finalmente una casa di vetro (altra costruzione che in verità sinora non abbiamo visto ma non escludiamo che ad accecarci nello scrutare il panorama sia la nostra nota faziosità), dovrebbe fare chiarezza. Senza polemica.
Altro fascicolo sambenedettese a nostro modesto avviso suscettibile di interesse, è quello relativo allo smaltimento dei rifiuti soldi urbani. Sulla raccolta differenziata fatta in casa, parto della precedente amministrazione (anno 2012), si può discutere, ma su alcuni risultati raggiunti in principio con essa non vi sono dubbi. Nel frattempo, si è tornati, ci pare senza una gara, nelle braccia di Aciam S.p.A. per smaltire l’indifferenziato, non si comprende bene dove finiscano plastica e vetro (che hanno mutato destinazione un paio di volte), non si è mai visto il secchio dell’umido, pure annunziato (umido che ora finisce, quando non alle galline e ai maiali, non vorremmo sbagliare, nell’indifferenziato, ovvero caricato sulla fattura di Aciam S.p.A.). Mistero fitto su quanto ritratto dal municipio dai consorzi nazionali per il recupero di plastica e vetro. Se qualcuno dell’amministrazione volesse illuminarci, in specie su quest’ultimo aspetto, credo si potrebbe fornire un utile servizio alla comunità tutta, ed acceteremo quindi qualsiasi documentazione fornita al riguardo (a patto che, con tutto il rispetto, sia monda dalle considerazioni e dalle note di accompagnamento del vicesindaco, in ispecie dei di lei conti). Anche qui: senza polemica. Questo tanto per dire.
Su Pescina: speriamo che la preoccupazione per questa vertenza demaniale non distolga i nuovi amministratori dal porre la dovuta attenzione ad un tema del quale abbiamo già trattato abbondantemente, quello cioè dell’utilizzo delle molte strutture pubbliche (nonché delle tante baracche e case abbandonate), affinché almeno quelle nella propria immediata disponibilità (non il distretto quindi; non la comunità montana / per le quali pure speriamo si quagli) siano adibite, ad onta della infelicità di diverse di loro (scuola De Giorgio), ad un uso sociale e fungibile ovvero utilizzate da chi è in grado di gestirle garantendo un ritorno (anche) collettivo in termini di immagine, benessere, cultura, sport. Nel rispetto dei ruoli e delle funzioni di tutti. Ripetiamo: non siamo ottimisti al riguardo, e solo speriamo non dover di nuovo tornare su questioni penose, oppure su modalità e comportamenti che la stima verso gli attuali amministratori ci spinge ad ascrivere e rimandare a tempi passati e neghittosi. Salvo prova contraria.
fmb

Tratto da “Il Martello del Fucino” n. 2015-7  [ SCARICA IL PDF ]

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