2 – MIRANDOLA POST-SISMA: COSA RISCHIA IL CENTRO STORICO

di Rita Ciccaglione

Il comune di Mirandola in provincia di Modena è situato in quella parte della Pianura padana definita la “Bassa”, viene colpita da due forti scosse sismiche il 20 e il 29 maggio di quest’anno. Il terremoto provoca crolli e danni strutturali sul patrimonio abitativo e monumentale, oltre che su quello produttivo.
La cittadina conta quasi 25.000 abitanti considerando le frazioni, di cui 16.000 si raccolgono all’interno del paese, 4000 circa nel centro storico. A guardarla, Mirandola è facilmente inscrivibile nella modalità di sviluppo tipica della città contemporanea. Essa, infatti, è un esempio di estensione concentrica dello spazio edilizio corrispondente alle diverse epoche di costruzione, in cui la stratificazione storica vera e propria si raccoglie nel centro del paese per poi sviluppare un’espansione a macchia verso la periferia. Il centro di Mirandola è delimitato da una strada di circumvallazione che ripercorre il tracciato delle antiche mura abbattute nel XIX secolo. Al suo interno sono presenti tutti i maggiori monumenti (il castello, il municipio, le chiese) tutti realizzati per opera della dinastia dei Pico che regnò sulla città dal 1300 al 1700 circa. Questo primo anello è attualmente un viale alberato da cui si diramano una serie di altri viali intorno ai quali si sviluppa una cerchia ristretta di abitazioni degli anni ’60 e ’70, spesso villette bifamiliari con giardino o piccoli conglomerati di palazzine intervallati da spazi destinati a verde urbano. Un ultimo cerchio è costituito da edifici di nuova costruzione (case popolari, villette a schiera, palazzi a più piani).
Le abitudini abitative all’interno della città non delimitano lo spazio in senso socio-economico o di appartenenza identitaria. Sebbene numerosi appartamenti del centro storico siano abitati da extracomunitari, che li affittano a basso prezzo e che non hanno particolari esigenze di parcheggio, qui si trovano anche una serie di edifici ristrutturati in cui vivono Mirandolesi benestanti o comunque appartenenti al ceto medio, spesso proprietari da generazioni. La zona dei Viali è sicuramente quella più “borghese” tenendo conto del tenore di vita dei suoi abitanti, ma è possibile notare anche la presenza di ville monofamiliari all’estrema periferia dello spazio urbano in cui si concentra la residenza di un buon numero di imprenditori locali.
Dal punto di vista della rappresentazione e della fruizione degli spazi la distinzione tra centro e periferia appare, invece, più netta in particolar modo se si considerano le fasce d’età di chi agisce e interpreta il territorio. Il centro e la “piazza” sono per eccellenza il luogo del passeggio e dell’incontro nel racconto degli anziani e delle famiglie. Il “Listone” segna il percorso della passeggiata. La piazza, infatti, ha una pavimentazione a ciottoli che al centro risulta scura e levigata rispetto ai lati e per questo viene percossa “a vasche” seguendo questo tracciato che va dall’interno all’esterno. Trovandosi proprio a confinare con la Circonvallazione, è di fatto la porta del centro. Questa particolare collocazione costituisce un elemento essenziale che condiziona la rappresentazione della piazza stessa. Essa è la “cartolina” della città e la sua vetrina.
Che la piazza sia il luogo dell’incontro per i Mirandolesi è un racconto che differisce, tuttavia, nel tempo passato. Immediatamente prima del terremoto la piazza veniva frequentata soprattutto di mattina, in particolare il sabato per il mercato, e la domenica pomeriggio. Quasi tutti però lamentano che la sera, quando prima (“Si era bambini… Giovani”) la piazza si popolava, ora rimaneva vuota o – meglio – frequentata dagli extracomunitari che abitavano in centro. Sebbene qualcuno riconosca che ciò dipende dal cambiamento delle abitudini e degli stili di vita, i Mirandolesi si sentono espropriati del proprio spazio di identificazione.
La rappresentazione della piazza come “vetrina” funziona anche in altro senso. Il centro storico è, infatti, il luogo del commercio e del commercio di un certo tipo. In esso si concentrano le boutique, le profumerie, le gioiellerie, rispetto ad altri luoghi in cui è invece il commercio di massa ad essere praticato. In questo modo d’essere il centro e la piazza sviluppano comportamenti di opposizione rispetto a forme di alterità. Da un lato, si tenta di preservare la piazza dall’occupazione da parte degli immigrati, non solo vietando loro l’ingresso in alcuni bar d’elite – e relegandoli alla frequentazione di altri da loro stessi gestiti – ma anche cercando in maniera più o meno tacita di controllare l’affitto dei locali, in modo da non permettere il calo di immagine e di prestigio del commercio in centro storico. I Mirandolesi sanno, infatti, che si va lì “per comprare qualcosa di particolare”. Il mercato è l’unica forma consentita al commercio massificato. Dall’altro lato, i commercianti del centro – peraltro raggruppati in un “consorzio delle attività” che cerca di promuovere e organizzare eventi per la valorizzazione della zona – denunciano in qualche modo l’amministrazione comunale di aver favorito lo sviluppo di un’area commerciale delocalizzata, quella che gira intorno all’Ipercoop e di non aver fatto nulla per il potenziamento del centro. Ecco, dunque, l’altra forma di alterità fruita oppositivamente di cui sopra.
Se si guarda alla fascia d’età di giovani fino ai 30-35 anni si può sostenere che la fruizione degli spazi cittadini dipende sostanzialmente da quella del tempo libero. In questo caso esso equipara gli spazi del centro e della periferia. Il centro sono i bar del centro, in cui si fa l’aperitivo il venerdì prima di andare a ballare fuori. A Mirandola mancano discoteche o cinema, strutture invece esistenti nei decenni passati. Tuttavia, ciò non viene percepito dai giovani, disposti alla mobilità, come mancanza o motivo di abbandono del luogo nativo. La possibilità che questo territorio dà di trovare occupazione garantendo un certo tenore di vita, che permette il divertimento come forma di appagamento e di ricompensa del proprio lavoro, costituisce la base del sentimento di appartenenza. Allo stesso modo la periferia è uno spazio di fruizione rispetto al tempo libero: i viali e le stradine pedonali che collegano i quartieri come spazio per passeggiare, i parchetti variamente disseminati, il polo sportivo con il campo da calcio e le piscine.
La differenza tra luoghi di identificazione e luoghi di aggregazione che i Mirandolesi tendono a proporre nella rappresentazione degli spazi cittadini definisce la piazza come luogo di identità in opposizione alla alterità. Tuttavia, la progressiva perdita della funzione aggregante per la località comporta pure una progressiva perdita del suo significato simbolico, a cui si tenta di rimanere ancorati per fini che riguardano l’interesse della vendita commerciale più che la funzione prettamente sociale di polo connettivo.
Come impatta il terremoto in quanto elemento di frattura rispetto alla rappresentazione e fruizione degli spazi appena descritti? Per rispondere a tale quesito è necessario introdurre una seconda dimensione, quella del tempo che, in relazione con lo spazio, determina la lunga durata dei luoghi. Il terremoto come frattura produce una sospensione del tempo nel presente, cioè un’interruzione della continuità tra passato e futuro. Nel sistema culturale locale la percezione del tempo è essenzialmente rivolta al futuro, tant’è che la reazione immediata al sisma è stata quella della ripresa delle attività, produttive innanzitutto. La volontà di non interrompere la produzione si basa sul principio fondante del lavoro e dell’operosità, ciò che permette lo stato di cose a Mirandola e funziona come garanzia al benessere collettivo percepito come diffuso. La fretta nel ripartire significa non rischiare di perdere la garanzia nel futuro. Ciò produce un rifiuto della frattura temporale com’è elemento disturbante da rimuovere. Tutto questo si traduce nell’eliminare ciò che impedisce al futuro di svolgersi, anche se si tratta di un passato di lunga durata.
Una delle possibili forme che connettono memoria e oblio, in una più ampia percezione del tempo, è quella che tende a cancellare la frattura con il passato presente nel tempo attuale in nome di un ricominciamento, ovvero di una prospettiva per il futuro. A Mirandola, dove la risposta culturale elaborata a un mese dalla catastrofe sembra collocarsi in questa linea di rappresentazione, è possibile interpretare tale reazione come direttamente dipendente da una specifica visione del mondo che è quella data da un sistema culturale basato sulla produzione e sul lavoro. Si è detto di come questo sia l’elemento principale nella scala dei valori socialmente condivisa. Secondo alcuni autori le temporalità scaturite da questo sistema culturale sarebbero prodotte da un’esperienza individuale del tempo data da orari istituzionalizzati e organizzati propri della modernità. La temporalità del processo lavorativo, annientando il tempo della trasformazione del prodotto a favore della fruizione sincronica della merce, comporterebbe l’opacizzazione della componente diacronica del tempo rendendo la fruizione del valore di scambio. In questo modo passato e presente sarebbero facilmente dimenticati favorendo l’immediata ripresa della prospettiva futura.
La risposta dei commercianti del centro storico all’interruzione delle attività data dal sisma e dalla successiva dichiarazione della zona rossa risulta essere una risposta individuale: ognuno si arrangia come può per riaprire in container. Nel caso in cui essa sia collettivamente praticata è nell’interesse di garantire all’attività una certa utenza: aprire tutti nello stesso luogo significa permettere al cliente di trovare ciò di cui ha bisogno e comprare. Tuttavia, ognuno ricerca il luogo più conveniente per sé e per il tipo di prodotto che commercia. C’è chi, avendo una gelateria, vuol riaprire in un parchetto con una serie di moduli combinati che possano garantire, oltre che lo spazio necessario per i macchinari, anche un particolare appeal nonostante la temporalità dell’esercizio. Ancora c’è chi, godendo dell’esclusiva di alcune marche prestigiose, punta su ciò per riaprire in una collocazione che non è quella verso cui la maggior parte degli commercianti sta rivolgendo l’attenzione. Puntando sulla clientela fissa che si basa sull’esclusività del prodotto venduto si ha la possibilità di sfidare la concorrenza e riaprire indipendentemente dagli altri.
In ogni caso all’appello simbolico dell’amministrazione comunale di riaprire parte delle attività in piazza, sul “Listone” non si ha un riscontro effettivo. Tutti dicono di sì perché vogliono riaprire, ma poi non c’è posto per tutte le attività e ci si riflette meglio pensando che il problema dei parcheggi c’è sempre stato e che ora il centro sarà un cantiere perenne. Il sindaco ha sicuramente una maggiore consapevolezza rispetto alla necessità di agire in senso collettivo; pensa al centro storico come ad un centro commerciale naturale e sa di dover attuare un disegno strategico, sa che c’è bisogno di superare “l’esperienza precedente che è quella per cui ognuno pensava al proprio negozietto”. Tuttavia, la rappresentazione non coincide con la realtà. Allo stesso modo il sindaco definisce Mirandola come una comunità basata sul senso di appartenenza, una comunità che non si chiude, che non è autoreferenziale. Mirandola è, invece, costituita da una serie di gruppi tra loro mal connessi e non integrati, dove il senso dell’appartenenza in genere è più basato su una possibilità di fruizione dei luoghi che si riferisce ad un comparto territoriale più ampio, quello emiliano, che ad una affezione data dall’esperienza dei luoghi quotidiani.
Che fine fanno monumenti ed edifici storici come forma istituzionale del passato, come luoghi abitati dalla memoria intesa come modo di fruizione dello spazio? “Mio nipote ha la macelleria chiusa e la gente non può entrare in casa a Rovereto perché c’è il campanile che è pericolante, ma buttalo giù e fai rientrare la gente” mi dice chiacchierando un commerciante del centro storico e continua “Per dire quelle due gru che stanno da quindici giorni sulla chiesa della Madonnina, ma che ci stanno a fare? Quella è una chiesa che manco usiamo. Era il Duomo e S. Francesco, che erano le chiese più grosse. Quelle gru perché non le metti in una fabbrica? Così la gente va a lavorare…”. Sulla stessa linea si collocano le affermazione di una signora con cui parlo in un bar: “L’altro giorno mi dicevano che quello che voleva far la Sovrintendenza con il Duomo era smontare mattone per mattone, numerare e poi ricomporre, ma ne vale la pena? Io preferirei a questo punto, non dico raderlo al suolo, ma anche se non abbiamo più il Duomo come era prima, pazienza… Se devi vivere con le macerie abbandonate, io preferirei un posto dopo poter andare…”. Il senso comune a un mese dal terremoto sostiene la morte del passato purchè non si interrompa la prospettiva del futuro. Alla disaffezione dei luoghi che progressivamente perdono il loro valore simbolico si aggiunge una percezione del tempo che non favorisce in alcun modo la tutela dello spazio come lunga durata. Ciò che viene avvertito come imprescindibile è una continuità nel tempo che non necessariamente prevede una proiezione nello spazio.
Il rischio che si corre è quello di una perdita definitiva di questi luoghi, dove il terremoto agirebbe ancora una volta come acceleratore di processi già in corso. C’è però una speranza di riconnessione del passato al futuro nella volontà di memoria del terremoto che pure è manifesta nella popolazione. Essa deriva dall’acquisizione di una percezione del rischio conseguita repentinamente in risposta alla sua totale mancanza pregressa. Tale consapevolezza acquisita si traduce in una frase spesso sentita e che fa sorridere: “Questa ora è zona sismica!”, ma pure in comportamenti concreti quali la determinazione a controllare che la ricostruzione degli edifici ora da abbattere sia a norma. Il dovere di memoria rispetto all’evento catastrofico, che in questo modo si è prodotto con una maggiore velocità rispetto ai normali processi che generano il ricordo collettivo, assume una particolare forma rispetto all’azione sui monumenti. C’è chi auspica la conservazione dei segni dell’evento. Una signora mi dice rispetto alle chiese: ” Non so se verranno ricostruite o meno, ma spero che almeno il posto, il simbolo resti. Che un pezzo di chiesa resti. Che non venga demolita e si faccia qualcos’altro. Un muro. Anche così, a testimonianza del terremoto. Se venisse a mancare il simbolo cambierebbe tutto”.
Anche un ingegnere sottolinea la necessità di ricordare pensando a forme di innesto architettonico. Mi dice in merito: “Non ci si deve nemmeno ostinare a voler ricostruire, però quello che è rimasto su si potrebbe pensare a salvarlo e fare un appello a qualche architetto per un innesto, per riutilizzarla com’è. Qualcosa come una copertura trasparente, anche poco costosa. Non una ricostruzione posticcia, ma così com’è. Qualcosa che ci ricorda, che ci ricorda tutto. Non bisogna ripristinare tutto, non bisogna cancellare tutto, cancellare i segni di quelle che sono le calamità, non è neanche giusto. Le persone muiono, si ammalano, anche le chiese sono sottoposte agli eventi. C’è stato il terremoto. Quindi anche tutto quello che è il segno della Storia, si racconta anche così la storia. Va puntellata la facciata, messa in sicurezza e poi pensare a progettare. Qualcosa di moderno che si innesta in questo squarciato devastato”.
Tuttavia, la necessità di mantenere una continuità dei luoghi nel tempo non è una consapevolezza generalmente acquisita a Mirandola. Anzi la lunga durata del passato può essere sospesa perché tale. Uno dei commercianti del centro storico mi dice: ” Se una chiesa è stata su per cinquecento anni poco importa se per trent’anni non la vedo. Non so quanto dia la carenza di questi trent’anni, magari non mi sarebbe servito a niente averlo o avrei potuto fare le stesse cose altrove. Non è detto che la priorità debba essere data al recuperare la nostra storia”. L’oblio è in questo caso funzionale all’obsolescenza.
Altra forma di temporalità rintracciabile sarebbe, dunque, quella legata alla temporalità del consumo. In essa rientra pure quella fruizione del tempo libero di cui si parlava in merito alle fasce giovani della popolazione, dove la mobilità nello spazio sopperisce alla continuità nel tempo. I più giovani (dai 20 ai 30 anni), infatti, non hanno alcun interesse a mantenere l’inscrizione della storia cittadina nello spazio e pensano a una sua rivisitazione in chiave ultramoderna dove sono, ancora una volta, i luoghi del consumo a fare da padroni (“Cinema, discoteche che adesso mancano, qualche pub in più”).
Tuttavia, considerare l’idea di una ripresa deve inevitabilmente fare i conti con un’idea di fine che derivi dall’oblio del passato; dunque, il rischio di una perdita di una memoria collettiva come continuità nei luoghi e dei luoghi rimane alto. Inoltre, un processo di rimozione completa del passato interrompe la continuità necessaria in termini di sostenibilità culturale. Da un lato, le risposte culturali prodotte di fronte alla catastrofe sono dunque coerenti al sistema. Tuttavia, l’oblio del passato nel suo valore simbolico già in corso prima del terremoto, in concomitanza all’altissima vulnerabilità rispetto al rischio sismico, ha provocato l’incapacità di elaborazione del presente che non permette, in genere, alle persone di rispondere in termini di prospettive future per quanto riguarda la fase successiva all’emergenza, quella della ricostruzione. Le risposte per il futuro che vengono formulate sono, in realtà, appiattite sul presente desiderio di ricominciare.

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1- Rita Ciccaglione – Antropologia dei disastri. L’abitare in tendopoli e la rappresentazione del sisma

2 – MIRANDOLA POST-SISMA: COSA RISCHIA IL CENTRO STORICO

3 – PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA E RISPOSTE CULTURALI A MIRANDOLA

4 – Sismografie: la tendopoli di Collemaggio

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