Luciano saluta e se ne va

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D'Alfonso d'antan d'archivio (2003)

Non il risalto che (forse) meritava ha avuto, in questa settimana, l’esito del confronto aperto tenutosi pochi giorni or sono tra il Presidente della Regione Abruzzo e la redazione de «Il Centro» (giornale che – a voler ancora tentare di individuare tracce e sintomi di un “sistema” di potere politico, ha ospitato le parole di D’Alfonso nelle due pagine principali [la quarta e la quinta] del quotidiano cartaceo della domenica che per utenti – il 6 agosto ultimo scorso – crediamo sia la più importante dell’anno), la cui eco si è presto spenta, quasi ormai l’assuefazione avesse preso il sopravvento su tutto il resto, nell’opinione pubblica.

Certo, non sono mancati rilievi piuttosto piccati alle parole del Presidente (che non risulta si possa anche appellare governatore / ma questa è una pinzellacchera ovviamente, ossia un uso giornalistico non proprio) i quali – in specie quelli del professor Enzo Di Salvatore e di Lilli Mandara rispettivamente su Ombrina e dati dell’occupazione – hanno avuto buon gioco nel far rimarcare nell’un caso le aporie nella narrazione della opposizione al progetto marziano e nell’altro i negativissimi dati registratisi nella nostra regione (a quest’ultimo riguardo temiamo – sperando il contrario – che chi succederà a Lucianone dovrà rammaricarsi non più per dei decimali ma disperarsi per interi punti persi); ma l’attenzione prestata alle parole di D’Alfonso non è stata molta.

Eppure, a guardare bene, l’occasione di un bilancio di metà mandato è stata il fomite per dire altro, e soprattutto un prendere atto della situazione, che non modificandosi – per qualche accidente o imprevisto, o per disposizioni a monte della catena di comando – importerà le scelte le cui opzioni sono state delineate nelle proposizioni di Luciano, con una chiara indicazione di quale dovrebbe essere (sarà) quella adottata.

In particolare, da tre quarti del testo, a leggere pianamente, ci si annunzia, per bocca dello stesso interessato, che D’Alfonso sta per lasciare la poltrona di Presidente, per dirigersi verso altri lidi, magari più importanti.

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Tardi modestissimi esegeti nonché appassionati curiosi del verbo di Remo Gaspari, negli scorsi lustri ci eravamo molte volte domandati le ragioni per le quali il vegliardo di Gissi, alla rituale e quasi pavloviana richiesta di chi egli considerasse (o potesse assurgere a) suo erede, avesse più volte mutato di opinione, indicando anche persone che, ci sembrava, non potessero in alcun modo competere con un curriculum quale quello vantato da D’Alfonso – che era per di più del tutto confacente e simile a ciò che un democristiano storico avrebbe potuto auspicare: all’interno cioè delle associazioni e gruppi cattolici, dell’impiego parapubblico, oltre che delle stesse strutture DC di fine impero – senza mai troppo indugiare (se non per mera cortesia) su quel Luciano che spopolava in tutte le elezioni. Faticosamente, con l’attenuante di essere lontano dalla politica e dagli ambienti che contano (ammesso esitano ancora in quanto tali), abbiamo forse compreso le ragioni della ritrosia dello zio Remo, che lo portò ad abbracciare, piuttosto che la causa dell’uomo di Lettomanoppello, quella di gente che più lontana egli non avrebbe potuto avvertire, proveniente dal mondo dell’impresa e delle professioni, digiuna di gavetta politica e talvolta in odor di massoneria e ibridi connubi; la qual cosa, a pensarci bene, è ancora più indicativa.

(Sappiamo invece che D’Alfonso ha fatto tesoro, da Gaspari, dell’importanza di dotarsi di un proprio archivio efficiente, ed aggiornato, che speriamo conservi e tramandi.)

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Ebbene, tale digressione è per dire che l’annunzio sostanziale del proprio addio alla Regione – detto nel modo e col tatto consigliati dalla circostanza che si è appena a metà legislatura, probabilmente per vedere l’effetto che fa [ché gli elettori, per quanto ormai in grave crisi di identità e cognitiva, potrebbero ragionevolmente incazzarsi] / e c’è anche, si usma nell’aria, il precedente della mancata candidatura in Regione del 2005 / nonché il timore che nel gioco dei quattro cantoni che è la politica, lasciando un posto libero lo si consegni ai propri avversari [vedi Veltroni-Alemanno e Ignazio Marino-Virginia Raggi]– segna un indubbio fallimento politico di D’Alfonso, in qualsiasi prospettiva del promoveatur lo si voglia volgere e considerare, il passaggio.

Il fallimento, ovvio, era non solo prevedibile rispetto ai proponimenti elettorali (di scarsissimo pregio, nell’intervista di Di Frenza a D’Alfonso, la spiegazione di quest’ultimo sulla bizzarra promessa di centomila nuovi posti di lavoro / scarso quasi quanto il riferimento al blackout dello scorso inverno, elevato a esimente e non più, anche, colpa) ma persino atteso, in ragione del fatto che il Presidente si è trovato a guidare una macchina del tutto autoreferenziale, pletorica, infungibile quale la Regione Abruzzo è, e non da oggi, retaggio delle peggiori pulsioni amministrativo-familistiche-partitiche italiane per come descritteci da Sabino Cassese.

Nessuno – lo diciamo con rammarico – può pensare di far funzionare rettamente un simile mostro, più che mai ora con quel deficit del quale trattano spesso le cronache, e che si unisce al gap di conoscenze e di capacità consustanziale a quell’Ente, accumulato sin dalla sua nascita (ricordiamo vagamente le parole del Prefetto dell’Aquila – Commissario di Governo – che all’atto stesso della fondazione della Regione, anno 1970, si doleva di come i politici locali considerassero compiti e finalità di quell’Amministrazione: e, come si sa, principio sì giolivo ben conduce!).

Nessuno può riuscirvi, in specie se applicandosi per pochi mesi, e con un approccio sostanzialmente da battitore libero (che poi la galassia dalfonsiana sia vasta, e persino efficace, è altro discorso): qui difetta proprio la Politica nel suo complesso, e senza quella, l’impatto dei singoli, quando pure ipoteticamente ispirati o unti dal Signore, ben poco può determinare contro il muro di gomma dell’ignavia e dell’indeterminatezza. Difetta a tal punto, la Politica, in un Territorio in piena crisi derivativa, che lo stesso D’Alfonso sembra altra persona da quella di dieci anni fa, in regresso anch’egli (qualcuno sostiene che lo sovrastimavamo); ma non al punto da impedire allo stesso di metabolizzare che mutare aria potrebbe essere salutare, e certo è indispensabile (sarà ora da vedere se il rischio di cui si parlava sopra, rimettere in palio il trofeo della Regione ad appena metà mandato, sia un’idea effettivamente percorribile, un rischio accettabile da quel che è rimasto del circuito politico).

Non conosciamo le di lui opinioni al riguardo ma saremmo curiosi di conoscere la effettiva considerazione che D’Alfonso nutre per la collettività rappresentata e amministrata, se realmente ritiene che con il Masterplan o il nuovo porto di Pescara si possa incidere su una condizione del sistema che comincia ad apparire disperata e ingravescente (simbolicamente, il giornale ospitante le due pagine di D’Alfonso, ne aveva ben cinque di aste e incanti delle sezioni fallimentari dei tribunali abruzzesi). Disperante anche perché le soluzioni pubbliche mostrano una terribile consunzione nell’elaborazione, in questo parallela all’inadeguatezza della visione del futuro che in gran parte della popolazione – e quindi in chi la rappresenta – pare (non) albergare. Visione del futuro che è poi quella, ci piace pensare così, che induce infine a lasciare chi non desidera partecipare all’inevitabile disastro.

Forse è tardi.

ilmartellodelfucino@gmail.com

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