Lo spopolamento cognitivo della montagna abruzzese

La nevicata del 1956

I miracoli, i singoli gesti di eroismo e di dedizione… tutto ciò non deve oscurare la innegabile constatazione che i Tre Abruzzi sono immersi in un cupio dissolvi di atroce subalternità…. Solo la subalternità può spiegare l’insorgere di certe emergenze e il sopravvenire di tante sofferenze, e l’essere stati improvvisamente riprecipitati – come nella trama di un pessimo racconto di fantascienza – all’epoca di quando il telefono pubblico TIMO chiudeva irrevocabilmente alle otto di sera (e un focolaio di incendio poteva bruciare un intero paese senza che ci si potesse fare nulla, né in loco né da fuori); se non all’epoca dei lumi pubblici a petrolio. Si è ritirato fuori il caldaio di rame e lo scaldaprete.

Tra poco – non è ancora ora: la situazione è molto delicata in molte zone del Teramano e del Chietino – verrà il momento della retorica (daje con i «forti e gentili»!), e con essa un ceto dirigente inadeguato prenderà l’abbrivio per alzare la voce biascicando qualcosa sulla dignità (ancora una volta) dimostrata dalle nostre genti orgogliose, e taciterà, con un coro di conformismo, quel rumore bianco che almeno si è udito nella neve, di speranza di una ribellione impossibile, di un cambiamento, di un’inversione di rotta. Del dolore di non esser al centro di una riflessione ma in limine a una inarrestabile deriva (l’altra settimana Franco Arminio, su l’Espresso, trattando mirabilmente di una zona dell’Appennino più a sud che somiglia incredibilmente a certe plaghe nostre ha scritto della «sensazione nettissima che non ci sia un pensiero su queste zone»).

Nulla cambierà purtroppo, se non in peggio. Perché noi siamo i primi a non volerci salvare. Amministratori comunali che pure hanno meritoriamente fronteggiato l’emergenza con i mezzi a propria disposizione, talvolta a mani nude (ma i piani di emergenza comunale mai aggiornati? Le associazioni di protezione civile ferme all’acquisto delle pettorine? Il mancato coordinamento tra enti contigui e con le altre realtà del Territorio?), investiti da un’onda di legittimazione ulteriore, troveranno presto il modo di tornare alle occupazioni “normali” senza che alcuno proferisca cose sgradevoli o disturbi il sonnolento nocchiere chiamato a solcare il nulla sino alle prossime elezioni.

Si ricomincerà dunque con il birignao dei gonfaloni, delle processioni, delle bande (d’altronde: a chi non piacciono queste cose?). A guardare indietro, invece che avanti: a vagheggiare un piccolo mondo antico che si sgretola intorno, di servizi sociali al disastro / come pure i trasporti l’ambiente: e chi ne ha più ne metta / piuttosto che andare a fondere enti territoriali che ormai non hanno più una struttura e ragion d’essere, di pensare collettivamente. Di unirsi. Già si ode il sollevarsi della brezza della doglianza verso lo Stato cattivo, che si alzerà sempre più forte, responsabile di ogni nefandezza (ed in effetti, delle responsabilità lo Stato centrale le ha: ad esempio, destinare all’incirca, a braccio, mezzo miliardo di euro, dal 2009, per l’edilizia scolastica nella sola provincia dell’Aquila, per assistere poi a miglioramenti e adeguamenti sismici realizzati in strutture di centri (dis)abitati dove sono presenti poche decine di alunni è una gravissima colpa: di acquiescenza e tolleranza verso l’irragionevolezza più folle: non si tutelano così i piccoli centri, li si affossa piuttosto): nessuna autocritica verrà però su indici di vulnerabilità sismica prossimi allo zero termico per centinaia di strutture pubbliche, nessun commento all’incapacità di coalizzarsi (e poco ci vorrebbe), in cinque o dieci fasce tricolori (Valle del Giovenco per esempio ma non solo), per andare al ministero dell’Istruzione e impetrare, piangendo, e accozzando tutti i finanziamenti sparpagliati, un campus scolastico collettivo per l’intero territorio. Non lo faranno: non l’autocritica, non atti commissivi intelligenti: non sono in grado, non sono sintonizzati sul pezzo. Sino alla prossima emergenza. Che speriamo sia lontana. E come prevenzione, una bella novena, perché si attraversano interi territori montani e (già) rurali senza che si possa localizzare una sola struttura – dicasi una – in grado di resistere ad un sisma atteso, di ospitare dei superstiti di un terremoto (Dio non voglia).

ilmartellodelfucino@gmail.com

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