“La Palestina. Le parole, i luoghi, i fatti” – Successo per il primo seminario

di Claudia Venturini

 L’Aquila. Si è svolto ieri pomeriggio il primo dei tre incontri dell’iniziativa “La Palestina. Le parole, i luoghi, i fatti”. Il progetto – portato avanti da Abruzzo C.I. Crocevia, Unione degli universitari dell’Aquila e dall’Associazione Territori – nasce dalla volontà di informare e formare le persone su quella che è la situazione tra Palestina e Israele a settant’anni dalla Nakba. L’obiettivo è dunque, riordinare e capire i fatti che si sono susseguiti in quel territorio per poter comprendere la situazione attuale.

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Secondo il presidente di Abruzzo Crocevia, Fabio Cianti, «è importante tenere alta l’attenzione. Il popolo palestinese, secondo noi, è un popolo senza prospettive, senza possibilità di scelta che negli ultimi settant’anni è stato privato dei diritti fondamentali».

L’incontro, incentrato sul “vocabolario” della questione palestinese, si è articolato in una prima parte didattica basata sull’uso e sul significato delle parole in associazione ad alcune immagini – in cui è intervenuta la dottoressa Romana Rubeo, traduttrice e redattrice del The Palestine Chronicle – e in una seconda parte più “esperenziale” nella quale il dottor Iyas Ashkar, dell’Associazione di Amicizia Italia –Palestina del circolo di Brescia, ha parlato della sua situazione di palestinese nato in Israele, del diritto alla terra e ha fornito una serie di dati molto interessanti sui soprusi israeliani.

Durante l’incontro è intervenuto anche il professor Alessandro Vaccarelli, docente presso l’Università dell’Aquila, che ha proiettato una serie di disegni realizzati da bambini aquilani e da bambini di Gaza ai quali era stato chiesto di rappresentare la guerra. «Nell’immaginario dei bambini italiani la guerra è fatta dai militari per far sparire il male e salvare il mondo. Per loro», ha spiegato Vaccarelli, «la guerra è il motore eroico che porta avanti le forze del bene su quelle del male. Questa immagine è quella che ci danno i videogiochi. I bambini di Gaza invece – continua – ci danno un’immagine della guerra diametralmente opposta. Hanno un’idea realistica: c’è chi spara e chi muore, c’è sangue e ossessione per le armi pesanti». A maggio, con questi disegni verrà allestita una mostra a L’Aquila.

La Rubeo, ripercorrendo la storia attraverso l’uso e la spiegazione del significato di una ventina di parole, ha spiegato che «Al Nakba significa “catastrofe. È la punta dell’iceberg di un progetto sionista iniziato già alla fine del XIX secolo. Tra il 1947 e il 1948 l’immigrazione verso Israele veniva incoraggiata e da sporadica diventava sistematica, verso quelli che erano i territori della Palestina storica. Con il passare del tempo, i gruppi armati Hagana, nucleo fondante dell’odierno esercito israeliano, iniziarono a usare sempre più spesso la violenza per portare avanti un’operazione di pulizia etnica», continua Romana Rubeo. «Almeno 800mila palestinesi vennero cacciati dalle loro case. Iniziò, così, il viaggio verso Gaza, gli attuali territori occupati, la Siria, la Giordania e il Libano. Un viaggio di andata che ne prevedeva uno di ritorno, tanto che il popolo palestinese portò con sé le chiavi delle proprie abitazioni. Il diritto al ritorno, però, fu loro negato e oggi quelle chiavi arrugginite sono diventate il simbolo della lotta. Da quel momento i palestinesi divennero profughi e iniziò l’occupazione dei loro territori attraverso le colonie israeliane. Una delle armi politiche utilizzate da Israele, infatti, è quella del “dividi e conquista”, tanto che la striscia di Gaza oggi è completamente isolata da quello che resta degli alti territori palestinesi».

La dottoressa Rubeo ha anche spiegato come la scelta di spostare a Gerusalemme – proprio il 15 maggio, settantesimo anniversario di Al Nakba – l’ambasciata americana e di riconoscerla unilateralmente come capitale sia «una scelta scellerata che sta provocando un’escalation di tensione. Lo vediamo anche dagli episodi sempre più frequenti di irruzione nella Spianata delle Moschee da parte da parte dei coloni ebraici».

Dell’aumento della tensione ha parlato anche dottor Iyas Ashkar, nato a Baka – città palestinese in territorio israeliano e per questo separata da un muro. Ashkar ha ricostruito minuziosamente i fatti che dal 1879 hanno progressivamente portato alla situazione odierna. «Il sionismo è nato sulla negazione dell’esistenza del popolo palestinese. Questo è il problema, non il “non voler riconoscere” ma il negare. Il progetto di colonizzare la Palestina», afferma, «ha trovato entusiasmi sia negli ambienti ebraici che in quelli europei, che in quel modo vedevano risolto quello che chiamavano “problema ebraico”. La nascita dello stato di Israele è stata dichiarata nel 1948. Prima di quella data in Palestina alcuni paesi avevano un sindaco eletto dalla maggioranza e un vicesindaco sempre rappresentate della minoranza, per evitare che venissero meno proprio i diritti delle minoranze. Questo per specificare che il problema non è di tipo religioso».

Nella sua relazione, Iyas Ashkar più volte ha parlato di pulizia etnica nei confronti dei palestinesi e ha fornito numeri altissimi sulle conseguenze di questa operazione: all’interno dei confini dello Stato d’Israele i palestinesi rimasti sono passati da un milione e 300mila del 1948 ai 150mila attuali. «Oggi Israele possiede l’85% del territorio e controlla le falde acquifere. L’Autorità Nazionale Palestinese», afferma Ashkar, «è costretta a pagare l’acqua a Israele. Si calcola una media annua di 8mila ettari di terre palestinesi confiscate, con 2mila sfollati e settecento case distrutte. Solo dal 2000 al 2015 Israele ha ucciso 12mila palestinesi e dal 1967 al 2015 ne ha arrestati un milione». Nella platea gli occhi sono diventati lucidi quando Iyas ha raccontato che solamente «due settimane fa a Tel Aviv c’è stata una manifestazione ebraica in cui urlavano “genocidio ai palestinesi» e quando, con fermezza, ha spiegato che il problema tra Israele e Palestina «è anche un problema europeo: se l’Europa non fa altro che rispondere alle esigenze di Israele a causa dei sensi di colpa provocati dalla Shoah peggiora la situazione e le condizioni di vita del popolo palestinese. Io, da palestinese, mi sento una vittima della Shoah».

Quello che è emerso molto chiaramente durante l’incontro è come i palestinesi rispondano a tutto questo con grande forza e con una resistenza culturale che ora sta culminando nella cosiddetta Grande Marcia del Ritorno, una serie di manifestazioni indette da tutte le fazioni e le organizzazioni palestinesi che culminerà il 15 maggio, settantesimo anniversario della Nakba.

La bravura dei relatori e la crudezza dei racconti hanno certamente lasciato il segno nella coscienza dei numerosissimi presenti. Gli altri due incontri dell’iniziativa “La Palestina. Le parole, i luoghi, i fatti” si terranno tra maggio e giugno sempre a L’Aquila.


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