La drôle de guerre dei rifiuti abruzzesi

La drôle de guerre dei rifiuti abruzzesi

In alcuni recenti modesti interventi, tentando di analizzare alcune vicende che hanno caratterizzato gli ultimi mesi del tutto sommato meschino regime dei rifiuti nell’Abruzzo montano, ci siamo trovati dinanzi ad una serie di fatti e di situazioni di difficile interpretazione. Molte vicende, certo anche per nostra responsabilità (e per difetto di conoscenza/e), risultano di difficile lettura, anche a voler ricorrere, al metodo ermeneutico più semplice, il rasoio di Occam.

Di matrice quasi incomprensibile, l’accordo stretto tra le Regioni Lazio ed Abruzzo per il temporaneo trattamento di una percentuale esigua dei rifiuti di Roma in impianti abruzzesi, 300 tonnellate/giorno. Ci eravamo chiesti dove fosse mai la fregatura, in un patto che – stretto in modo da mettere a dura prova la scienza amministrativa nonché i princìpi ispiratori del diritto nazionale e regionale – contemplava la durata complessiva di un solo mese. La motivazione addotta dai nostri politici, il presidente Chiodi e l’assessore preposto Di Dalmazio («Lasciare sola Roma in un momento del genere sarebbe un danno incredibile per tutto il Paese e noi una minima disponibilità siamo in grado di garantirla. Trattandosi di Roma capitale sarebbe impossibile non dare la nostra disponibilità»), non giustificando assolutamente l’adozione di un simile provvedimento di accoglimento, cozzava con tante geremiadi udite nel recente passato in ordine alla situazione emergenziale dei rifiuti (asseritamente, a giorni alterni) strombazzate da taluni politici dei disastrati Abruzzi (Roma, che è in una condizione oggettiva molto più preoccupante, tende – si vedano le dichiarazioni del neo assessore di Zingaretti, Civita – in maniera certo più lungimirante, per quanto possibile, a bandire il topos “emergenza” dalle esternazioni dei propri rappresentanti. Impareranno mai, i nostri?) . L’AMA S.p.A., la società romana detentrice del rifiuto della Capitale, risulta – dalla documentazione – aver individuato nella Deco S.p.A., ovvero il gruppo privato egemone del settore nella nostra Regione,  il proprio referente per l’operazione, per quanto il Servizio Gestione Rifiuti della Regione Abruzzo, nella persona del dottor Gerardini, si sia sforzato di far risultare, come traspare dalla delibera di Giunta regionale approvante l’Accordo con il Lazio, di aver consultato diversi operatori e sondata la rispettiva loro disponibilità (in termini di volontà e di capienza). Per come chiuso l’Accordo, il rifiuto indifferenziato romano avrebbe dovuto essere trattato, per 50 tonnellate/ giorno, anche a Sulmona, ma nel centro ovidiano non è poi arrivato nulla, pare perché il sito Cogesa S.p.A. (teniamolo a mente) non fosse in grado di garantire la produzione di CDR (Combustile da rifiuti). Cosicché a reggere il tutto è rimasto il solo impianto chietino della Deco S.p.A.. Dai prospetti di conferimento si evince che l’impianto di trattamento meccanico-biologico della famiglia Di Zio ha accolto, da Roma, in tutto, conferimenti per 11 (dicesi: undici) giorni, per una media giornaliera di poco superiore alle 150 (dicesi: centocinquanta) tonnellate/giorno. Che dire? Inspiegabile. Tanto dispiego di energia per nulla. E noi che temevamo il temibile istituto-chiavistello della proroga… Bah!

Nel contratto all’uopo stipulato, per questo micro-conferimento romano in Abruzzo tra AMA S.p.A. e Deco S.p.A. vi sono diversi elementi suscettibili di studio ma quello di maggior impatto è sicuramente quello della tariffa, fissata ad euro 124 a tonnellata con l’aggiunta di euro 6 di ecoristoro (totale: euro 130: con il corollario, aggiunto quasi a scusarsi, della ditta di Spoltore, secondo il quale il «corrispettivo è stato determinato anche tenendo conto dell’incidenza degli ulteriori oneri non destinati a DECO e costituiti dal tributo speciale di cui alla L. n. 549/95 che DECO è tenuta a versare alla Regione sede della discarica di recapito dei residui di lavorazione» / cosa che apre evidentemente altri scenari sui quali adesso non è utile avventurarsi). Non male, se si riflette che, ad esempio, i malcapitati comuni soci e serviti da Aciam S.p.A. ne pagano, ad oggi, quasi 163, di euro. Ad essere conseguenti, e volendo risparmiare, potremmo non strapparci le vesti ove accadesse, prossimamente, come paventato dai rappresentanti ANCI e Confservizi-Cispel pochi giorni or sono in ordine alla proposta di legge che è in Regione sulla gestione del ciclo dei rifiuti, noi andassimo «incontro ad un monopolio privato, ancor più marcato di quanto già oggi esso sia», con il pubblico, ovvero i municipi, «relegato cioè in un ruolo gregario rispetto al privato o addirittura essere cancellato del tutto» (Primadanoi.it, 10 luglio 2013). Se non fosse che l’aspetto dei costi rischia di fagocitare altri di maggior spessore, in primis la qualità del servizio, ed il raggiungimento degli standard di raccolta differenziata che la normativa impone, che vengono invece tenuti in non cale dalla politica. In effetti, in questi mesi si è combattuta, soprattutto, una battaglia logorante sulle tariffe, mentre il tema del differenziare è venuto in rilievo solo per la famosa “soglia” del 40% (onore a chi l’ha fatta introdurre) che abiliterebbe a partire con gli inceneritori sul territorio regionale (ma c’è già chi sta provvedendo, di suo).

Un documento molto interessante dal quale partire è l’Accordo di Programma tra Regione Abruzzo e le quattro Province abruzzesi sul «Programma PAR FAS 2013 Obiettivo 3 “Rifiuti” – Sistema impiantistico di trattamento / riuso / recupero» chiuso il 7 marzo scorso a Pescara tra l’assessore regionale Di Dalmazio e dagli assessori provinciali preposti al ramo. In tale documento, che ha suscitato diverse reazioni anche sulla Costa (si veda la presa di posizione del consigliere regionale giuliese Ruffini sulla piattaforma di Teramo) ,  si prevedeva, per l’Abruzzo Ulteriore Secondo, il finanziamento a favore del potenziamento della linea di compostaggio dell’impianto di Aielli di proprietà di Aciam S.p.A. (un milione di euro) ed altro, per “potenziare e revamping TMB”, a beneficio del sito Segen S.p.A. di Sante Marie, sempre nel marsicano, di ben due milioni di euro. A proposito di quest’ultimo, è bene ricordare che si allude all’impianto di trattamento meccanico-biologico sito in località Santa Giusta, andato a fuoco nella notte tra il 29 ed il 30 settembre 2011. Si tratterebbe dunque di un contributo finalizzato a consentire la ripresa di attività di un sito che ha trattato, sino al misterioso (e, ad oggi, non chiarito; né è da coltivare molte speranze che lo sarà mai) incendio, 11.000 tonnellate/anno, e – qui viene il problema – il suo ampliamento fino alla capacità di 56.000 tonnellate/anno.

Da alcuni mesi, il comprensorio Segen S.p.A. (Valle del Liri, Marsica occidentale e Fucino), dopo aver beneficiato di un’autorizzazione di durata annuale, susseguita al rogo del 2011, per cui detta società ha potuto installare – per cura di una ditta aquilana – un impianto mobile che ha continuato a trattare tranquillamente la frazione di indifferenziato dei soci nonché quella di L’Aquila città, ora, dopo la chiusura di quell’esperienza, è stato costretto a servirsi dell’impianto Aciam S.p.A. di Aielli. Sul cortocircuito delle tariffe (che sono in regime libero, e, aggiungiamo noi, tendenzialmente volatile) che ne è conseguito, sul differenziale registratosi (invero piuttosto inspiegabile, ascendendo a diverse decine di euro a tonnellata) in termini di costi, il Comune di L’Aquila – e della società che per quel municipio cura la gestione dei rifiuti solidi urbani, Asm S.p.A. – ha innescato, qualche mese fa, una forte polemica, sulla quale non torniamo, essendocene occupati sino alla noia, per risolvere la quale è dovuto intervenire da “paciere” il Servizio Gestione Rifiuti.

La reazione che non ci si attende all’Accordo di Programma del 7 marzo 2013 giunge dal presidente della Provincia di L’Aquila, Antonio Del Corvo, ed è destinata, oltre che ai vari attori istituzionali coinvolti, anche… ai propri uffici (l’ingegner Francesco Bonanni)! L’esordio è quasi incredibile:

In merito all’Accordo di Programma PAR FAS […] apprendo solo ora che lo stesso è stato sottoscritto dagli assessori delle quattro Province.

In primo luogo mi corre l’obbligo osservare che si pongono seri dubbi di legittimità delle relative sottoscrizioni.

Ed infatti, se è vero, come lo è, che la rappresentanza dell’Ente è in capo al Presidente, non si vede quale valore possano avere le sottoscrizioni di un Assessore senza che a ciò sia abilitato da delega speciale.

La valutazione giuridica di Del Corvo non fa una piega (tanto che successivamente egli si periterà di delegare il suo vice, Antonella Di Nino, sulmontina, in luogo dell’assessore firmatario Giuseppe Tiberio, aquilano / si notino le rispettive provenienze, e gli effetti che ne discenderanno) ma sorprende come su atti di tale importanza non ci sia stato, evidentemente, non solo la delega, ma alcun raccordo nella maggioranza (lo definiremmo il metodo Pezzopane-Di Pangrazio: nessuna riunione di maggioranza, rapporto soltanto con il singolo consigliere o assessore, mai con l’insieme, men che meno con i gruppi della propria coalizione), soprattutto perché non si trattava di decidere il colore di una tenda di un ufficio ma la destinazione di somme ingenti, l’opportunità dell’erogazione delle quali dovrebbe poi essere valutata, come da normativa, anche in ossequio all’organizzazione dei flussi dei rifiuti urbani in ottica comprensoriale (inciso: in questo frangente il Servizio Gestione Rifiuti della regione utilizza la locuzione “comprensoriale” quale sinonimo di “provinciale” [si veda la Determinazione della Direzione Protezione civile – Ambiente del 16 gennaio 2012, n. DR 4/9] / al che ci tornano alla mente tutte quelle fanfaluche sulla necessaria autosufficienza del circondario Aciam S.p.A. che si sono spudoratamente avallate per fiancheggiare il progetto dell’infame discarica di Valle dei fiori di Gioia dei Marsi / ovvero: quando serve, l’ambito – di un ATO in realtà sostanzialmente mai nato, senza un Piano – è provinciale, quando invece qualcuno vuole fare una discarica criminogena a mille metri di altezza sul maggior acquifero del Fucino, allora l’ambito prodigiosamente si restringe e sminuzza ma passa allo stato gassoso, pur di giustificare il movimento in qualche modo….).

Sul merito, Del Corvo, in una nota nella quale non rinveniamo la data, sulla sostanza argomenta come segue:

Il D.Lgs. n. 152/2006 e ss. mm. all’art. 199 lettera d) recita che le regioni predispongono i piani regionali tenendo conto dei “fabbisogni degli impianti necessari a garantire la gestione dei rifiuti urbani secondo criteri di trasparenza, efficacia, efficienza, economicità e autosufficienza, all’interno di ciascuno degli ATO” e sulla base (art. 200 lettera e) della ricognizione degli impianti di gestione di rifiuti già realizzati e funzionanti.

Come ampiamento noto a tutti i livelli regionali e provinciali l’attuale potenzialità autorizzata, e ormai da tempo consolidata, di trattamento meccanico e biologico per il rifiuto urbano indifferenziato nella provincia dell’Aquila è la seguente:

ACIAM potenzialità pari a 52.000 ton/a:

SEGEN potenzialità pari a 11.000 ton/a (non in esercizio a causa incendio settembre 2011);

COGESA potenzialità pari a 50.000 ton/a.

Con il raggiungimento del 65% di raccolta differenziata, come imposto dalla legge, la produzione di rifiuti urbani indifferenziati in Provincia di L’Aquila sarebbe di appena 50.000 t/a. Una quantità notevolmente inferiore alla potenzialità di trattamento oggi disponibile.

Nell’ipotesi di accordo […] per gli impianti di trattamento/recupero rifiuti urbani (disponibili 7.840.000,00 euro per l’intera Regione) per la Provincia dell’Aquila è prevista la seguente ripartizione dei fondi:

ACIAM 1.000.000,00 euro;

SEGEN 2.000.000,00 euro e aumento della potenzialità da 11.000 a 55.000 tonnellate annue per il trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati;

COGESA 0,00 euro    perché?

Balza evidente che il criterio di assegnazione seguito va esattamente nella direzione opposta rispetto allo scenario sopra evidenziato ed alle indicazioni della normativa di settore.

Infatti si ipotizza di finanziare un impianto non funzionante e prevedendo addirittura aumenti sostanziali e non necessari di potenzialità, penalizzando altri impianti (pubblici quali COGESA e ACIAM) che già dispongono ampiamente della potenzialità necessaria che a loro volta andrebbero stimolati verso interventi di specializzazione di trattamento dei rifiuti urbani nell’interesse dell’intera Provincia.

Diversamente si andrebbero a generare le seguenti negatività:

duplicazione di impianti esistenti in contrato con la normativa vigente;

aumento dei costi di gestione in quanto tutti gli impianti lavorerebbero con assetti non ottimizzati.

In realtà, gli arnesi giuridici in materia sono, in Abruzzo, piuttosto logori (al punto da ingenerare la diffusa sensazione che in nome della legge e del buonsenso li si possa piegare a qualsivoglia valutazione di carattere politico). La legge regionale vigente, del 2007, mostra la corda, al punto che persino alcuni consiglieri regionali di maggioranza si sono sentiti in dovere, tre anni fa, prima dunque dell’avvio del restyling attualmente in itinere, a proporre un proprio progetto di legge (legislatura IX, 0169/10) che esigeva, all’art. 1:

Le Province, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, provvedono ad individuare le zone idonee e quelle inidonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, conformemente al piano regionale di gestione dei rifiuti, al piano territoriale di coordinamento provinciale e d’intesa con i Comuni interessati

sino a prevedere che

Nelle more della individuazione di cui all’art. 1, sono sospesi i procedimenti di rilascio delle autorizzazioni alla costruzione ed all’ampliamento di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, ovunque localizzati nel territorio regionale

a testimonianza dell’esistenza di un problema reale. C’è addirittura in campo l’idea di addivenire ad un solo ATO monstre regionale.

Il Piano provinciale aquilano risale addirittura al paleozoico (A.D. 2003), e fotografa, tralasciando le disapplicazioni indotte dalla normativa introdotta nell’ultimo decennio, una situazione nella quale erano addirittura presenti impianti di proprietà e gestione comunali, e quelli oggi in essere erano appena stati concepiti, come idea. Tra questi era comunque ricompreso, ab origine, l’impianto Segen S.p.A. da 11.000 tonnellate, e sul fatto che l’azienda di Civitella Roveto abbia diritto a riavviarlo non vi è discussione, essendo la circostanza pacifica (e piromani permettendo / ammesso che nel 2011 l’impianto non abbia preso fuoco da solo: le Autorità dovrebbero dire qualcosa al proposito….). Oggetto della contesa è, evidentemente, l’ampliamento della capacità di trattamento di questo, ad oltre cinquantamila tonnellate, che è poi il rifiuto di L’Aquila città, che il capoluogo degli Abruzzi vorrebbe colà conferire, a settanta chilometri di distanza, ad un prezzo che il sindaco aquilano Cialente, nel febbraio 2013, ha assicurato esser stato, nell’anno di sinergia con Segen, di euro 134,50 a tonnellata.

La pretensione aquilana consiste nell’asserire che il Piano provinciale dei rifiuti vigente prevede, per il comprensorio «del Comune di L’Aquila» (così negli allegati della delibera di giunta 204-2013 dello scorso aprile), un impianto a trattamento a doppia linea di 42.500 tonnellate/anno per l’indifferenziato e di 9.500 tonnellate/anno per la matrice organica. Che è quello che originariamente era in capo nientemeno che alla società “AquilAmbiente” (la progenitrice di Asm S.p.A.) e che adesso loro “girerebbero”, bontà loro, alla Marsica, a Segen S.p.A., in una semplice partita di giro. Perché nel “comprensorio” aquilano (ma occorrerebbe essere molto cauti nell’utilizzare concetti come “comprensorio”, giacché impropri, a metà tra i “consorzi comprensoriali” e i “sub-ambiti provinciali”, e che portati innanzi ad un giudice crollerebbero come un castello di carte, giacché in passato si è preferito, più che definire correttamente le aree funzionali del piano, prendere atto delle zone di influenza dei singoli operatori, cosicché oggi buona parte dei municipi intorno a L’Aquila è formalmente socia di… Aciam S.p.A.!) l’impianto di trattamento non si è mai realizzato, e nemmeno la discarica che doveva esserne il logico completamento, per le note difficoltà ad individuare un sito idoneo per collocarvi quest’ultima (si sono fatte intere campagne elettorali su tale tema, nel beato e leggero periodo ante-terremoto).

Sia come sia, Del Corvo per il momento l’ha spuntata, riuscendo a far rettificare la destinazione di quel contributo, da Segen-Comune L’Aquila al… Cogesa S.p.A. di Sulmona. Ma non perché, come egli asserisce, Cogesa ed Aciam siano, sic et simpliciter, “pubbliche” (entrambe hanno al loro interno soci privati rilevanti). Si sceglie di rafforzare il compostaggio in luogo del trattamento dell’indifferenziato, per quanto la soglia del 65% di raccolta differenziata nel territorio provinciale sia una chimera.

Molte potrebbero essere le riflessioni e le induzioni su come interpretare la volontà del Legislatore nazionale e regionale in ordine ai criteri primi che dovrebbe informare la gestione dei rifiuti, quelli di “prevenzione”, “preparazione per il riutilizzo”, “riciclaggio” (in tal caso, Segen, a nostro avviso, ha fornito performance più convincenti di Aciam e Cogesa) e su quali soggetti sarebbero titolati a ricevere dei contributi, e per fare cosa (dopo di che, si aprirebbe il campo dei finanziamenti alle isole ecologiche, ecc.) ma è chiaro che quella che si sta combattendo è una lotta politica estrema, all’ultimo sangue, per la sopravvivenza dei soggetti operanti nel campo (e dei centri di potere pubblici che li hanno occupati, insufflandovi nepotismo ed incompetenza), che rischiano di essere fagocitati da quella “privatizzazione” imposta dai fatti (l’incapacità dei soggetti ha comportato il ricorso a trasferimenti del rifiuto abruzzese in ogni dove) e che nel prossimo futuro si abbatterà sul settore. E sotto questo profilo, Civitella Roveto è messa piuttosto male.

Non ultimo, in questa prospettiva, è giunto, inaspettato, nel giugno scorso, il ribaltone negli assetti di Aciam S.p.A., dove il celanese Luigi Ciaccia (sodale politico di Antonio Del Corvo / si noti: il presidente del Corvo è ormai, indubbiamente, il vero leader del Pdl / ed è bizzarro che la riallocazione di quel milione ad Aciam e dei due a Segen sia stata ridisegnata, da Del Corvo, dividendo in due parti i tre milioni complessivi: uno e mezzo a Cogesa, uno e mezzo ad Aciam… dunque Aciam avrà mezzo milione in più dell’originario… tutte le fortune…)  ha dovuto lasciare la poltrona all’avezzanese Lorenza Panei, espressione di altre forze.

In ultimo, ci attendiamo che tutto questo discorso su efficienza ed economicità si applichi non solo agli impianti di trattamento, quando può far comodo, ma sempre. Le recenti esternazioni avezzanesi sulla necessità di una nuova discarica sono, a questo proposito, del tutto ingiustificate giacché se L’Aquila deve conferire ad Aielli perché la programmazione non può contemplare duplicazioni (con tariffe presumibilmente più basse) a Sante Marie, analogamente, per la discarica, quella di Noce Mattei a Sulmona basta tranquillamente per tutti e non c’è dunque bisogno che qualche palazzinaro di Avezzano si intestardisca a farne una a Fucino (né a Valle dei fiori, ovvio). Ad onor del vero, ad un anno dalla vittoria al Tar sulla questione, ci risulta, guardando retrospettivamente tutta la complessa vicenda di Valle dei fiori, sempre più incomprensibile la compatibilità di una sua eventuale realizzazione con gli strumenti programmatori regionali e provinciali vigenti, strumenti che invece, ictu oculi, avrebbero dovuto renderla semplicemente impossibile e farla rigettare anche come semplice idea. Fidiamo sempre che un Giudice se ne occupi.

Franco Massimo Botticchio / Il Martello del Fucino

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