Inchiesta di Tagliacozzo: una giornalista come “agente provocatore” della Procura?

di Angelo Venti

Se in America la stampa viene definita anche come “Cane da guardia del Potere”, nella Marsica potrebbe essere definita anche come il cane da compagnia, anzi al guinzaglio, in questo caso del Potere giudiziario. Almeno è questo che starebbe emergendo dalle aule di giustizia e dalle stanze della Procura di Avezzano. Battute a parte, la questione è invece molto seria.

L’aspetto che riguarda la professione giornalistica è duplice. Il primo riguarda il modo con cui la Procura di Avezzano intende il ruolo dei giornalisti e i rapporti con la stampa. Il secondo riguarda il ruolo che avrebbe svolto la stampa – o meglio una parte di essa – nel corso dell’inchiesta di Tagliacozzo. Inchiesta che nel 2016 provocò le dimissioni del sindaco Maurizio Di Marco Testa e dell’assessore Gabriele Venturini, con il conseguente scioglimento del consiglio comunale e, infine, nuove elezioni. Una brutta pagina, soprattutto se si considera che quella inchiesta si sta ora sgonfiando clamorosamente.

Due pesi e due misure

Quello che salta subito agli occhi è lo strabismo della Procura nel giudicare i casi di coinvolgimento di giornalisti nell’inchiesta di Tagliacozzo e in quella di Capistrello, in cui gli inquirenti sono praticamente gli stessi. Per la Procura si tratta di “finalità investigative” quando il giornalista si pone al completo servizio degli inquirenti come a Tagliacozzo. Si tratta invece di “Asservimento della stampa alla politica”, se una giornalista fa il suo lavoro da addetto stampa, come a Capistrello.

Stando a quello che è emerso dall’udienza preliminare tenutasi martedì 11 dicembre davanti al GUP Anna Carla Mastelli, quella di Tagliacozzo appare come una brutta pagina non solo per le modalità di conduzione dell’inchiesta da parte degli inquirenti, ma anche per il ruolo ricoperto da una parte della stampa locale. Vediamo perché.

A fare scoppiare il caso è il procuratore della Repubblica di Avezzano, Andrea Padalino. Il Pm, rispondendo alle contestazioni dei difensori in merito alla presenza dei giornalisti durante l’acquisizione di atti presso il Municipio di Tagliacozzo, così avrebbe replicato:

« Su questo tutti hanno perfettamente ragione. Si è detto: “quando la Polizia giudiziaria è andata ad acquisire gli atti al comune, c’erano i giornalisti fuori che non potevano che esseri stati avvisati dalla polizia giudiziaria”. Ebbene anche su questo ho chiesto conto al dottor Savelli e al maggiore Commandè: posso confermare che è vero »

Il Procuratore Padalino non ha annunciato nessun provvedimento verso i due collaboratori che hanno svolto un’attività d’indagine portandosi giornalisti al seguito, avrebbe invece precisato che il Pm Savelli e il maggiore Commandè, sul punto, avrebbero dato questa singolare spiegazione:

«Entrambi mi hanno detto che sono stati loro ad avvertire i giornalisti, perché fossero presenti in sede di acquisizione dei documenti. Ma non in vista delle finalità prospettate dai difensori, ma per una finalità alla quale, seppur con modi e con accorgimenti diversi, si ricorre quando sono in corso delle intercettazioni telefoniche: cioè al solo fine di stimolare, tra i soggetti intercettati, l’attività comunicativa ».

Insomma a Tagliacozzo la stampa sarebbe stata usata dagli inquirenti solo per stimolare le comunicazioni tra gli intercettati. Metodi investigativi poco ortossi, quelli avvallati con nonchalance dal pm Padalino, che giustificherebbero a malapena la più recente fuga di notizie sulla stampa, emersa nell’analoga inchiesta di Capistrello,  di cui tra l’altro si sarebbe reso protagonista sempre lo stesso Commandè.

Nel caso di Tagliacozzo sarebbe andata – se possibile – anche peggio. Non si tratta solo di notizie su indagini in corso passate alla stampa affinché venissero pubblicate, ma addirittura di giornalisti avvertiti “perché fossero presenti in sede di acquisizione dei documenti”: un supporto attivo alle indagini in corso, quindi, fino al punto da richiederne la presenza fisica durante l’operazione di acquisizione degli atti in Municipio.

Se le cose fossero andate realmente così come le racconta il pm Padalino, nell’inchiesta di Tagliacozzo ci troveremmo quindi di fronte a un utilizzo inedito dei giornalisti, promossi alla bisogna quasi a veri e propri “agenti provocatori”. Ma c’è anche dell’altro.

Torniamo a quanto successo nell’udienza filtro dell’11 dicembre scorso. Sul punto, altri elementi vengono fuori dall’avv Roberto Verdecchia che così avrebbe replicato al pm Padalino:

« […] nel comune di Avezzano sono tantissime le acquisizioni di documenti ma mai nessuno ci viene a fotografare, mai nessuno ha fotografato chi andava ad acquisire gli atti »

Per l’avv. Verdecchia, quindi, la stampa non solo era presente ma avrebbe persino fotografato le operazioni di acquisizione. Ma Verdecchia avrebbe fornito anche altri dettagli importanti:

«Peccato signor procuratore, peccato, perché è sempre la stessa giornalista, della stessa testata, che veniva avvisata. Gli altri, conoscendo Savelli e conoscendo Commandè non potevano arrivare in determinate circostanze. E non mi riferisco certo al suo collega, stimatissimo, ma molto probabilmente a qualcheduno che aveva interesse a fare uscire queste notizie».

Per l’avv. Verdecchia – che lascia sospettare che questo di Tagliacozzo non sarebbe l’unico caso – si tratterebbe quindi di una sola testata e di una giornalista donna.  Resta ora da accertare l’identità della giornalista e della testata chiamata in causa.

C’è da scommettere che molti altri dettagli verranno fuori nel corso del processo, la prima udienza è fissata al 12 settembre 2019.

Sul delicato  rapporto tra Procura e informazione e sull’uso di certa stampa da parte degli inquirenti, l’avv. Verdecchia ci ha rilasciato questa brevissima video intervista, che consigliamo di vedere:

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