In memoria di Gennaro De Stefano (1951-2008)

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Il ricordo del ventennale dell’atroce “delitto di Balsorano” quale fomite dell’oblio della memoria di Gennaro De Stefano (1951-2008)

Convitato di pietra a Case Castella

Fu per molti versi eloquente (ed istruttiva) la glaciale indifferenza con la quale venne accolta, nella Marsica e negli Abruzzi, l’autobiografia di Gennaro De Stefano, opera uscita nel marzo 2008, appena poche settimane prima che un male incurabile conducesse l’autore nel Regno dei Più. Eppure, «l’autobiografia di uno dei più grandi cronisti dei nostri tempi» risultava, come risulta, assai godibile ed ha la caratteristica di essere incentrata – per quanto l’autore abbia, nel tempo, lavorato in tutta Italia (ed anche oltre, come emigrante) – sulla città di Avezzano. Città della quale, incontrandoci, ce ne diceva di tutti i colori, quasi come un innamorato tradito, salvo a trovarsi sempre a manifestare per essa un malcelato e quasi comico trasporto.
v-immagine-3.jpgGennaro De Stefano ha rappresentato per lunghi anni la personalizzazione vivente e pulsante dell’arciavezzanese, ovvero ha impersonificato e incarnato i tanti dilaceranti multiversi aspetti del miracolo economico e della liberazione dei costumi, per così come tali fenomeni si sono palesati, negli anni Sessanta e Settanta, nella nostra Terra. Sotto questo profilo, la sua ultima narrazione, con le certezze borghesi della sua infanzia e i successivi sviluppi agit-prop, potrebbe non aver riscosso il successo dovuto in patria proprio perché lo scritto rinovellava e riepilogava in maniera esemplare certe inclinazioni ed alcuni atteggiamenti avezzanesi risultanti in netto contrasto con la morale corrente condivisa da una città tradizionalmente conservatrice (almeno nelle pubbliche enunciazioni di principio).
Nella sua autobiografia De Stefano ripercorre molte vicende che hanno trovato spazio nelle cronache locali, e lo scritto è pervaso di uno spirito autocritico del quale l’Autore solitamente non faceva eccessiva mostra in pubblico, più per carattere pensiamo che per l’intenzione di tenere celati i fatti. Anche da questo punto di vista un’ampia condivisione dell’opera in Avezzano avrebbe potuto produrre, oltre che una riscoperta di alcune vicende, la precisazione e l’inquadramento di molti altri fenomeni sociologici che la città ha vissuto inconsapevolmente, o traendone degli ammaestramenti solo molto più tardi, se non mai.
v-immagine2.jpgPer quanto il posto nel gotha dei grandi cronisti dei nostri tempi dovrà essergli conferito, come ha giustamente scritto Angelo De Nicola, dai… posteri, il Nostro è stato comunque un personaggio di indubbie capacità, e parrebbe, Avezzano (che non è esattamente Parigi), non potersi permettere il lusso di ignorarlo bellamente. Almeno in teoria.
Nella realtà quotidiana del quadrilatero di Avezzano, Gennaro De Stefano rimane tuttavia un simbolo scandaloso, un ricordo quantomeno scomodo. Tra tutte le vicende che lo hanno visto coinvolto (dalla fuoruscita da “L’Unità” e dal Pci al Colle delle api) quella che ancor oggi brucia ha un nome che si fa fatica a pronunziare: Balsorano. Se ancor oggi l’opera di Gennaro De Stefano si trova collocata in un vuoto pneumatico lo si deve a tutto quello che, con i suoi articoli prima e con “Il delitto di Balsorano” dopo il Nostro ebbe a scatenare sulla sonnacchiosa comunità marsicana, che solo voleva sacrificare, sull’altare della rispettabilità collettiva di facciata, un Mostro. Oggi, che il Mostro ed il suo paladino non ci sono più, le parole di Gennaro sono ancora più lancinanti, per le coscienze che possono avvertirne il grido. La doglianza che sul finale dell’autobiografia riprende quanto già scritto quasi venti anni prima («Il nome di Michele Perruzza […] non era mai entrato nelle grazie degli intellettuali […] nessun comitato si era formato per questo muratore di uno sperduto paese dell’Abruzzo, che stava rischiando di marcire in carcere per un reato che, era certo, non aveva commesso») è in effetti, a parere di chi scrive, un richiamo insopportabile per quell’opinione pubblica che non ha ancora fatto veramente i conti con il delitto di Balsorano, con i suoi addentellati, con quel che di turpe si è rivelato nella rispettabilità apparente di alcune Autorità come dei cittadini normali.
La riprova di questa ostraca della memoria è emersa prepotente in occasione della ricorrenza del ventennale dell’atroce fatto di Cristina Capoccitti, in occasione della quale gli operatori dell’informazione e della comunicazione serii si sono prodigati nell’ostentare una distaccata obiettività sui fatti e sui protagonisti che è apparsa, più ancora che il rispetto di una verità processuale (ormai consunta nelle fondamenta), una precisa determinazione di non prendere posizione, di non esternare in pubblico il reale pensiero (che si nutre e si alimenta in privato), nel comodo usbergo di un’obiettività vuota e retorica. Chi, ad esempio, avendo meno di trent’anni, si sia trovato a compulsare la pagina intera dedicata alla triste ricorrenza di Case Castella dal maggiore quotidiano regionale, non potrà mai avere la curiosità di approfondire il fatto che – comunque lo si voglia interpretare – è il volano di tutta la vicenda dell’orribile fine della bambina, rappresentato dall’arresto di Gennaro De Stefano, il 31 agosto 1992, per il semplice fatto che tale evento non è nemmeno citato, come pure il nome dell’animatore della battaglia innocentista per Michele Perruzza.
Il nome di Gennaro De Stefano è stato, tranne per un paio di prudentissimi casi, totalmente ignorato in occasione del ventennale. E’ evidente che ci sia qualcosa che impedisca di farlo, questo nome. O forse abbiamo capito male noi?

Franco Massimo Botticchio

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