Il Martello del Fucino – Disastri in serie

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Memoriae sanguinis

Le vicende tragiche della nostra regione di questi ultimi giorni – le scosse di terremoto, la neve, Rigopiano, i morti di inedia e di stenti in centri dove per intere giornate consecutive non si è avuta a disposizione l’energia elettrica – hanno segnato, crediamo, la fine di alcune velleità poli- tiche e di molte illusioni. L’implosione, l’ennesima, dell’apparato regionale, e il suo sciogliersi come neve al sole alle prime difficoltà; le esitazioni pietose di D’Alfonso e di un intero ceto politico nel prendere atto della gravità della situazione, chiedendo per tempo l’intervento del sempre bistrattato Stato; gli ammiccamenti osceni di taluni verso Enel e Terna, quando ci sarebbe stato da farsi sentire, urlare, di fronte a tanto disagio patito da molti centri dell’interno, da Chieti a Teramo, rimasti al gelo e al buio; l’inazione, di fronte a tale spettacolo, di chi pretende(rebbe) di rappresentare il nuovo ma forse non è che un prodotto di risulta della vecchia politica, più tossico che altro: tutti questi accadimenti non hanno fatto che rafforzarci nell’idea che i Tre Abruzzi stiano vivendo un declino probabilmente irreversibile, infrenabile quasi quanto il dissesto delle nostre terre e affliggente come l’ignavia molesta di chi continua a considerare un Territorio fragilissimo quale basamento indistruttibile per posare opere in gran parte, ormai, inutili, se non apertamente dannose.

In particolare, la montagna abruzzese sembra essere preda di una progressiva perdita di senso, di identità, di prospettive, sotto i colpi di un destino che presenta il conto di tutto quel che non abbiamo fatto a regola d’arte, o colpevolmente tralasciato. Non sembra esserci neppure troppa volontà di reagire. Occorrerebbe farlo con criterio, con lo studio, ed anche su questa cosa è lecito dubitare noi si detenga le risorse di conoscenza elaborazione applicazione pazienza necessarie per tentare almeno qualcosa di profittevole.

Viene buono, in questo momento drammatico per tutto l’Appennino – che segna un passaggio epocale della nostra storia recente regionale, che apprezzeremo, nei suoi esatti contorni, crediamo, solo a mente fredda e a distanza di tempo – rinovellare le vicende della strategia delle Aree interne ovvero di uno di quei sentieri (insieme alla fusione dei comuni, la realizzazione di strutture pubbliche e scuole antisismiche, ecc.) tracciati a Roma e che sappiamo essere necessario battere, per tentare quantomeno di rallentare il trend desertificatorio, e che pure, quale Territorio particolare, siamo ben lungi dall’intraprendere con la convinzione che sola potrebbe portare dei frutti tangibili. L’invito a tutti i primi cittadini è quello di fare presto, prima che sia troppo tardi.

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