IGNAZIO SILONE – Quarant’anni e non sentirli

Tra poche settimane cadrà il quarantesimo anniversario dalla morte di Ignazio Silone. In occasione del trentennale ci permettemmo di chiudere un numero di questo ciclostilato con due interventi di una qual certa autorevolezza, firmati da Mauro Canali e Dario Biocca. [ilmartellodelfucino 2008-16]. Le trattazioni dei due accademici, per come riassumibili in estrema sintesi, invitavano a metter mano con rinnovata lena agli studi sul grande scrittore e politico, e a porre in essere, da parte di chi ne aveva il compito e la possibilità, l’attività di ricerca sulla figura e le opere del Nostro. Attività che dovrebbe essere il core business del Centro studi intitolato a Silone (cosa dovrebbe mai fare un centro studi se non studiare?) ed essere – ci si scusi il gioco di parole – al centro delle preoccupazioni del municipio che del Centro studi è il dante causa.

Spiace constatare che su tale versante ben poco si è mosso, e quasi tutto sia rimasto in un limbo indistinto, di piccolo cabotaggio, più mandamentale e provinciale che interregionale. Le solite nomine pletoriche, al Centro studi, in luogo di: a) un vero rinnovamento statutario che consenta la creazione di un sinedrio di (pochi, veri) esperti riconosciuti internazionali di Silone; b) la produzione di una rivista ostensibile fuori della Marsica e degli Abruzzi (cosa dovrebbe produrre mai lo studio se non degli studi?); c) un ripensamento collettivo – e ormai indifferibile – finalizzato a creare un’entità maggiormente strutturata, attraverso la fusione con la Fondazione di Sulmona, l’interazione con la ‘Turati’ di Firenze e con altri soggetti del territorio (anche, banalmente, perché no, con l’altro centro cittadino, quello intestato al cardinale Mazzarino), onde assicurare la sopravvivenza delle istanze del Centro, un minimo di funzionalità e attività, e tramandare un’immagine diversa da quella piuttosto appannata di oggi.

Nel mentre si è acquisita la casa natale dello scrittore e si sono meritoriamente trovati i fondi (di una fondazione) per degli ingenti lavori sulla stessa (lavori sui quali ci siamo sforzati di non guardare l’albo pretorio e la sezione dei bandi del municipio di Pescina: per carità di patria e perché convinti dell’inutilità della consultazione dei siti istituzionali dei comuni della Valle del Giovenco, che gestiscono, ormai, sostanzialmente il nulla) la figura di Silone è rimasta ‘sequestrata’ in dei meccanismi proto-istituzionali commendatizi e notabilari la cui istantanea fedele è costituita dalla mancata tenuta delle ultime due edizioni del Premio Silone. Edizioni regolarmente finanziate, con molti (persino troppi) danari, da parte della Regione. Cose francamente inspiegabili e, a veder bene, quasi suicide.

Con tutto il dovuto rispetto per gli esercizi commerciali e di impresa che ne hanno mutuato il nome nella propria ragione sociale (esercizi dei quali siamo a vario titolo clienti; nella speranza di non esserlo nell’immediato, a titolo definitivo, di uno dei tre), il brand “Fontamara”, uno dei dieci toponimi più famosi nella letteratura mondiale, continua ad essere misconosciuto e persino minacciato nella sua dirompente potenzialità; tra i guastatori rientra, modestissimo avviso, quella congerie di studiosi intenti a difendere e preservare un’immagine di Silone che autonomamente essi si sono creati (o hanno ereditata) e che tetragona resiste ad ogni evenienza ed evidenza di archivio. Qui non è più questione di mandamentale o interregionale, e la riprova è nel riflesso condizionato che si rinviene nel recente testo di Giulio Napoleone (Il segreto di Fontamara, appena uscito, dopo esser stato annunziato da anni, pei tipi dell’editore Castelvecchi) dove l’autore, tocca il tema «dei rapporti, indiscussi, che lo scrittore ebbe negli anni ’20 con la polizia fascista» per poi proseguire nella sua trattazione – che trae spunto dal rinvenimento del frammento dell’originario testo di Fontamara custodito negli archivi russi – come se quei rapporti non avessero avuto alcun rilievo nello svolgersi politico-biografico e artistico di Silone.

Più in generale, speriamo che con il quarantesimo anniversario ci si possa risparmiare ed evitare iniziative che, come alcune del passato, mostrino troppo la corda, o svelino la nostra totale collettiva assenza di visione sulla galassia Silone a quei pochi che, dopo Carsoli e Cocullo, non ci ignorano già del tutto (come dargli torto, a costoro?).

Condizione, quella della invisibilità culturale, nella quale ci siamo calati da soli e nella quale mostriamo di voler bellamente permanere, elevandola a sistema. Come recentemente ha scritto un premio Nobel, «in un mondo che cambia velocemente, l’impasse può costare cara» (Joseph Stiglitz) ma da noi tale considerazione poco vale, al cospetto della solita errata convinzione, per pigrizia supinamente adottata, che i tempi di domani saranno come quelli di ieri, e di poter gestire argomenti e strumenti che in realtà non siamo in grado, quale collettività, di padroneggiare con la richiesta posologia. Sotto tale aspetto, il nostro approccio con la galassia Silone è soltanto un capitolo di un atteggiamento più ampio, e (per chi scrive) pericoloso, se non esiziale per la nostra stessa sopravvivenza.


TRATTO DA: ilmartellodelfucino 2018-5

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