FUCINO – Amplero… Amplero… sei tu Amplero?

Nessuno ci ha ancora ancora spiegato com’è nata, qualche anno or sono, la società “Irrigazione Piana del Fucino società consortile per azioni“, e quali siano state le valutazioni dell’allora ERSA e del Consorzio di bonifica Ovest per addivenire ad entrare in una siffatta compagine. Attendiamo chiarimenti al riguardo – anche sull’attuale situazione di quel sodalizio – da parte della Regione (che ha inglobato l’Arssa) e dal dinamico Francesco Sciarretta (ammesso che trovi il tempo, impegnato com’è a fare da cicerone all’Emissario) nonché, magari, da Antonio Del Corvo.

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L’opinione di Giuseppe Pantaleo

Mi attrae poco la discussione su «Amplero» più di trent’anni dopo la mia prima esperienza. Il mondo politico proponeva un’opera pubblica e se ne discuteva in pubblico: amministrazioni locali, partiti, sindacati e associazioni. C’erano i favorevoli e i contrari: alla fine si procedeva o si accantonava. (Si preferì soprassedere nel nostro caso, per la seconda volta).

I piani alti della politica hanno maggior potere rispetto allora – si può far passare un’opera per «strategica» e aggirare alcuni controlli -, ma hanno bisogno di maggiore legittimazione. I primi sindaci italiani eletti in modo diretto – con maggiori poteri rispetto alla situazione precedente -, non risparmiavano ai cittadini appelli del genere: «Statemi vicino e aiutatemi a governare»; mentre a quanti poi provavano a consigliare o a dissentire ricordavano stizziti: «Sono stato eletto democraticamente dal popolo!».

Il metodo dell’intervista Aqua Piana del Fucino ai portatori d’interesse non mi appassiona. Cresce il numero dei punti di vista ma la rappresentazione che s’intravede è risicata e non solo perché gli sguardi sono incanalati. (Senza contare che si tratta di pareri, in ogni modo). Ho già posto una questione simile: Giuliano Pisapia volendo discutere del traffico cittadino, come riesce ad ascoltare tutti i portatori d’interesse giacché, Milano è raggiunta – cinque giorni su sette – da 400mila persone? (Non solo). Gli albergatori di un comune montano propongono di eliminare un bosco, allargare la strada che attraversa la loro montagna e di costruire lungo il suo tracciato alcune aree da picnic per «valorizzare» lo stesso rilievo. L’associazione XYZ è contraria a una striminzita frazione del taglio perché da quelle parti, vi è una ventina d’esemplari di una pianta officinale rara che rischia di scomparire dal Pianeta. Il sindaco darà ragione agli albergatori – ça va sans dire. La montagna inizierà a franare dopo 12-15 anni con buona pace di tutti. (Non ricordiamo collettivamente nemmeno che le frane sono provocate dal taglio irrazionale degli alberi).

Non hanno uno spazio le mie (e le altrui) osservazioni del tempo andato nelle attuali procedure. (Ne cito un paio a caso). Sbancare per ricavare dei vasconi a quote basse ha un impatto ambientale senz’altro minore dell’impermeabilizzare un invaso naturale a una quota maggiore: l’acqua piovana e la neve accumulata durante l’inverno, possiedono entrambe ottime possibilità di finire nei fiumi sotterranei. (Si spende risorse ed energia per portare altra acqua in un posto dove già c’è e s’impedisce a questa d’infiltrarsi nella falda sottostante. Allo stesso modo, una discarica presenta meno rischi in caso di rottura della membrana sottostante se la sistemo a valle, più in basso rispetto a una città o lontano da una falda. Cfr.: Valle dei fiori). Nello stesso periodo, si criticò il modello di sviluppo ispiratore della nostra agricoltura e s’indicò l’impatto delle colture sull’ecosistema della Piana. Il termine «sostenibile» non era ancora stato inventato, ma si osservava – passando per Fucino a piedi, in bicicletta, in auto o in pullman -, molta terra (fertilissima) abbandonata sull’asfalto e ridotta a rifiuto. «Fino a quando?», ci si chiedeva. Si auspicavano colture diverse e richiedenti meno risorse ed energia. Si finisce fuori tema oggi da parte di chiunque, a esprimersi in tal modo.

(Mentre noi umani civilizzati in quel tempo polemizzavamo democraticamente, il Giovenco «rinunciò» alle sue sorgenti più in alto, diminuendo di conseguenza la sua portata).

Alla fine del processo d’indagine e d’elaborazione d’Aqua, sortirà non una soluzione, ma di più. Sarà preferita quale e soprattutto, da chi? (Ho la sensazione che per dirimere la futura questione dell’invaso – o degli invasi -, bisognerà ricorrere alla vecchia e amata carta bollata).

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Autorità di lotta, di governo e di commissariamento

Amplero… Amplero… sei tu Amplero?

 L’incontro – Avezzano, 20 novembre 2013 – relativo a quel «serbatoio di accumulo di volume pari a circa dieci milioni di metri cubi, attraverso uno sbarramento di altezza pari a m. 11,50» che, realizzato non si è capito ancora bene dove ma sicuramente alimentato dalle acque del fiume Giovenco, dovrebbe eliminare una volta e per sempre il problema della siccità nel Fucino, si è regolarmente tenuto, confermandoci purtroppo nell’impressione manifestata sull’ultimo numero del fogliaccio di carta che state leggendo (impressione immeritatamente venuta in rilievo proprio in occasione di questo momento di partecipazione consumatosi all’ex Arssa: un poco perché, forse, qualche sindaco-urlatore è memore del nostro modesto ruolo svolto in occasione della vicenda della discarica di Valle dei fiori [vicenda che ha peraltro parecchie assonanze con questa]; di più, perché individuando e creando, per il megaprogetto di irrigazione, un nemico di così infima consistenza quale potremmo risultare noi, sarà più facile distrarre l’opinione pubblica, ridicolizzare il dissenso (depotenziandolo alla base, nella stessa dignità di istanza abilitata a dire alcunché, in nome di chi) e condurre i buoi per la capezza dove… portano i soldi [del progetto]).

Gli interventi registratisi in occasione di cotanto evento (che, per chi fosse interessato, sono reperibili su internet per l’applicazione del noto Ciro Sabatino da Avezzano) – hanno dimostrato, oltre che – senza che la cosa suoni offesa per alcuno – la sostanziale uniforme decadenza del livello di preparazione di tutti gli attori istituzionali rispetto al passato anche recente (dove mai si sarebbe neppure potuto sospettare di assistere a certe scene), chi vi è, ora, improvvisamente, quindici anni dopo la reviviscenza dell’idea di Amplero (detta: 2), a più di trenta dal suo primo abbandono (Amplero 1), ad oltre settanta dalla sua prima gestazione (i nostri bisnonni avanguardisti e figli della lupa), una fretta dannata di chiudere la faccenda.

La condiscendenza con la quale i rappresentanti delle Autorità preposte alla questione si sono diffusi nei loro interventi meriterebbe un’attenta analisi. La vischiosità di certi interventi è risultata tale e tanta che lo stesso primo cittadino di Fontamara, puntualmente accorso, notoriamente molto abile e fermo negli interventi pubblici e nelle repliche a caldo, è sembrato perplesso, al microfono, quasi intento a chiedersi come mai fosse finito in un bizzarro universo parallelo dove coloro che ricoprono dei pubblici uffici possono orgogliosamente sbandierare, quasi a vanto, il sostanziale epocale fallimento dell’operato degli uffici medesimi, e poi proporsi – essi, che sono l’incarnazione del problema, ovvero i responsabili di quegli uffici – quali gli unti del Signore che tali problemi risolveranno, ove se per la trentesima volta gli si farà fiducia, tenendo in non cale i pessimi risultati delle ventinove volte precedenti (risultati dei quali sono oggettivamente responsabili, per il semplice fatto di essere stati lì – e ove arrivassero, altro vezzo contemporaneo, a dolersi del fatto che non potessero fare nulla, o ben poco, sarà forse il momento di porsi il problema se risparmiarseli, certi emolumenti, in favore di gente che non può fare comunque nulla). Come in occasione di un osceno applauso scoppiato ad un’incauta affermazione risuonata qualche campagna elettorale fa in un teatro di Fontamara e che suonava più o meno: «gli ospedali sotto i cento posti letto vanno chiusi», sentirsi dire, da un palco nel quale sedevano l’assessore regionale preposto al sistema idrico, il dirigente che da tempo immemorabile è il padrone delle acque abruzzesi, ecc. ecc., che su 48 depuratori 41 non funzionano (e robe del genere) è fenomeno del quale è possibile darsi una ragione soltanto se si assume di versare in una condizione disperata e senza rimedio…

In effetti, da qualche tempo, anche per l’approssimarsi delle elezioni regionali, coloro che abbiamo eletto per governarci ed amministrarci, nonché dirigenti di vario taglio e livello, tutti lì, nei loro scranni da duemila anni (nel migliore dei casi, da cinque), si fomentano ad ogni comparir di microfono, per dirci che la nostra depurazione ha toccato un’inefficienza tale che neppure in alcune zone arretrate della Polonia è data registrare (tale Gianni Chiodi, noto passante), urlano sdegnati contro l’inefficienza del sistema politico-clientelare che ha causato lo sfascio del servizio idrico integrato (sempre quel tale Gianni Chiodi, che con la politica non c’entra nulla, com’è noto), tuonano contro gli ATO, le società come il Cam S.p.A. e i municipi che avrebbero dovuto invigilare (tale ingegner Pierluigi Caputi), minacciano di revocare affidamenti quale quello del Cam S.p.A. i cui presupposti sono venuti meno da anni (sempre il Caputi)…

Fretta dannata, dicevamo, per questo nuovo Amplero (e non solo: si registra uno sciamanico agitarsi anche intorno al tema dei rifiuti – sempre attraverso quei tavoli di partecipazione e concertazione di recente forgiatura che, facendo mostra di chiamare a pronunziarsi i cosiddetti portatori di interesse, in realtà non li sentono minimamente), in un clima che volendo apparire di ascolto ci appare in realtà finalizzato a superare alla velocità del muro del suono ogni argine di ragionevolezza. L’intervento di tenore vagamente minatorio dell’ingegner Caputi ad Avezzano su Amplero 2 – durato due minuti e diciotto secondi, comprensivi dei saluti e della spiegazione delle ragioni per cui si sarebbe assentato: centinaia di chilometri percorsi e con tutta probabilità pagati dal contribuente abruzzese per pronunziare un intervento di pochi secondi – spiega più di mille parole la sensazione che da tempo proviamo di vivere in un completo commissariamento (ipotesi che con l’avvicinarsi delle urne pare riconcretizzarsi formalmente, proprio ad appannaggio dei solti dirigenti inamovibili della Regione; senza far ruotare i quali, chi vincerà, nulla potrà mai ottenere per il popolo abruzzese – popolo che peraltro legittima i politici succubi dei dirigenti regionali, quindi…– cosa peraltro che risulterà quasi impossibile, se con un colpo di coda Chiodi li chiama a rivestire tanti e diversi compiti e ruoli, facendoli di fatto “barricare” dentro l’apparato che conta…e che tanto rende, di stipendio…).

Una prova del vento che pare essersi incollato qualcuno è costituita dalla richiesta che la nota Autorità di Bacino dei fiumi Liri-Garigliano e Volturno ha effettuato per ben due volte in venti  giorni ai portatori di interesse, chiedendo di avere indietro, consegnato ad Avezzano, un questionario «inerente alla definizione degli indicatori finalizzati alle analisi multi-criterio di priorità di azione» (poi ci si stupisce per l’«esiguo numero di riscontri ad oggi ricevuti»: ma un simile burocratese pare perfetto per far fuggire a gambe levate i nostri politici ed amministratori locali e, indi, fare poi quello che si ritiene migliore, senza che alcuno possa alzarsi [improbabile] e magari fare ricorso… il modulo lo hai avuto, se non lo hai compilato e, soprattutto, se non lo hai contestato all’epoca, sono fatti tuoi…). La ratio del questionario da riempire e consegnare al Consorzio di bonifica Ovest – sul cui recapito fisico, peraltro, alla scadenza, campeggiava un fogliaccio scritto a mano e sgualcito che invitava gli astanti a consegnare i moduli al municipio di Avezzano – a noi sembra sinceramente imperscrutabile. Certo, non siamo dei tecnici (fondamentalmente non siamo nulla) ma indicare quale sia, ad esempio, l’indicatore che ci preme maggiormente tra “Qualità dell’acqua distribuita” e Miglioramento delle pratiche agricole (e quanto maggiormente uno ci prema rispetto all’altro), a noi sembra una pura follia. Se tutti (e molti potrebbero farlo realmente) rispondessero che il “Miglioramento delle pratiche agricole” è infinitamente più importante dell'”Impatto ambientale generale“, questo legittimerebbe a sacrificare l’impatto ambientale? E sino a quale punto? E se un’amministrazione comunale è espressione di contadini piuttosto che di pescatori (che potrebbero, questi ultimi, tenere molto più all'”Impatto ambientale fluviale” che a vedere incrementarsi l’agricoltura) o viceversa?

Tutta quella serie di funzioni matematiche con le quali si interpoleranno i questionari (ai quali risponderanno in pochi) sarà anche tecnicamente ineccepibile ma la questione qui è politica, e squisitamente di opportunità, ancor prima che tecnica. Ed involge problemi assai rilevanti, che a parere di chi scrive non sono stati opportunamente lumeggiati ai destinatari del grandioso intervento del progetto di irrigazione, o già decisi a monte, come avvenuto con la sperequazione evidente dei danari destinati ai tubi e quelli per fare, a valle, i depuratori, nei borghi sotto il Fucino. Sperequazione della quale abbiamo già trattato, e che è vergognosa oltre che autolesionistica. Sperequazione che ci priva in automatico di un’analisi consapevole delle nostre prospettive future, di quel che ci attende, di quello che inopinatamente potrebbe capitarci (che so: salmonella nei fossi di Fucino, come ad Avezzano, emergenza sanitaria, blocco delle produzioni agricole: l’analisi multicriterio ingloba il rischio di sistema, lo prevede, lo contempla?). O, piuttosto, la si ignora, l’opzione peggiore, fidando non succeda nulla? E la politica dov’è?

Nelle schede monografiche realizzate tre anni fa per la relazione del recente Piano di Tutela delle Acque adottato dalla Regione Abruzzo, all’atto di trattare del derelitto fiume Giovenco – che è il maggior affluente di Fucino ma anche buona dote di approvvigionamento di acqua ed energia di molte istanze, anche insospettate – troviamo una descrizione molto calzante.

La stazione N005GV13, ubicata nel comune di Ortona de’ Marsi, è posta sul Giovenco a circa 15

km dalla sorgente. I carichi totali stimati di Azoto e Fosforo di origine zootecnica e agricola, gravanti nella porzione di bacino a monte della stazione considerata, risultano inferiori al 3% dei carichi totali insistenti sull’intera Piana. Nella porzione di bacino sottesa al tratto in esame non sono stati censiti impianti minori di depurazione di acque reflue urbane, con capacità di progetto e carico d’ingresso inferiore ai 2000 a.e., né agglomerati superiori ai 2000 a.e. [abitanti equivalenti], i cui carichi recapitano nel tratto considerato e, tanto meno, scarichi di attività industriali che utilizzano sostanze pericolose nel ciclo produttivo. Dal punto di vista della qualità ambientale, sulla base dei dati di monitoraggio dell’anno 2006, si osserva uno stato di qualità ambientale pari a “Buono”. Si ritiene di poter estendere tale giudizio anche a monte della stazione, fino alla sorgente.

Scendendo verso valle, verso Pescina, iniziano i guai (che a chi vuole prendere l’acqua da sopra e portarla da un’altra parte forse non interessano, ma a noi sì).

Il tratto compreso tra la prima e la seconda stazione (N005GV15) sul Giovenco, ricade tra i comuni di Ortona de’ Marsi e Pescina. I carichi stimati di Azoto e Fosforo di origine agricola e zootecnica, gravanti nella porzione di bacino considerata, risultano confrontabili con quelli insistenti sul tratto precedente. E’ stato attualmente censito 1 solo agglomerato superiore ai 2000 a.e. [abitanti equivalenti], i cui carichi recapitano nel tratto in esame: Pescina. Non sono stati rilevati scarichi diretti di attività industriali che utilizzano sostanze pericolose nel ciclo produttivo. Dal punto di vista della qualità ambientale, sulla base dei dati di monitoraggio dell’anno 2006, si osserva un decremento, rispetto alla stazione precedente, dello stato di qualità che si attesta su un valore pari a “Sufficiente”. A scopo cautelativo, si ritiene di dover estendere tale giudizio anche a monte, fino alla stazione N005VG13. Andrebbe, inoltre, considerato il riposizionamento della stazione N005GV15, posta a circa 200 m dal depuratore Capoluogo di Pescina

che diventano conclamati quando si scende a Fucino – dove, cioè, noi pretendiamo e asseriamo insista una produzione agricola di qualità -:

E’ stato, infine, esaminato il tratto di corso d’acqua compreso tra la stazione N005GV15 e la caratteristica fitta rete di canali, fossi e rii che costituisce la Piana del Fucino. I carichi di Azoto e Fosforo di origine agricola e zootecnica risultano molto più alti di quelli insistenti sul solo bacino idrografico del Giovenco, risultando pari ad oltre il 90% dei carichi totali insistenti sull’intera Piana. Sono stati attualmente censiti 6 agglomerati superiori ai 2000 a.e. [abitanti equivalenti], i cui carichi recapitano in tale area: Avezzano, Celano, Cerchio, Luco de’ Marsi, Gioia de’ Marsi, S. Benedetto e Trasacco. L’Ente d’Ambito ha indicato che sono previsti interventi di ampliamento degli impianti di Rio Pago e Foce dell’agglomerato di Celano. Nell’impianto di depurazione di Avezzano Puzzillo, a servizio dell’agglomerato di Avezzano, recapitano anche scarichi di attività industriali fonti potenziali di sostanze pericolose. Nell’area considerata insistono anche 5 impianti minori di depurazione di acque reflue urbane (con capacità di progetto e carico d’ingresso inferiore ai 2000 a.e.). Nell’area in esame sono stati rilevati anche scarichi diretti di attività industriali che utilizzano sostanze pericolose nel ciclo produttivo, di cui: 1 di elettronica, 1 di lavorazione metalli, 1 cartiera e 1 di produzione pitture e vernici. Dal punto di vista della qualità ambientale, non sono attualmente disponibili dati di monitoraggio.

Si noti: per non dire che la situazione del Fucino è compromessa, la relazione si chiude attestando la vergognosa circostanza che «non sono attualmente disponibili dati di monitoraggio». Se lo fossero…. Altro che agricoltura di qualità… E queste sono le Autorità…. Che si girano dall’altra parte…

Dove vogliamo arrivare? In questa relazione, stampigliato sulla prima pagina, si trova il nome dell’eterno ing. Pierluigi Caputi, Direttore Regionale, guru di tutte le acque abruzzesi. Che quindi, questo stato dei fatti lo conosce moooolto bene…

La nostra modesta eccezione, che è pre-tecnica, pre-politica, d’impulso, è questa: acquistando un bell’abito nuovo, pulito, per andare ad una cerimonia, d’estate, dopo del duro lavoro fisico, lo indosseremmo mai senza esserci ben lavati, fatti una doccia? Certamente no. In questa vicenda di Amplero 2, ci si sta preoccupando del vestito, ovvero l’acqua dal Giovenco, senza preoccuparsi minimamente se quel vestito si calerà su un corpo sporco… Tutti conoscono la situazione della depurazione a Fucino, l’ingegner Caputi per primo (che ha attestato anche, come Commissario unico straordinario dell’ERSI, il criminale mancato investimento del Cam S.p.A. sugli impianti), ed allora perché non si procede prima a fare i depuratori a Fucino e dopo, solo dopo, a far confluire sull’altipiano l’acqua delle montagne? Magari in modo non così impattante, creando più vasche di minori dimensioni, più in basso?

Se non avremo risposta a questa semplice eccezione, continueremo a nutrire sempre dei dubbi, e a non fidarci di chi, come l’Autorità di Bacino dei fiumi Liri-Garigliano e Volturno, nel recente passato nulla ha fatto per impedire la discarica di Valle dei fiori, e che anzi, con il sopralluogo dell’ottobre 2009, consumò con un’ignavia incredibile l’infamia più grave di tutta quella già infame procedura, arrestatasi per ragioni indipendenti dalla volontà di quel sodalizio di Aciam S.p.A. ed Autorità varie che ci ha guastato qualche anno di vita….

Franco Massimo Botticchio

Leggere anche: L’impianto irriguo a servizio del Fucino…

Il martello del Fucino n. 2013-19 – SCARICA IL PDF

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