FRAMMENTI [ 5 ] – Gatti, cani e Vigili del fuoco

 Gatti, cani e vigili del fuoco. Solo loro hanno accesso alla città assediata. Accomunati, oltre che dal privilegio di poter percorrere in lungo e in largo le vie chiuse (protette?) da alte recinzioni metalliche, dalla fosforescenza. Sì, c’è l’arancio fosforescente dei collari che la protezione civile ha messo al collo dei cani terremotati e improvvisamente diventati randagi, c’è il giallo degli elmetti dei pompieri che sorvegliano e curiosano le case sventrate e c’è, infine, il bagliore degli occhi di gatti.

Cani e gatti condividono tra loro anche lo stupore: glielo leggi negli occhi, mentre inconsapevoli se ne stanno gli uni col muso appoggiato a una grata di recinzione, gli altri con la coda spenzolante da un muro crollato, che non hanno ben chiaro che cosa sia successo loro. Se i gatti sono per natura portati ad essere più autonomi e autosufficienti, nel pelo dei cani si intravede il passaggio di un tempo che nell’arco di una notte li ha portati ad essere da beniamini di benestanti famiglie, portati a spasso con lunghi guinzagli, ad animali della strada. Sfoggiano con noncuranza pellicce in cui l’antica lucentezza sta lasciando il posto al grigio polveroso dei calcinacci.

Certo non soffrono la fame, per ora: anche per loro finché ci saranno vigili e protezione civile ci sarà speranza. Ma devono aver già capito, dallo sguardo assente che posano sul mondo, che non sarà sempre così. Tra poco anche loro, che non lo hanno mai fatto, dovranno procurarsi da mangiare. Per adesso attraversano mollemente, con la stessa lentezza di chi è custode di una città ormai morta, le vie dell’Aquila, trascinandosi da un cantone un altro. Ignari di tutto, anche di quelle grate che improvvisamente separano il loro mondo; appena mi vede, un cagnone grigio sonnacchioso in piazza Duomo si mette a pancia all’aria in attesa di coccole per le quali non c’è stato tempo negli ultimi mesi e per le quali ora non c’è spazio: il mio braccio si protende inutilmente tra le maglie strette della grata di ferro che ci separa.

Eccola, dunque, la città ferita. Popolata del silenzio di questi suoi unici abitanti che si muovono con leggerezza o più spesso semplicemente sostano. Chi sorvegliando, chi aspettando. In un caso e nell’altro, l’oggetto delle loro azioni è il nulla. Non c’è più niente da sorvegliare ormai in una domenica mattina d’agosto, niente da aspettare. Tanto silenzio, tanta polvere. La città conserva, come le case già raccontate, immutati segni di un tempo che si è fermato; se oggi i manifesti di un film uscito a primavera, fuori dal cinema, possono stridere solo a un occhio attento, tra un po’ anche i vestiti nelle vetrine dei negozi saranno fuori moda. Quanto si dovrà aspettare prima che il tempo ricominci a scorrere? Lo farà, allora, con un salto; un buco di settimane, mesi, anni (?) rimarrà sempre nella storia della città immobile.

Ma il racconto è partito da animali e vigili non perché costoro siano vittime o benefattori più degli altri. (Nonostante -nota di colore- i vigili del fuoco che fanno i puntellamenti degli edifici per metterli in sicurezza abbiano il vezzo di lasciare la loro firma sugli edifici; e così sui palazzi e le chiese dell’Aquila si trovano le firme delle squadre di pompieri provenienti da ogni città d’Italia). No, il racconto parte da qui perché come si è detto queste due categorie di esseri viventi sono i privilegiati che possono andare là dove gli abitanti, neanche con lo sguardo, possono andare. E questa è, oggi, la violenza più grande del terremoto. Me lo dice chiaramente Pier Paolo mentre cerca di mostrarmi inutilmente la sua città sotto assedio, ma lo può sentire anche un estraneo che ci si avvicini per la prima volta. E’ un senso di impotenza, intriso di gelosia e che rischia di trasformarsi in rabbia.

Anche senza mettere in discussione le regole di sicurezza e buonsenso che impediscono di avvicinarsi alle case e alle cose, c’è una violenza implicita molto forte nelle alte barriere, nell’atteggiamento annoiato con cui vigili del fuoco dall’accento bergamasco ti dicono che non puoi avvicinarti perché, spiegano, “c’è stato il terremoto, è pericoloso, qui sono morte anche delle persone”. In quei momenti l’aquilano mi guarda con rabbia montante e gli occhi un po’ velati, mi prende per il braccio e mi porta via. A tentare l’accesso a un altro varco, dove la strada è sbarrata da un’identica risposta declinata con accento diverso.

Oltre le barriere, laddove possono solo gli animali e i guardiani della sicurezza, capita alle volte di vedere aggirarsi con fare spavaldo, con defender sparati veloci nelle vie vuote, vigili del fuoco armati di macchine fotografiche. E mentre loro derubano ancora pezzi di città inaccessibili agli abitanti, che mostreranno sul monitor a mogli e amici distratti in qualche sperduto paese del nord o del sud Italia, nel suo centro e nel suo cuore ferito ancora una volta il mio compagno mi prende per mano e veloce mi porta via dall’insostenibile vista

L’Aquila, 9 agosto 2009

Camilla Endrici
[ camilla.endrici@libero.it ]

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