FRAMMENTI [ 2 ] – Le bambine di Piazza D’Armi non si dimenticano

Le bambine di Piazza D’Armi, poco dopo il sisma che le ha svegliate nel cuore della notte della loro infanzia e le ha portate a un nuovo giorno con addosso lo stesso pigiamino, ma un po’ più adulte, si sono viste recapitare scolaresche di loro coetanei in gita scolastica.Posso immaginarli dei bambini delle scuole medie che anziché andare a vedere i mosaici di Ravenna vengono portati in gita a vedere i mosaici di vite frantumate e ricomposte in un campo per sfollati. Macchina fotografica alla mano, si saranno fatti immortalare davanti a quelle macerie talmente vere che sembravano quelle viste in tivù, e poi davanti alle tende, di fianco alla mensa. E certo non era loro la colpa di quella scelta voyeristica e un po’macabra. Però alle bambine di piazza D’Armi questa cosa non dev’essere andata tanto giù.

“Ci siamo sentiti come animali allo zoo”, hanno detto. E l’hanno fatto immediatamente sapere ai grandi, avanzando una proposta che nella sua ingenuità era vera e concreta quanto solo i piccoli sanno essere, e che in questi giorni sta prendendo forma: raccontare loro stesse, attraverso un breve film, il terremoto e la vita nel campo. Perché si smettesse, almeno un attimo, di specularci sopra. Quattro mesi dopo il terremoto, le bambine di Piazza D’Armi indossano, come tutti nei campi, il cartellino identificativo. Sotto il loro nome, campeggia la scritta: “redattore giornalista”. Perché le bambine di Piazza D’Armi, insieme ad alcuni ragazzi più grandi, hanno dato vita al Piazza D’Armi Post, un giornalino del campo che se non avrà fortuna nel panorama dell’editoria resterà un ricordo indelebile di questa loro primavera venuta troppo in fretta.

Le bambine di Piazza D’Armi hanno dagli undici ai quattordici anni, e attraversano il campo salutando gli uomini della protezione civile con disinvoltura. Nei loro passi, nel loro incedere sicuro, è presto raccontato quello che al mattino un simpatico giovane frate salesiano che lavora nel campo mi aveva cercato di raccontare a parole: il terremoto ha scardinato completamente tutti i rapporti familiari, soprattutto quelli tra genitori e figli giovani. Tanto che adesso gli adulti hanno paura del rientro a casa (anche se la casa ancora non ci sta…) perché temono di non riuscire più a recuperare il rapporto con i propri figli.

In campo infatti è quasi impossibile vedere dei genitori mangiare con i bambini, a meno che non siano proprio piccoli. I ragazzini, quelli che nella vita “normale”, tanto più se cittadina e non di paese, avrebbero avuto davanti a sé ancora qualche anno prima di emanciparsi dalla famiglia, sono diventati autonomi all’improvviso. Girano da soli per il campo, vanno a mangiare tra loro quando e come vogliono, si danno appuntamento la sera dopo cena ai “gradoni”. Con la sua rassicurante chiusura, il campo che per gli adulti è quasi un luogo di reclusione per i bambini è stato lo strumento per sperimentare anticipatamente una libertà che forse neanche si aspettavano.

E così oggi, in un giorno d’estate in cui le nuvole scorrono veloci e si può anche sognare un abbraccio furtivo con uno dei volontari venuti da chissàdove, le piccole donne di Piazza D’Armi hanno paura al pensiero di tornare a casa; e non è la paura dei vecchi di essere dimenticati, o la paura degli adulti di non avere più i soldi per pagare il mutuo della casa che non c’è più e l’affitto di quella che deve ancora venire; è la paura delle amicizie nate nel campo ma che “è come se ci conoscessimo da una vita” e che forse si spezzeranno fuori da quei cancelli.
E’ la paura che mamma e papà non capiscano che dopo quella notte non si è più le stesse, e a quella libertà conquistata al caro prezzo dell’aver perso tutto sarà difficile rinunciare.

L’Aquila, 6 agosto 2009

Camilla Endrici
[ camilla.endrici@libero.it ]

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