Fenomenologia di Maurizio Di Nicola per voci e argomenti

- Pubblicità -

Si scuserà il discorso in prima persona – che non è mai elegante – e la temerarietà di alcune argomentazioni. In cambio, ci si impegna a finirla qui ovvero a non produrre sequel con le voci che certissimamente avvertirete mancare, in questo numero, non potendosi liquidare il fenomeno oggetto della trattazione (comunque lo si ritenga e lo si valuti) in così poco spazio.

Indice tribale di rispettabilità

A mio modestissimo avviso, non si comprende molto della figura di Maurizio Di Nicola – e, più in generale, di Pescina / luogo che non a caso ha dato i natali a colui che ha realizzato uno dei romanzi più importanti di sempre, Fontamara – se non si tiene nella debita considerazione, in ogni valutazione di profilo pubblico (si ricordi il severo giudizio di Silone sui rapporti sociali nel paese, confrontati con quelli correnti nelle famiglie) quel che in modo rozzo e volgare possiamo indicare con l’espressione indice tribale di rispettabilità.

Esso non si misura in modo lineare, e nemmeno ha una scala ben precisa (che so: logaritmica; o ducati carlini e tarì; ecc.) ma nemmeno può considerarsi, nelle sue manifestazioni, capriccioso. Anzi.

Non liquido né gassoso, quest’indice impregna i cantoni e gli intonaci / impasto di umori e remore, di contingenze e distacco, di lenzuola esposte in onore della Madonna, di esaltazione della forza fisica e di infamia vigliacca sussurrata in un crocicchio; di magazzini pieni di rascia, naftalina e carte del catasto; di fratte bruciate e di confini spostati ad ogni semina, sino al fosso.

Questo indice rappresenta un condizionamento indefinibile nella sua esatta consistenza ma ben presente – geneticamente – nella corteccia cerebrale dei pescinesi. Soprattutto in quelle di chi – dinanzi a queste poche parole e a questa descrizione approssimativa – potrebbe considerarle folli (non c’è condizionamento e dipendenza più forti di quelli che non si ri-conoscono).

Questo indice riconduce le persone del paese in due categorie, e le divide in maniera recisa, ascrivendole in due insiemi, non strutturati al loro interno ma praticamente impermeabili in quanto entità separate (il transito tra i due gruppi, l’ascensore sociale, in effetti, è assai problematico).

Nel primo gruppo (che chiamerò convenzionalmente: A) convergono tutti coloro, di buona (e sedicente tale) famiglia che possono – nel frattempo e nel corso dei decenni – tranquillamente macchiarsi di tutti i reati e i comportamenti scorretti possibili e immaginabili, senza per questo perdere di stima e considerazione, almeno non sino a rischiare un declassamento. Nel secondo gruppo, B) ci sono tutti gli altri.

Se esistono (anche) delle ragioni oggettive – poi, certo, interpretabili; e negli anni geneticamente (im)mutatesi – per le quali si viene incasellati nel novero del gruppo A), quasi imperscrutabili risultano invece quelle che comportano l’ascrizione al gruppo B). Incolpare qualcuno o dolersi per l’appartenenza alla categoria A) o alla B) sarebbe come rimproverare, in India, a un singolo, di essere della tal casta o dell’altra. Un non senso. Maurizio Di Nicola appartiene al gruppo B).

Stupidità

Nessuno, tra le diverse centinaia di persone che mi hanno parlato, nei lustri, del Di Nicola, ad egli riferendosi per fatti e circostanze o altro, ha mai detto espressamente – o fatto intendere – che il personaggio di cui trattasi fosse “stupido”. Apparirà questa, in specie ai forestieri, una ben trascurabile notazione. Ma da noi tale circostanza non va sottovalutata, essendo dedita, metà della popolazione, nel tempo libero, a dare della “stupida” all’altra metà. Vicendevolmente; e anche qui stretta in insiemi di volta in volta variabili (destra-sinistra; vecchio centro-nuovo centro, ecc.) che qui sostituiscono quelli che nei luoghi civilizzati si definiscono corpi intermedi. (Passato il bivio di Cerchio da un verso e la galleria di Cocullo dall’altro è purtroppo diffusa l’idea che su tali reciproche accuse i pescinesi abbiano tutti indistintamente ragione).

Stupido? Al contrario. Solo che a Pescina il contrario di stupido non è il termine “intelligente” ma una sua variante, “furbo”. Cosicché, nel corso degli anni, ho udito molte ricostruzioni di movimenti e azioni (per carità: sempre in linea politica e collaterale a questa!) del quale il Di Nicola si sarebbe fatto propugnatore, complice o volgare esecutore (o tutte le cose insieme). La stragrande maggioranza di queste prospettazioni mi sono parse, quando non del tutto infondate, grandemente esagerate e condizionate dall’azione dell’indice tribale di rispettabilità (vedi sopra) e dall’antipatia personale (vedi infra) attribuita al sedicente responsabile al quale venivano verbalmente attribuite. In alcune di queste narrazioni compariva persino chi vi sta scrivendo, e posso garantire fossero delle bizzarre invenzioni o – come dicono a Celano – mattità (certo, rimane in piedi l’ipotesi che appartenendo, chi oggi scrive, ad uno e più dei numerosi gruppi che ricevono l’epiteto di “stupido”, potrei esserlo al punto di non aver compreso la diabolicità di certe trame, e aver semplicemente dimenticato di aver presidiato ad altre).

Antipatia

Quale sottoprodotto dell’indice tribale, negli anni è invalsa l’opinione che Maurizio Di Nicola risulti “antipatico”. Molto. Assai. Sempre di più. Una improntitudine quasi patologica. In Piemonte tutto ciò suonerebbe del tutto irrilevante, da noi no.

Nelle nostre disgraziate lande, un carattere della personalità del singolo – che pure potrebbe assumere importanza quando l’interessato si trovi a partecipare ad un addio al celibato o a una sagra – è spesso equivocato quale requisito essenziale per rivestire una carica pubblica. Non è un caso che Silone ci racconti di don Circostanza, il difensore dei fontamaresi, incastonato in quella foggia eterna di avvocato paglietta; e neppure è un accidente che a furia di prescegliere i più simpatici – senza verificare se fossero o meno anche e soprattutto coloro maggiormente preparati – noi si sia finiti con le pezze al culo. Di scelta si è trattato.

L’antipatia dovrebbe rilevare in un ambito privato, personale, e dovrebbe giudicarne una ristretta cerchia di esseri umani, quella che ha, con la persona in questione, maggiore consuetudine, e rimanere a livello di sensazione – e lì fermarsi – in coloro i quali detta persona ha pure dimestichezza o rapporti.

Con l’arroganza di chi ha spartito un desco con il personaggio indagato per sole (forse) cinque volte, ed un caffè per una trentina, posso dire che a me antipatico non pare, ammesso che ciò conti qualcosa in linea politica (e soprattutto di politica abbiamo parlato negli anni, anche quando non ci si diceva nulla).

Giudicare chi si mette in gioco per agire pubblicamente in ragione della simpatia e dell’antipatia è un metro discretamente attendibile se stiamo procedendo alle selezioni di Zelig ma non mi pare concludente se si deve scegliere chi ci rappresenterà, e dovrà scrivere delle leggi o decidere su fatti importanti della vita di noi tutti. Sarebbe come preoccuparsi del fatto che a confezionarci un vestito sia un vegano o che ci ripari la macchina uno juventino (dico meglio: un fottuto vegano e un maledetto juventino).

Cosicché anche questo carattere dell’antipatia del Di Nicola mi è parso, nel tempo, un ulteriore espediente messo in campo da chi non dispone(va) di argomenti più stringenti, per difetto di studio e di elaborazione; una pennellata con la quale rinfrescare censure sussurrate in piazza e in strada a favore di tramontana, e destinate a morire con la serata (e ad essere riattizzate il giorno dopo, per trascorrere il tempo).

Con questo non intendo discutere che anche l’aspetto caratteriale (inteso in senso più ampio) incida in una valutazione complessiva che (anche inconsciamente) il cittadino e l’elettore procede ad effettuare e assemblare (non sempre, ad onor del vero), ma nel caso specifico tutta questa antipatia non mi è stato dato verso di riscontrarla, essendo, il detto Di Nicola, persona cordiale e di modo.

Se posso permettermi: negli anni ci ha prodotto molto maggior male chi nei momenti importanti ha agito, in preda ad una non esatta coscienza di se stesso e della propria preparazione, dissimulando l’inadeguatezza con l’atteggiamento simpatico, senza ponderare il peso delle questioni che aveva innanzi ma solo sorridendo e facendo buon viso a cattiva sorte, in quell’eterno atteggiamento –ontologicamente remissivo e di spirito gregario – che incarna la nostra cifra collettiva fontamarese.

Dicevo della cordialità. Per quanto, negli ultimi tempi, più volte vacillante sotto i colpi dell’immondizia di facebook, il Nostro si è sempre distinto per (cercare di) tentare di mantenere un contegno dignitoso e un approccio educato, istituzionale, di una volta (d’antan: dei tempi quando ancora – sembra incredibile siano esistiti – chi rivestiva un ruolo non poteva mandarti affanculo o darti sulla voce o scherzare di ruspe o paragonare il Parlamento a una scatoletta di tonno). Come risaputo, un bel tacer non fu mai scritto, ed il Di Nicola raramente ha superato i limiti di compostezza che caratterizzano – o dovrebbe connotare – l’esercizio di ruoli istituzionali.

Tradimento

L’originario significato del termine tradimento, consegnare ai nemici, rende bene l’idea di quale sia la colpa della quale una certa parte politica lo ritiene, da noi, responsabile, non so quanto strumentalmente e quanto convinta.

L’emisfero di destra e di centro-destra, a Pescina, è stato, per l’ultimo secolo, politicamente più debole e meno strutturato dell’altro, persino sotto l’infausto regime. Il nostro protagonista si è trovato a muovere i primi passi al tramonto del sistema della prima (e sinora unica, per quanto qualcuno corra avanti con gli ordinali) Repubblica, con la crisi dei partiti tradizionali. Per anni, da lontano, l’ho osservato agire discutere confrontarsi da una casella di destra. A cominciare dalla raccolta di firme per scongiurare la chiusura della sezione del liceo scientifico allora operante a Pescina, o a farsi eleggere rappresentante degli studenti del Pollione con i voti di… Carsoli.

La mia maggiore remora, la riserva sempre esternata (oltre quella dell’accanirsi di giocare a calcio) è stata sin da allora quella che il Di Nicola continuasse – e per anni lo ha fatto – ad equivocare, in paese, manifestazioni di ostilità della sua stessa parte politica per espressione di pensiero autonomo o di divergenza di posizioni sulle questioni in campo (ma figurarsi). Operava già l’indice di rispettabilità (vedi sopra), e la considerazione sull’antipatia (vedi pure sopra), e tutto la vena di avversione becera e a prescindere che è ormai venuta allo scoperto e rifulge di luce propria. Cosicché il vero rimprovero da muovere al Di Nicola non è tanto quello di essere passato a combattere quel lato, il suo lato, ma di aver fatto questo passo dieci anni dopo quel che sarebbe stato giusto, in occasione delle vicende dell’ospedale Rinaldi e di Valle dei fiori. Passaggio consumato, orribile a dirsi, dopo aver percepito alcune centinaia di euro di rimborsi per aver svolto, bene, sono dieci anni, il ruolo di consigliere del Nucleo industriale. Messo dalla destra. Che a quel punto aveva probabilmente ritenuto di esserselo sposato il Di Nicola, con la pretesa di rinchiuderlo in casa a stirare (attività nobilissima, sia chiaro / è che la calzetta non si fa più).

Ricordo di essere rimasto basito nell’udire il Di Nicola, provinciali dell’anno 2004, che sarebbe stato bene sostenere, in quello specifico frangente, il sindaco di Pescina, che si presentava per lo schieramento opposto al suo, perché unico candidato che avesse speranza di essere eletto (e così fu). In un’ottica di schieramento, potrebbe trattarsi di intelligenza con il “nemico” ma a contestarglielo non dovevano e non dovrebbero essere coloro che con quello stesso sindaco hanno amministrato, sostanzialmente e persino formalmente, prima e dopo, continuando a rimanere coerenti, e di centro-destra (a capire cosa significhi), e a gridare al “tradimento” degli altri. Perché a tradire, questo si sa, sono sempre gli altri. E anche a farsi i fatti propri sono sempre gli altri.

Se da una parte (la destra) si è vissuto, politicamente, un paesanissimo complesso di Edipo (un rigetto) dall’altra, la cessionaria suo malgrado (la sinistra), senza scomodare quello di Elettra, si è trattato di metabolizzare, con il transito del Di Nicola nel centro, un qualcosa di molto complicato, e nei fatti non riuscito. Cosicché il Nostro è rimasto quasi isolato nel campo di battaglia – campo che non lasciava / come non lascia / spazio al centro – bestemmiato dalle due parti, ansiose di continuare ad esercitarsi in campagne elettorali autoreferenziali nelle quali non si corra il rischio di eleggere qualcuno del comprensorio (vedi riferimento sopra: spirito gregario), men che meno di votare qualche pericoloso alfabetizzato che parla di fusione o di campus scolastico. Saranno presto accontentati.

Valle dei fiori

La vicenda del progetto di discarica sopra a Cardito –  pasticcio bipartisan di centro-sinistra e centro-destra indissolubilmente e scandalosamente uniti, nelle loro varie componenti e strutturazioni regionali provinciali e comunali – è ancor oggi un nervo scoperto per molti.

Per quanto due metri cubi di carte, a casa di chi scrive, ed innumerevoli prove, attesterebbero che si sia trattato di un fatto realmente accaduto, ad oltre dieci anni dall’inizio della vicenda e a un lustro dalla sentenza (perché esiste anche un pronunciamento del Tar Abruzzo, a questo punto da sospettarsi falso), è ormai chiaro, per una certa vulgata, che tutta quella storia sia stata artatamente costruita dal Di Nicola per poi utilizzarla politicamente in varie tornate amministrative. Deve essere questa intervenuta consapevolezza ad aver influenzato, lo scorso 4 marzo, gli elettori del seggio della frazione di Venere, dove il Nostro, nelle recenti politiche, ha ragranellato la dote di una quarantina di voti. Ma la riconoscenza, questo ognuno lo sa, non è di questo mondo e, alla stregua dell’antipatia (e dell’onestà, aggiungerei), non appartiene alle categorie riconosciute della scienza della Politica.

Facezie a parte, essendo stato mio malgrado tra i ricorrenti avverso quello sciagurato progetto di discarica (scrivo mio malgrado perché sarebbe stato consigliabile che ad affiancare il Wwf Italia fosse un comitato di cittadini; comitato che solo in larvale struttura poté costituirsi, mentre in molti plaudivano a quell’opera pubblica di Aciam S.p.A. e altri ancora rimanevano tranquillamente mani in mano attendendo di vedere cosa avrebbero combinato gli stupidi che se ne incaricavano / si torna sempre lì: allo “stupido” dato dagli uni agli altri), posso dire con tranquilla coscienza che frotte di gente ansiosa di pugnare nelle aule di giustizia non ne ho avvistate.

Da anni ascolto interlocutori che mi narrano immancabilmente di un Di Nicola che si sarebbe affiliato sul tema per mero opportunismo. Dopo aver tentato di replicare, le prime volte, in modo aulico, negli anni ho compreso che sarebbe stato inutile tentare di argomentare altro se non che «avrei preso tutti gli opportunisti, all’epoca, purché capaci, stante che la politica era tutta dall’altra parte, e la popolazione mezza e mezza». L’opportunità, in politica, va colta, e ben poteva farlo chi dopo (dicesi: d-o-p-o) si è trovato a dolersi della pretesa destrezza altrui.

Ma in realtà il mio discorso in proposito è sempre stato esattamente opposto, e ricordo di averlo fatto allo stesso Di Nicola: in politica, chi fa il politico o pretende di esserlo, deve attendere di essere chiamato (potrei fare diversi esempi, anche recentissimi), possibilmente senza fare nulla per la comunità, non si getta in una lotta disperata e senza prospettive (così era, in partenza, Valle dei fiori) per morire (solo metaforicamente, ci si augura) per la gloria. Bisogna brigare nei circoli dove si decide, non andare a incatenarsi all’ospedale o studiare il 152. Potrebbe suonare paradossale ma l’aver abbracciato la causa dei ricorrenti di Valle dei fiori è stato il gesto più impolitico compiuto dal Di Nicola Maurizio nella sua carriera, non il più politico. Un politico non accetta ordalie, sta nei ranghi sino al suo turno: altrimenti è un cazzo di anarchico, e un facinoroso.

Ciò detto, e fatta salva l’attività di tutti coloro che a vario titolo hanno consentito quella straordinaria vittoria (per primo l’avvocato Herbert Simone, che ha seguito da solo la causa quando il Di Nicola venne eletto sindaco di Pescina), dal Nostro ho udito per la prima volta il tema del monitoraggio del percolato e dei pozzi che ha poi consentito di vincere al Tar. Prima che qualcuno mi porga la domanda (quella che, senza minimamente fare confronti, Silone narra di essersi sentito formulare quando tentò di popolarizzare un racconto di Tolstoj ai nostri avi [Uscita di sicurezza, Polikusc’ka]) preciso che per tale difesa il Di Nicola non ha percepito alcun compenso (anzi). Sul dividendo politico si può discutere (ma, a questo punto, non gratuitamente).

Serafino Rinaldi

Il tema richiederebbe un volume, e non è cosa. Senza esagerare il ruolo del Di Nicola nelle agitazioni passate e nelle azioni presenti, sarebbe interessante sapere se nel legittimo prediligere altre candidature e schieramenti il corpo elettorale, il 4 marzo ultimo scorso, si sia posto anche il problema (inteso quale obiettivo) di come salvaguardare quantomeno il punto di prima assistenza aperto notte e giorno. Per quanto mi sforzi, non mi pare si indovini una strategia, se non quella di sperare nella buona sorte e nella magnanimità di chi comanderà. Temo finirà così (e mi auguro di dire una cosa stupida): con la chiusura dell’attuale legislatura regionale, alle ore 20 si spegneranno le luci e poi, quest’altr’anno, con leghisti di Teramo e grillini di Pescara ad amministrare la Regione, semplicemente si chiuderà la baracca di Pescina. A quel punto, come per il mitico Gigino Scarsella con l’acqua del Giovenco, la responsabilità ricadrà postuma sul Di Nicola, ché quando era in Consiglio regionale (senza il nostro voto) risulterà non aver sufficientemente difeso quella struttura. Perché da noi le leggende sono sempre in agguato, e funzionano, e ci esimono dal farci carico dello studio della realtà e del contesto.

Elezioni

Per molto tempo si è rimproverato al Di Nicola la circostanza che evitasse di proporsi alle elezioni (consapevolezza dell’indice?). Quando ha iniziato a farlo, grandi sbuffi: gli stessi che lo chiamavano nell’arena come il matador il toro, hanno cominciato a protestare che fosse sempre in mezzo ai piedi. Modestamente, trovo stupefacente che qualcuno si stupisca che un politico partecipi alle competizioni elettorali. E il mio modestissimo consiglio di volta in volta immancabilmente sfornato (anche quando non richiesto), di starsene a casa, costituisce evidentemente l’ennesima manifesta impolitica di questa trattazione. Consiglio non ascoltato. Giustamente.

Dopo aver preparato una lista amministrativa fantasma nel 2006, il Nostro si è prodotto nelle provinciali 2010, comunali 2011, regionali 2014, politiche 2018. Con qualche forzatura, anche se non candidato, possiamo aggiungere all’elenco le comunali 2015. Le migliori prestazioni le ha offerte nelle contingenze che sono risultate le meno soddisfacenti in termini di risultati grezzi.

Il 2010 fu una sorta di bagno turco ma fondamentale per l’anno successivo, quando pure Di Nicola sudò le proverbiali sette camicie per salire al municipio, in un’elezione che per quanto accaduto con ospedale discarica cementificio carbonato e squadra di calcio ecc. non avrebbe dovuto avere storia alcuna (ma non a Pescina). Alle regionali, eletto grazie soprattutto alla Valle Roveto, primo del paese ad entrare all’Emiciclo, e altri guai. La sola idea di vederlo a Monte Citorio, nei mesi scorsi, ha causato varie crisi nervose.

Indennità

Nelle democrazie rappresentative, a chi esercita un mandato politico, si accorda, di norma, dovendo egli (tra)lasciare le proprie occupazioni ordinarie, un’indennità in grado di consentirgli di rappresentare dignitosamente la comunità (il Comune, la Regione, la Nazione), senza rischiare che la società del gas accorra a sigillargli l’utenza per morosità. Questa la fisiologia (gli abusi sono altra parrocchia).

Senza tirare in ballo il «rancore sociale» descritto recentemente da alcuni studiosi delle scienze sociali e figure retoriche similari, con le indennità il Di Nicola ha avuto molte difficoltà. Accettò di ridursi quella miserrima di sindaco (io gli dissi che era una cosa demagogica e inutile, in presenza di gente che pretende che indennità e diarie siano cancellate ovunque e da tutto) ma trattandosi di poca roba la discussione venne congelata, sin quando non ci si avvide che alla Regione il trattamento era, invece, piuttosto cospicuo (ma nulla di scandaloso, se si ritiene di dover mettere nelle condizioni di esercitare il proprio mandato un consigliere che rappresenta tutti e tre gli Abruzzi, non solo la via di casa o la propria provincia). D’improvviso, il tema dei costi della politica e dei cosiddetti vitalizi (peraltro eliminati già da diversi anni in Regione) ha preso ad interessare il cittadino medio pescinese. Lo stesso cittadino che in occasione delle legislature succedutesi dal 1970 a oggi / e che dinanzi a circa – vado ad occhio – cinquecento consiglieri regionali che da allora l’Abruzzo ha vantato / nulla ha mai avuto a che dire sul tema (conducendo diverse campagne in supporto di parecchi di costoro, ladri e cocainomani compresi; purché rigorosamente di fuori), ha d’improvviso maturato coscienza che questa indennità appannaggio dei consiglieri regionali costituiva un problema, se non un assoluto scandalo. In un a suo modo memorabile comizio della primavera 2015, lo stesso Di Nicola dal palco ha così toccato la questione: «[…] io percepisco solo odio, non che non rido. Percepisco odio, percepisco invidia, e se il tema è del denaro alzate la mano che ce lo dividiamo, non è un problema […]».

Si può pensare che il comiziante stesse, per l’appunto, comiziando, e che ci fosse, in questo passaggio, del provocatorio e del retorico. Un espediente per vittimizzare se stesso per dare contro ad altri. Per quel che poco che mi consta, però, la questione negli anni successivi ha assunto contorni quasi patologici, sino a soppiantare qualsiasi giudizio (o tentativi di darne) sull’azione politica dispiegata dal cristiano in Regione. Ma posso essere in errore. Certo è che non può esservi crescita – morale, economica, antropologica – dove la discussione pubblica verta su simili aspetti venali; e, più in generale, nei luoghi ove ci si arroga il diritto di parola e di ascolto senza darsi cura, prima, di dare solido fondamento al proprio pensiero (quest’ultimo vale anche come passaggio autobiografico, potendo interessare), solo per sfogarsi a tifare, acriticamente, contro il nostro vicino di casa.

Errori

Maurizio Di Nicola, come chiunque, ne ha commessi tanti (sto sempre riferendomi all’ambito politico-amministrativo). Ultimo, quello di fare, su un noto social network, un parallelo tra il suo destino elettorale nelle ultime elezioni e quello sofferto da Silone nel 1953 [Silone, altro appartenente alla categoria B), e che per emendarsi provvide persino a mutare cognome: tutto vano]. La loro sola elencazione – oltre quelli già sopra adombrati – prenderebbe almeno due numeri di questo foglio, e non sappiamo se la cosa abbia un senso. Tanto più che anche il diretto interessato pare aver finalmente metabolizzato l’idea che non giovi alla Fata dar di cozzo.

Scrivania studio legale Avv. Maurizio Di Nicola (dopo il 4 marzo 2018 - per cortesia dell'interessato)
Scrivania studio legale Avv. Maurizio Di Nicola (dopo il 4 marzo 2018 – per cortesia dell’interessato)

TRATTO DA: Il Martello del Fucino

SCARICA IL PDF di ilmartellodelfucino 2018-3

Print Friendly
CONDIVIDI