ESCLUSIVA VIDEO – Laboratori Gran Sasso, documenti negati e piani di emergenza scaduti

di Monica Pilolli

Gli ambientalisti abruzzesi, nonostante gli annunci di sospensione del contestato esperimento SOX, non hanno mollato la presa perseverando nella richiesta di accesso a tutti quei documenti inerenti la sicurezza dei laboratori.

Sicurezza su cui non hanno mai avuto dubbi scienziati e tecnici afferenti alla struttura.

Sicurezza ostentata anche a mezzo di insulti infelici contro gli “asini raglianti” delle associazioni, rei di aver messo in discussione l’inattaccabilità di un laboratorio che vanta, per status, di essere tra più prestigiosi a livello internazionale.

Sicurezza che, stando agli atti prodotti, non ha alcuna attinenza con la realtà.

E’ il decreto legislativo 105/2015 a discriminare il livello di rischio e pericolo connesso a impianti come l’imponente complesso dei Laboratori INFN del Gran Sasso, derivante dal recepimento della normativa comunitaria nota anche come direttiva 2012/18/UE “Seveso III”.

A spiegarlo, carte alla mano, è Augusto De Sanctis, portavoce di numerosi gruppi del territorio che lavorano da tempo per fare chiarezza su una situazione annosa, riguardo cui istituzioni e scienza sembrano aver tessuto un legame di tacita connivenza che poco avrebbe a che fare col progresso e con la civiltà.

AUGUSTO DE SANCTIS – MOBILITAZIONE ACQUA GRAN SASSO

Da oltre 10 anni nei Laboratori del Gran Sasso, classificati come “impianti a rischio di incidente rilevante” per la presenza di 2300 tonnellate di sostanze pericolose, vi è una violazione sistematica della Direttiva Seveso.

I tre documenti chiave inerenti la prevenzione e la gestione dei rischi sono risultati scaduti da anni o mai approvati, infranti vincoli strutturali e legali:

– il Rapporto di Sicurezza ( RdS), dovrebbe approfondire tutte le possibili fonti di rischio e valutare gli effetti in caso di incidente sia sulle persone sia sull’ambiente; il documento deve essere aggiornato e depositato ogni 5 anni dall’INFN e validato dal Comitato Tecnico Regionale ( C.T.R.) presso il Comando Regionale dei Vigili del Fuoco.

Riguardo questo primo documento chiave, tre elaborati Rds sono stati depositati dall’INFN (negli anni 2006, 2011 e 2016) ma nessuno di essi è stato approvato, anche a causa di mancanza di documentazione tecnica omessa dall’INFN riguardante i “rischi di interferenza nel sistema laboratori-galleria“, dopo svariati solleciti perfino da parte della Direzione Regionale VVFF.

Per l’ultima versione depositata, il C.T.R. in data 16 Gennaio 2018 ha stabilito una riscrittura dovuta a numerosi limiti e carenze.

Sulla base di tale Rapporto di Sicurezza –  mai validato – dovrebbero essere elaborati, rispettivamente da INFN e Prefettura, gli altri due documenti cardine:

– il Piano di Emergenza Interno ( PEI ), per la sicurezza dei lavoratori;

-il Piano di Emergenza Esterno ( PEE ), per la sicurezza della popolazione, adottato nel 2008 dalla Prefettura dell’Aquila come “provvisorio” e scaduto nel 2011 senza succesivo aggiornamento (da effettuare entro 3 anni).

“Situazione che non stupisce” – osservano gli ambientalisti – “dato che il RdS, documento primario da cui il PEE doveva derivare, non è stato mai approvato, per cui la Prefettura evidentemente si trovò costretta ad adottare un documento parziale senza poterlo aggiornare neppure successivamente”.

Il diritto dei cittadini “ asini raglianti” ad essere coinvolti e informati riguardo le procedure inerenti i piani di emergenza esterni, è legittimato dalla suddetta direttiva europea 2012/18/UE, recepita dalla legislazione italiana nel 2015.

E’ previsto infatti che venga garantito un migliore accesso all’informazione per i cittadini coinvolti, in merito ai rischi connessi alle attività dei vicini stabilimenti industriali e ai comportamenti da adottare in caso di incidente, oltre a una maggiore partecipazione alle decisioni relative agli insediamenti nelle aree a rischio di incidente rilevante.  I cittadini hanno inoltre la possibilità di avviare azioni legali, qualora non siano state fornite adeguate informazioni in applicazione della Convenzione di Aarhus del 1998,

Tuttavia, dopo 12 anni di rimpalli di responsabilità per un Rapporto di Sicurezza inesistente, dopo una relazione durissima del gruppo di lavoro sulla versione depositata nel 2016 – in cui si segnalano 110 criticità tali da richiedere la rielaborazione del documento stesso e da affermare, inoltre, che “ il P.E.I così presentato non comprova che il gestore sia in grado di garantire la sicurezza” – , ai cittadini della Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso non è stato concesso  , tra l’altro, di visionare il rapporto dell’ispezione effettuata nell’ottobre 2017, per decisione dei VVF, decisione che le associazioni dichiarano già di voler contestare nelle sedi opportune.

E’ stato possibile comunque appurare che a seguito dell’ispezione, il C.T.R. in data 16 Gennaio 2018 ha assegnato 6 mesi ai laboratori per risolvere le non conformità riscontrate, rilevando che il Piano di Emergenza Interno era risalente al 2013, senza aggiornamento in base al suddetto decreto del 2015, e comminando ai Laboratori una sanzione tra i 15 mila e i 90 mila euro.

In realtà – per gli attivisti – le domande da porsi sono le seguenti:

E’ realmente approvabile un qualsiasi Rapporto di Sicurezza, quando lo stoccaggio delle sostanze pericolose ( da cui derivano gli obblighi della Direttiva Seveso) è esso stesso irregolare sin dal 1988 ( D.P.R. 236) per la vicinanza con le captazioni?

E’ accettabile la possibilità di incidenti rilevanti in un acquifero che disseta 700 mila persone?

La sismicità dell’area e la presenza di una faglia passante negli stessi Laboratori, consente una efficace gestione del rischio?

Incalza De Sanctis: “Nel frattempo il tavolo tecnico della regione continua a lavorare nell’opacità e non risponde neanche alla richiesta di accesso agli atti, ci viene negata la trasparenza sugli atti delle ispezioni e addirittura sullo stesso contenuto del RdS anche in forma sintetica. In una condizione di cosi diffuse inadempienze e omissioni, fa sorridere la velleità di proporre nuovi esperimenti come Sox”.

Così concludono gli ambientalisti: “L’unico vero nodo da sciogliere e che nessuno vuole affrontare, è l’obbligatorietà per legge di allontanare le migliaia di tonnellate di sostanze pericolose usate per gli esperimenti LVD e Borexino. E’ necessario ammettere che la ricerca scientifica deve avere dei limiti come tutte le cose umane. Oltre alla gravità delle clamorose omissioni e inadempienze, è questo l’errore strategico su cui si continua a insistere. Noi continueremo a lottare affinché l’acqua del Gran Sasso non corra pericoli”.


Documenti in allegato:

 

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