Emergenze concentriche. Chi comanda quando la terra smette di tremare?

articolo del 2 maggio 2009

ilmartellodelfucino 2009-8 SCARICA IL PDF

La lancinante visione delle tende blu, nelle quali ha trovato riparo buona parte della popolazione della nostra provincia, è veramente atroce. Nel risalire dalla Valle subequa o dirigendosi a L’Aquila direttamente dall’autostrada, in un terribile crescendo, con l’approssimarsi all’epicentro, si osservano ovunque: in orti e chiuse, in corti piazze e giardini, nei parcheggi di centri commerciali e nei piazzali delle industrie in crisi, dentro i campi di calcio e sotto pievi sbrecciate.

Tende ovunque. Intorno: acqua dal cielo, fango e breccia ai piedi, sulle spalle una prostrazione dalla quale i battuti dal flagello – alla stregua dei loro compagni di sventura spostati(si) sulla costa – non paiono potersi scrollare il peso.

Pure, la vita riprende. Accanto alle rovine dei piccoli centri sulle sponde dell’Aterno, a pochi passi da viottoli inaccessibili (per i quali l’osservatore razionale fatica ad immaginare non solo la ricostruzione ma persino lo sgombero dai crolli), c’è chi lavora nei campi, chi ripulisce maniacalmente i fossi dall’erba. C’è persino chi va in bicicletta, o a passeggio. Sulle strade interdette al passaggio, qualche astante conoscitore dei luoghi, ansioso di evitare circumnavigazioni di palazzi ed isolati, comincia furtivamente a spostare i segnali di divieto, per poi riapporli una volta transitato con la propria autovettura.

Dinanzi a questa catastrofe primaverile – che tale è, per i morti e per le conseguenze che comporterà per le prossime generazioni – chiunque conosca un poco la Marsica e le vicende del terremoto del 13 gennaio 1915, corre immediatamente, con il pensiero, ai tanti centri da allora abbandonati, ai ruderi che in ogni dove, ancora oggi, resistono, in piedi, colmi di terra immondizia e indifferenza, in attesa che lo scorrere degli anni compia definitivamente l’opera. I tempi da allora sono cambiati, è vero, ma rialzarsi sarà comunque molto difficile.

I nostri avi fucensi, sferzati da una terribile onda e proiettati nel gelo dell’inverno, ebbero dei soccorsi nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che oggi, con innegabile tempestività, il Dipartimento della protezione civile ha saputo garantire. Ed anche le provvidenze per la ricostruzione, per quanto nel tempo i governi dell’allora Regno d’Italia non abbiano poi lesinato nell’erogazione, saranno certamente più consistenti nel prossimo futuro. Tuttavia, delle analogie vi sono. Il terremoto della Marsica cadde infatti alla vigilia della prima guerra mondiale, in un periodo quindi particolarmente difficile, che comportò degli eccezionali sacrifici per l’intera nazione (ed i sacrifici, questo ognuno lo sa, più li patiscono gli svantaggiati), il disastro del 6 aprile capita nel bel mezzo di una crisi economica globale. Certo, tra i ricoveri di legno immediatamente realizzati all’epoca (le cosiddette “baracche”, termine che è poi passato a designare anche i ricoveri stabili in muratura che le hanno sostituite) ed i «moduli abitativi» dei quali troviamo menzione nel decreto licenziato tre giorni or sono per l’emergenza in Abruzzo dal Governo, corre una differenza come tra il giorno e la notte. Pur essendo degli estimatori della “baracca” – demagogicamente vituperata da quasi un secolo dai nostri politicanti, che altro non sanno fare che propugnare “sbaraccamenti”, appunto, senza proporre delle cose molto migliori – facciamo fede a quanto scritto nel decreto-legge 39/2009 che stabilisce come i previsti moduli abitativi debbano garantire «elevati livelli di qualità». Forse è per questo che mezzo decreto è finalizzato ad individuare, tra lotterie e pieghe di bilanci, le fonti dalle quali attingere per costruirle

Tutto bene, dunque?

No. La sensazione è di trovarsi di fronte ad un bivio. E a fenomeni già visti e studiati, nei frangenti di altri cataclismi. Il notevole funzionamento della macchina dei soccorsi, unito al totale disfacimento delle strutture dell’ente Regione Abruzzo e alla siderale liquefazione della politica abruzzese (che, in questi giorni, pare si sia molto applicata a discutere e a disputare in ordine alla visibilità dell’uno o dell’altro esponente di partito, magari con indosso una giacca della Protezione civile, garantita dalla copertura mediatica delle visite delle personalità accorse al nostro capezzale). Il decreto 39 – che pure necessita di infinite “traduzioni” e di messe a punto – suona quale una traduzione di diritto di quanto di egemonico fissato sul campo delle operazioni, e così com’è, non tiene nella debita considerazione, a nostro modesto avviso, del ruolo delle istituzioni locali. Proprio nel momento decisivo, quando si va cioè a stabilire dove insediare le aree con gli interventi edilizi, dove far risorgere i paesi. Perché in molti casi, dove si andrà ad insediare il ricovero provvisorio, quasi naturalmente si costruirà anche il definitivo (esemplare, quasi cento anni or sono, il caso della Pescina di Silone, dove alla fine a decidere furono sostanzialmente poche persone, appartenenti a pubblica sicurezza ed esercito, venute da altre regioni – anche la sede di questo giornale è sita dove nel gennaio del 1915 si decise di costruire i primi ricoveri, località «Alto le Vigne», toponimo che qualcosa testimonia sulla precedente destinazione di quelle terre). Allo stato attuale, il Commissario per l’emergenza, Bertolaso, deve solo “sentire” le amministrazioni comunali interessate dagli interventi. Ancora una settimana fa, con l’Ordinanza 3757 del Presidente del Consiglio, il Commissario delegato provvedeva “anche per il tramite dei sindaci” alle occupazioni di urgenza e alle espropriazioni; mentre l’Ordinanza 3753, emanata il 6 aprile, a poche ore dal sisma, faceva maggior fiducia a Presidente della Regione e sindaci sulla sistemazione della popolazione interessata dall’evento, affidandogli il compimento degli atti urgenti e indifferibili. Avranno forse dato cattiva prova?

Si comprende la necessità, certo maturata in queste tre settimane, di dover far presto, e di non avere troppi “fastidi” nella realizzazione delle opere, tuttavia alcune disposizioni ingenerano delle diffuse perplessità, anche per le ricadute sulle proprietà e le modificazioni automatiche dei piani regolatori, nonché per la sostanziale marginalizzazione dei compiti degli uffici regionali. Tali perplessità sono già state espresse da alcuni politici abruzzesi (Pezzopane, Legnini, De Matteis) ma cadono in una temperie dove, come detto, la forza della politica locale è ai minimi storici, ed il vento decisamente contrario. Al punto che nello stesso decreto è passata, senza colpo ferire, la sciagurata misura della sospensione, «nella provincia di L’Aquila» (tutta, quindi), delle «elezioni del presidente della provincia, del consiglio provinciale, dei sindaci e dei consigli comunali, da tenersi nella primavera 2009». Con il risultato paradossale, certo un caso estremo, di costringere un funzionario della Prefettura di L’Aquila, terremotato, a lasciare la residenza per due giorni a settimana per recarsi ad oltre settanta chilometri, a San Benedetto dei Marsi, dove tutto sommato le emergenze non paiono pesanti come quelle del capoluogo (e che ben potrebbero essere affrontate dagli indigeni). Per tacere il fatto che per le europee ed il referendum non sarà possibile rimandare la consultazione all’inverno. Chissà perché, chi è sotto una tenda dovrebbe non essere in grado di scegliersi un consigliere comunale o provinciale…

Non è né bello né elegante che a fronte di un Dipartimento della protezione civile (che ci si augura possa presto diventare un’Agenzia, scindendo un rapporto troppo stretto con il governo pro tempore, qualunque esso sia) che ha operato con decisione ed efficacia, oggi si cominci, da parte di qualche benpensante (tra i quali noi) a criticare. Ma il passato e la storia ci dicono che per scongiurare certi fenomeni si debbono battere certi sentieri ed abbondarne altri. Molto si è scritto e detto sull’ipotetico interessamento che la criminalità mafiosa potrebbe nutrire per la ricostruzione della provincia aquilana ma poco si è poi dibattuto sui meccanismi decisionali che dovrebbero informare il procedimento complesso di detta ricostruzione. Nulla si è detto, ad esempio, sulla scelta di «Fintecna» per un compito molto delicato quale quello dei finanziamenti. Ma già per la liquidazione dell’eredità prima del terremoto, ovvero le macerie, le cose non appaiono particolarmente chiare. A prescindere dalla vicenda segnalata dal direttore di questo foglio sulla frantumazione dei resti di alcuni edifici aquilani a Piazza d’Armi sin da Pasquetta, anche quello che il decreto prevede in materia di stoccaggio, trasporto e smaltimento dei materiali provenienti da demolizioni potrebbe esserci illustrato meglio, onde fugare ogni dubbio. Dubbi ingenerati ed instillatici dalla parallela trattazione, nello stesso decreto, della questione dei rifiuti solidi urbani: con il decreto del 28 aprile si prevede l’insediamento di discariche in località di Barisciano e di Poggio Picenze ma già il 9 aprile scorso l’Ordinanza 3754 del Presidente del Consiglio disponeva la riapertura della discarica di Pizzoli (e sin qui tutti d’accordo) nonché di quella di… Santa Lucia di Avezzano (e si capisce meno).

Speciale L'Aquila 2009-2019

Questa è una Sezione speciale creata per il decennale del sisma del 2009: stiamo ripubblicando gli articoli e tutto il materiale realizzato o pubblicato- esattamente 10 anni fa – da site.it durante l’emergenza aquilana.

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