Debunking Fontamara: marchio, scusante, esimente

Aielli - Foto di Orazio Mascioli
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 Da molto tempo ci siamo fatti carico di dolerci della circostanza che il brand ‘Fontamara’ risulti, in questi oscuri tempi, tristemente misconosciuto, se non per l’utilizzo – oltre che per l’indicazione della contrada omonima – fattone per denominare alcuni benemeriti esercizi commerciali, a Pescina.

Alla stregua e livello di quel ministro che diversi anni or sono sentenziò che “con la cultura non si mangia”, da noi tutto quello che ha il vago odore di speculazione puramente intellettuale viene ritenuto del tutto inidoneo a suscitare, oltre al piacere della conoscenza (pure abbastanza osteggiato a prescindere), un ritorno di utilità concrete; men che meno, certo lavorandoci sopra, un profitto variamente tangibile e persino monetizzabile. Così, negli ultimi anni, abbiamo assistito all’aperto compatimento di chi si azzardò a proporre un parco letterario (soggetti imprenditoriali e politici di peso) mentre la visionaria idea di musealizzare il centro storico di Pescina, avanzata da Fabrizio Galadini, è stata rubricata tra le bizzarrie che solo gli studiosi (e qui si tratta di studiosi al massimo livello) possono permettersi di elaborare, assolutamente inattuabile e in ogni caso meno produttiva e procedibile di una bella cava di macerine o di un impianto di compostaggio (disgrazia quest’ultima che ci siamo evitati con molta fortuna e parecchia discreta bravura, per circostanze che mai saranno apprezzate per come meriterebbero: consiste in ciò, d’altronde, l’attitudine dell’inconsapevole, del finto-burino, ecc.).

A turbare la quiete sonnacchiosa di piazza Mazzarino e il vento vagamente diffamatorio che sempre la spazza è piombata, a ciel sereno – in questa estate così uguale a tutte le altre estati del nostro interiorizzato percorso di decadenza – un’iniziativa presa ad Aielli nell’ambito di Borgo Universo: il vergare, con il pennello, sul muro della terrazza di quel paese, in alto, l’intero testo del romanzo ‘Fontamara’. Richiesto, a mezzo messenger, della paternità dell’idea, l’autore, chiamato (Andrea P.) Alleg, ci ha detto che a partorire tale iniziativa è stato lui (la realizzazione è di sodalizio di tre artisti: egli, Ambra Sbrama ed Ema Jons: con tutta la circospezione dell’uso del termine ‘artista’, ovvero di tacciare per arte l’attività di dipingere sui muri, fattispecie ancora poco potabile in buona parte d’Italia e soprattutto da noi [dove con l’arte non si mangia]), non senza aver prima ironizzato che in realtà il tutto fosse opera di… Silone (cosa che oseremmo definire profonda, anche se non fosse ponderata). D’improvviso, mentre a Pescina un discreto crocchio di persone si adoperava a far da figurante per una nota trasmissione televisiva che dovrebbe parlare delle nostre tradizioni (ma il farci ricacciare ogni volta i ferri dalle stalle e le mezze coppe dalle cantine non starà assumendo i toni della parodia?) da Aielli (non esattamente Parigi, con tutto il rispetto: la qual cosa aggiunge merito) si faceva ingresso nel pop-siloniano-postmoderno che da tanti anni andiamo pregando, sino a giungere, con quella immagine del trabattello e del lento vergare sul muro dell’immortale romanzo, su tutti i mezzi di comunicazione nazionali e internazionali.

Cartoline del centenario (dettaglio della stampa)
Cartoline del centenario (dettaglio della stampa)

Come bene si vede, si è “svoltato” con poco: senza corse di cinghiali in chiesa, senza vendita e acquisto compulsivi di prodotti alimentari rinvenibili ovunque, senza assembramenti rumorosi di cortei storici rievocatori di epoche mai esistite avvolti in indumenti improbabili. Un’idea, una visione, un’intuizione molto spesso scaricano della fatica del facchinaggio fisico e mentale che si deve durare per fare qualcosa tanto per fare, del periglio del navigare senza destinazione sottoposti ai venti umorali dell’improvvisazione propria, giustappunto, degli improvvisatori.

Sostenendo modestamente (lo ammettiamo: da improvvisatori), da anni e sino allo scorso numero di questo foglio, che ‘Fontamara’ è, auto-citazione letterale, «uno dei dieci toponimi più famosi nella letteratura mondiale», l’esito mediatico dell’intrapresa aiellese non ci ha stupiti, come non ci ha meravigliato l’entusiasmo di tante persone che, vedendo il telegiornale o leggendo la prima pagina de “la Repubblica” si sono e-m-o-z-i-o-n-a-t-e alla contemplazione di un’opera così semplice e così evocativa, senza neppure recarsi sul luogo. Stupisce, piuttosto, che non ci si sia industriati noi, prima, a farla. Invece di riflettere sulla nostra epocale mancanza, fatte salve le eccezioni che sempre ci sono, le reazioni intelligibili registratesi, nella patria di Silone e Mazzarino, sono state di disappunto, quasi che si dovessero tutelare dei diritti in un ambito che è invece universale, quello dell’arte, dove tutto si può osare, e certo non si può pretendere di vietare un simile utilizzo di ‘Fontamara’ (di un marchio dunque del quale ci si pretende titolari ma del quale in realtà non si dispone, e che non si spende con la saggezza di chi tiene alle cose). Accadde la stessa cosa alcuni anni fa, quando il su non lodato ministro diede alle stampe un testo intitolato “Uscita di sicurezza”, e ci fu chi reclamò per quella profanazione di un testo cult di Silone, quasi fosse possibile imprigionare i nomi comuni di cosa nei codicilli copyright. Tutto ciò denota, una volta di più, la nostra chiusura, e la nostra ormai conclamata collettiva condizione di difficoltà a manutenere il patrimonio immateriale siloniano (e mazzariniano) con l’appropriatezza che tale patrimonio richiederebbe.

A costo di esasperare persino i nostri tre incalliti lettori, siamo da sempre dell’idea recentemente espressa da Nick Cohen: «se la libertà di espressione significa qualcosa, significa la libertà di dire alla gente cose che la gente non vuole sentire» (la qual cosa non implica che si possa dire qualsiasi sciocchezza; pericolo che ci trattiene molte volte, ma purtroppo non sempre, dal parlare) e dunque ci faremo una volta di più una ragione della rimozione collettiva che la questione della gestione di Silone rappresenta, e della insofferenza che tale tema ingenera. Nell’approssimarsi del quarantesimo anniversario della morte di Secondino Tranquilli, sarebbe – crediamo – utile riflettere su quale sia stata la prova fornita, negli anni, dalla catena del ‘Centro studi Ignazio Silone’ – PremioRegione Abruzzo. Tanto più che anche per il Centro vi è pure una ricorrenza, quella del venticinquesimo dalla sua attivazione ufficiale.

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Come più volte detto e scritto, riteniamo che tale meccanismo non sia più consono ai tempi e, soprattutto, all’oggetto che dovrebbe perseguire (lo studio di Silone, con la maggiore scientificità possibile); che sia autoreferenziale, e venato dal quel provincialismo che lo stesso Silone e Chiaromonte, nel primo numero della rivista ‘Tempo Presente’, qualificarono come «forma di incoscienza». Sia chiaro, non è più una questione di uomini o di donne in quel ruolo o nell’altro, o della loro sostituzione: lo sgretolamento è di sistema, complessivo, e prescinde dalla prova data dai singoli che vi si sono cimentati (infatti, ad ulteriore riprova dell’assunto, l’indefessa operosità di molti non ha impedito che il prodotto complessivo, alla fine, non fosse soddisfacente, ostensibile). Se del caso, su tale tema torneremo prossimamente, dopo il 22 agosto, con l’acredine e la brutalità necessarie. A solo scarico di coscienza.

Testo superfetato e imbrattato rispetto a quello (forse) contenuto in: «Il Martello del Fucino», 2018-6

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