D’Alfonso: spezzerà le reni alla Marsica? Big Luciano, l’espansionista

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D’Alfonso: spezzerà le reni alla Marsica?

Big Luciano, l’espansionista

Come è noto a coloro che (inspiegabilmente, ancora) le frequentano, le montagne della Marsica, ampio e ballerino territorio collocato giusto a metà strada tra Roma e la Costa abruzzese, passano repentinamente, appena dopo Ferragosto, da una corta estate ad un lungo inverno, solitamente con il suggello di micidiali fortunali che con rara precisione oraria (quella che non connota gli appuntamenti fissati dagli indigeni della contrada tra di loro; alloglotti piuttosto riluttanti al rispetto degli orari come di qualsivoglia altra norma e regola minima di convivenza civile, regole della cui continua infrazione menano vanto) di pomeriggio si abbattono su campi ed abitati, spopolando vie e piazze ancor più di quanto già non abbia fatto l’endemica crisi che attanaglia la sventurata contrada da tempo immemorabile (al punto da renderla un serbatoio inesauribile di emigrazione: in qualsiasi parte del mondo, anche nei più anfosi recessi, sin sulla Luna, è altissima la probabilità di udire pronunziare qualche colorita imprecazione [di quelle protodevozionali, già descritte da Silone, ovvero, rivolte rispettosamente  ai Santi Martiri, a San Berardo, al braccio di San Cesidio, a Sant’Antonio da Padova, ad esorcizzare il flagello del polverone, della ruggine (peronospera), ecc.], o, più prosaicamente, l’invocazione di “sagnette ” e/o “arrosticini”).

Tanto per dire che un micidiale acquazzone ha accolto, domenica scorsa, al castello Orsini di Avezzano (inciso: gli organizzatori dell’evento si erano premurati di fissare sin sul manifesto un luogo alternativo alla fontana di piazza Torlonia, per la tenuta dell’incontro, in caso di maltempo: non male per essere il 15 di settembre / a riprova della consapevolezza del regime meteorologico di cui sopra), Luciano D’Alfonso, ormai in piena campagna elettorale per le elezioni regionali abruzzesi del 2014. Profilo basso, con tanto di zainetto in spalla, nessuna sicumera e alcun codazzo di clientes (quello la cui polvere, fisica, sollevata, annunzia invece l’arrivo di tanti nostri pseudo-politici), aspetto di persona che ha certamente studiato come porsi in pubblico e che, quando raggiunta da figuri dell’aplomb e del calibro dell’attuale sindaco di Avezzano, giunto per l’occasione in versione casual-cowboy, acquista, solo per questo, molti punti di vantaggio su tutto il contorno, sino a rendere il confronto imbarazzante. Anche nell’esposizione, con D’Alfonso ci si trova dinanzi ad una persona che tende a non far trapelare e passare alcuna inflessione dialettale – quasi un marziano, in Abruzzo, dove la “calata” paesana è ostentata, nelle sue mille estrinsecazioni, da chiunque parli in pubblico, quasi che lo strascinare consonanti e vocali tranciandone  gutturalmente una buona parte sia sinonimo di genuinità, come per la provenienza del pecorino da Farindola – senza che la cosa sconfini nell’algido, nel distante, nel loffio, nell’esoterico-commercialistico (si pensi a quel tale Gianni Chiodi che per nostra grande disgrazia governa la Regione da cinque anni). Si vede poi ad occhio nudo che Lucianone tiene a rispettosa distanza anche l’altro grande protagonista dei convivi abruzzesi, il colesterolo, con un’alimentazione, immaginiamo, sempre diffidente dello sguaiato e dell’eccessivo (cono d’ombra e di grasso che inghiotte e fagocita l’intera politica regionale, non avendo, gli esponenti di questa, di norma, gli argomenti sufficienti per tenere avvinti degli astanti senza il fondamentale ausilio di un pezzo di agnello o di un brodetto) e con un occhio soprattutto agli appunti del discorso da tenere di lì a poco…

A chi scrive, per quel poco che importa, la figura di D’Alfonso evoca sentimenti contrastanti: da un lato non si può sottacere che l’efficienza amministrativa dello stesso susciti una certa ammirazione (proverbiale quel ritiro della giunta di Pescara in conclave, quando ancora erano in uso, per incontrarsi tra politici, i night-club: con tanto di chilometrico giro in autobus per l’intera città, buca per buca); dall’altro, osservando cotanta organizzazione e proprio in ragione di tale inquadramento, che ci si attenderebbe da un prussiano ma non da un cristiano di Lettomanoppello, è difficile formarsi una ragionevole e convincente spiegazione su quel bizzarro reiterato non utilizzo dei propri conti correnti che tanto ha animato le cronache giudiziarie recenti, condendo i procedimenti penali Housework e urbanistica. Uscito indenne, ad oggi, dal fatale cozzo con gli inquilini di quella Cittadella della giustizia pescarese che egli ha contribuito grandemente a terminare, è quasi automatico che a D’Alfonso tocchi la candidatura alla presidenza della Regione, per quanto egli sostenga di volere un’investitura preventiva del popolo del suo partito, il PD, ammesso che in Abruzzo esista ancora. Paradossale: sarà proprio la debolezza del partito a proiettarlo in cima alle liste elettorali. E’ evidente che tutto l’apparato che anche ad Avezzano lo circondava (ma come un corpo riluttante ad assimilarsi) non ha altra via, per sperare di frequentare qualche stanza dei bottoni, di incanalarsi dietro l’ariete D’Alfonso, alla stregua di quegli automobilisti che nel traffico romano si gettano dietro le ambulanze.

Il PD è certamente disperso nella Marsica, l’unica zona dove il centrodestra – sia pure nella versione locale, ovvero pessima – è certo di andare avanti, al voto regionale, in ogni caso (sul punto, una vecchia volpe come Ezio Stati, presente tra il pubblico, discutendone in una pausa, non ha avuto nulla da eccepire, confermando così la giustezza dell’assunto). La riprova è che per far ascoltare a qualche decina di persone la relazione sul totale nulla fatto sino ad ora dall’amministrazione di centrosinistra avezzanese (guidata da un tecnico che alle elezioni si professava tale ma che sul palco ha poi fatto un endorsement verso i democratici, nei quali peraltro milita il fratello in carne, misconosciuto consigliere regionale) si è dovuto utilizzare, quale traino al contrario, proprio D’Alfonso. Non è un caso se cento anni fa uno dei massimi protagonisti della rinascita di Avezzano dal terremoto, il vescovo Pio Bagnoli, poteva fregiare la contrada dell’ingiuria di «Vandea degli Abruzzi» (e non è che gli Abruzzi fossero, già in partenza e in media, assimilabili alla Barcellona di Durruti): la Marsica è reazionaria, inutile discutere.

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In un’altra recente puntata avezzanese, D’Alfonso aveva già suscitato il nostro interesse sostenendo, dinanzi ad una platea di amministratori locali che non ebbe nulla da (ri)dire, che la Marsica aveva ed ha una grande risorsa: lo spazio (torna qui la questione adombrata in precedenza: l’efficienza dalfonsiana sì, magari, ma per fare cosa? Per impiantare condomini nel Fucino come a Montesilvano?), evocando un modello di sviluppo che da tempo noi andiamo osservando e deprecando: quello del distretto energetico-minerario, al quale una classe politica locale insipiente ci sta condannando. Nell’occasione di domenica scorsa, D’Alfonso è tornato sul tema, ribadendo quel concetto dello spazio e associandolo alla necessità di agire sul fattore tempo. Spazio e tempo. Come dire: dalla tragedia greca alla colonizzazione della Marsica. Perché il vero elemento che parrebbe emergere dalla posizione di D’Alfonso è proprio quello che il Fucino sia popolato da gente che può ben essere adibita ad un utilizzo e a delle mansioni che sulla Costa congestionata non possono e non vogliono più svolgere. Razzismo scientifico? E’ eccessivo attribuire al Nostro una teoria del genere? (Come dargli torto, nel caso, se si giudica da chi siede nei municipi?). Abbiamo degli elementi per sostenerlo.

Nel mentre D’Alfonso prendeva posto, nella sala, a conferma della essenza di macchina elettorale naturale di Lucianone, c’era chi, silenzioso e con buoni modi, distribuiva un opuscolo diffuso qualche anno fa proprio a Pescara, dall’icastico titolo “60 domande 60 mesi 61 risposte”. Apparentemente, una mossa piuttosto inspiegabile – in specie per il «Qual’è» con l’accento contenuto nel testo della prima domanda e  il non meno agghiacciante « un pò» spacciato nella seconda – ma che in realtà, dandoci in un feedback immediato l’eco della filosofia dalfonsiana che pioveva dal palco, ci ha convinti della linearità di un discorso che il Nostro porta avanti da molti anni, coerentemente, e che costituisce un unicuum.

Nel mentre si magnificavano le opportunità che la Marsica ancora offre in termini di spazio, abbiamo visto materializzarsi come in un film la descrizione dalfonsiana dell’Abruzzo (immaginario) futuro, dalle pagine di un opuscolo risalente alla sua rielezione a sindaco di Pescara (2008): «… la città complessa, la citta-regione per la quale intendiamo dedicarci nella nostra vita politica…» (pag. 19). «[…] Pescara è una città priva di spazio vitale, portata quindi sempre a riconsiderare il rapporto tra spazio e tempo […]» (pag. 16). Proprio così: quello dello “spazio vitale”, espressione che richiama letteralmente il lebensraum dei nazisti, è un’ossessione per D’Alfonso (come, probabilmente, per qualche suo grande elettore). Il Gotland di D’Alfonso era, quando rivestiva il ruolo di primo cittadino di Pescara, «l’intera area urbana vasta che va da Pineto fino ad Ortona, e dal mare fino a Manoppello, come un tutt’uno da programmare in chiave unitaria» (pag. 38). Ma in quest’ultimo caso si parlava di impianti e strutture da insediare, al fine della «ulteriore implementazione della dotazione di strutture necessarie per disegnare grande Pescara» (pag. 52). Nella vita, e nella geopolitica, ci sono anche zone che invece debbono svolgere ruoli più modesti, gregari, ed in quest’ottica, quale potrà mai essere il destino del Fucino, di una zona cioè che era già nota, due millenni fa, come il granaio di Roma? Qualche indizio, oltre che dagli assunti di per loro inequivocabili del D’Alfonso, lo abbiamo ricavato sempre in diretta leggendo l’opuscolo. Operazione intellettuale azzardata? Forse no.

Trattando della questione del cementificio di Pescara – un insediamento monstre che nato in periferia è ormai stato inglobato nella città cresciuta disordinatamente, con tutte le ricadute negative in termini di salubrità dell’aria e di vivibilità – il Nostro si dice(va) convinto della necessità di delocalizzare (le puntate successive ci stanno incaricando di dire dove, ed in favore di chi, sulle sponde del fiume Tirino):

[…] l’azienda deve comprendere che a Pescara non può più rimanere. Due, fra le municipalità sollecitate, hanno già manifestato concreto interesse: il Comune di Ofena e il Comune di Ortona. Poi ci sono altri due territori interni che, in teoria, potrebbero sopportare un insediamento del genere [….] (pag. 29).

Si noti: quel che a Pescara non può più rimanere, può essere sopportato altrove, meglio se all’interno, dai parenti poveri, e non si comprende perché quello che è negativo per i cittadini della Costa non lo sia per gli altri, a meno di non teorizzare la diluizione nello “spazio” delle matrici potenzialmente nocive. Saremmo tentati di ascrivere quest’ultimo inciso sotto la categoria di espressione poco felice, se non fosse che la teorizzazione di un’inferiorità dei montanari è sottesa anche in altro illuminante passaggio: « […] perché prima succedeva anche questo, che zone di Pescara, non dell’Appennino centrale ma proprio di Pescara, fossero ancora prive di gas nelle abitazioni […]» (pag. 22). … Non dell’Appennino centrale… Non so il lettore, ma a noi l’idea che gli abitanti dell’Appennino centrale dovessero vedere il metano dopo quelli di Pescara ci suona, se non razzistica, quantomeno venata da infelici teorie di derivazione ottocentesca.

Se tutto questo discorrere di tempo e di spazio – ma non in termini filosofici, come alcune grandi scuole di pensiero: in termini spiccioli – lo si vuole considerare una bizzarria dell’unico vero erede di Remo Gaspari (anche l’interessato lo aveva inquadrato come tale, il D’Alfonso, e solo per accidenti politici vari lo zio Remo si era visto costretto, negli ultimi anni, ad indicare dei succedanei del succedaneo, tipo Dell’Elce, ecc.), noi la possiamo considerare una bizzarria, ed accodarci al carro del vincitore. Ma se la cosa ha un senso, preannunzia dei tempi veramente duri. Al termine della lettura dell’opuscolo, a nutrire ancora dei dubbi, è giunta dagli astanti lì confluiti per un sano bagno di acqua e di folla, una cosiddetta domanda dal pubblico a metà tra l’ingenuo ed il surreale: cosa farà il D’Alfonso per l’annosa ed irrisolta (e mai lo sarà, con questi presupposti) questione del collegamento ferroviario tra la Marsica e Roma. Analizzando chi sia il grande sponsor politico di tutta la carriera politica di D’Alfonso (abbiamo il sospetto sia stato eugeneticamente coltivato in vitro), e quale mestiere faccia, e quale struttura abbia in concessione, siamo stati sul punto di sbottare a ridere. Inutile dire che la replica è subito finita sullo spazio e sul tempo – ma non quello che potrebbe essere percorso e ridursi di gran lunga con una rete ferroviaria efficiente, in grado di collegare Avezzano a Roma in un’ora, in modo da far ritornare decine di migliaia di emigranti forzati in Abruzzo; ma il solito, quello dei grandi insediamenti – sino quasi a lambire la risposta che sarebbe stato più onesto fornire: recatevi al casello dell’autostrada e pagate!

Ecco: i disegni che in passato degli amministratori regionali pessimi hanno concepito senza aver avuto – in quanto scarsi – la capacità di condurre in porto, rischiamo di vederceli materializzati in un batter d’occhio dall’efficienza dalfonsiana, prima ancora che si possa organizzare un sit-in o un ricorso al Tar. Ad osservare chi è già sul carro del vincitore, e soprattutto ad ascoltare chi pretende di essere l’esegeta di D’Alfonso nella Marsica, e a vedere alcune foto delle persone con le quali (legittimamente) costui si accompagna, prima fra tutte quella del dottor Gianfranco Tedeschi (laurea Link Campus University?), considerato tutto, pensiamo di optare per votare, da soli, e rassegnati, una forza del tutto antisistema.

Franco Massimo Botticchio

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