Centenario terremoto: 13 gennaio 2015

 

 In occasione della recente ricorrenza – la novantottesima – del terremoto del 13 gennaio 1915, con un modesto intervento che per brevità evitiamo di ripropinare ai poveri tre lettori (è pubblicato su www.site.it / lo diciamo nell’improbabile caso qualche persona affetta da pulsioni autodistruttive possa avervi interesse), abbiamo manifestato tutta la preoccupazione maturata nel constatare come, ormai a tempo (quasi) scaduto, nessuna seria iniziativa sia partita in prospettiva del Centenario del funesto evento. Momento che bene potrebbe rappresentare e costituire l’occasione per riflettere sul nostro essere territorio, comunità; a patto però che ad animare la riflessione giunga un progetto serio che partendo dalla Storia («S» maiuscola), cioè dalla ricostruzione dei fatti, si estenda agli altri campi della tecnica e della sociologia.

Piuttosto, si nota, ad oggi, una paesana corsa affannosa ai (futuribili) posti, a prescindere dalle competenze e dalle sensibilità (ma molto sensibile a pulsioni familistico-amorali di alcuni sindaci / speriamo di sbagliare). Molto concreto si faccia, tutti noi, una grande figuraccia sotto forma di trombonesche fastidiose inutili (e magari, perché no, costose) commemorazioni. Per manifestare, con il senso del limite e dell’opportunità che sempre ci fa schermo, cosa intendiamo per riflessione su un evento, ecco qualche riga da Avezzano. Giusto per riscaldamento (fmb)

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Le celebrazioni dell’anniversario del terremoto ad Avezzano sono trite messinscene e non m’aspetto molto da quelle del Centenario, tra un paio d’anni. E’ come la leva obbligatoria di un tempo: si partiva sapendo che era tempo perso; era una cosa che andava fatta anche se non se n’avvertiva la necessità. Mi ci portarono quando frequentavo le elementari o le medie. La faccenda si è chiusa lì: come una vaccinazione obbligatoria di cui non ricordi a distanza di qualche anno. Non è solo quello, però.

Gli avezzanesi si disinteressano ai fatti del 13 gennaio 1915 un po’ perché è passato molto tempo e un po’ per la narrazione che n’è stata fatta, degli stessi. Possiamo fare nulla contro il tempo che scorre, ma noi possiamo far qualcosa per contrastare il racconto che le élites che si sono finora avvicendate diffondono agli abitanti.

I romani, commemorano l’eccidio delle Fosse ardeatine (24 marzo) nell’omonima località; per la presa di Roma (20 settembre) si ritrovano nel luogo della «breccia», a Porta Pia. Gli avezzanesi, festeggiano le Forze armate (4 novembre) davanti al monumento ai Caduti; essi però ricordano il terremoto del 1915 fuori del centro abitato. I compaesani si raccolgono alle falde del Salviano, anziché davanti a Castello Orsini, a San Giovanni decollato, alle baracche asismiche o intorno alle macerie di San Bartolomeo dove – da alcuni anni -, è stata fatta ricavare in fretta e furia una piccola area archeologica, dal Comune. Può sembrare una stranezza ma non lo è. Scorrendo la cronaca degli ultimi decenni incrociamo: abbattimento del mercato coperto, edifici pubblici mandati in malora, restringimento dei marciapiedi con taglio della vecchia alberatura, tentata vendita di una scuola media per ricavarne una galleria commerciale, ecc. Sono andate in rovina anche costruzioni private con una storia alle spalle, seppur breve; ci s’aspetta adesso che la delibera 439/2012 dispieghi il suo potenziale moltiplicatorio delle cubature. (Vale la pena ricordare la prima applicazione del marsicano «metodo Vitruvio», proprio in città). Non ci si è mai interessati alla lenta e sistematica manomissione, quando non la scomparsa della viabilità precedente – il cambio della denominazione di via Albense è solo un ultimo (odioso) atto.

La «città giardino» del Prg post-terremoto – consegnato in un anno e mezzo – sembra oggi una vecchia utopia, in un Quadrilatero alla mercé delle società immobiliari e di qualche commerciante. Il centro, prosciugato lentamente dei suoi abitanti, è stato indirizzato verso un modello che ricorda insieme il mercato di stracci e il luna-park. La zona, contiene scarsi temi collettivi e nel caso dei giardini pubblici di piazza Torlonia, mal mantenuti.

Giuseppe Pantaleo

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