Calcio e burocrazia – L’insostenibile pesantezza di essere (abruzzesi a Roma)

L’insostenibile pesantezza di essere (abruzzesi a Roma)

Se solo Memushaj, avesse messo a segno quel rigore nel primo tempo, e il nostro stopper all’inizio del secondo non si fosse fatto male (qui la partita ha preso una brutta piega) avrei anche potuto lanciare un romanissimo “‘sti cazzi’ della burocrazia” (in fondo, allo stadio sono riuscito ad entrare) ma anche all’Olimpico la triste consapevolezza di essere solo un abruzzese a Roma mi ha colto implacabile, e quasi senza documenti. Astretto in un gorgo burocratico, con tre gol nella rete.

Da sempre guardo con sospetto ai tanti che, agitandosi contro la “burocrazia”, promettono soluzioni facili a questioni complesse, scorciatoie, che ove messe in pratica determinerebbero, credo, un notevole innalzamento delle cose illegittime o apertamente illegali che già in numero cospicuo giornalmente dobbiamo ammirare. Alla stessa stregua – avendo constatato de visu, nella mia lunga esistenza, la refrattarietà della miriade di entità componenti la galassia istituzionale italiana a coordinarsi con chicchessia – non mi entusiasma l’ascolto, periodico, delle buone intenzioni di coloro che formalmente responsabili di quella “burocrazia”, ci promettono l’integrazione, la messa in rete, la possibilità di risolvere tutto con un click. La realtà non finisce di rafforzarmi in questo scetticismo, che non è evidentemente, solo retaggio della nostra età (confessiamo di continuare a fare schede cartacee come consigliava il buon Eco un’era geologica fa, in una sua guida sulla compilazione della tesi di laurea) ma dell’esperienza.
L’altro giorno mi reco presso il dispensario farmaceutico della Asl romana di appartenenza, unico luogo ove apprendere un prodotto, che non si può liberamente acquistare e può essere prescritto solo da uno specialista. Ci sono gli sfollacode, due. Atteso il mio turno, entro, e mi aprono una bel fascicolo per un piano terapeutico (segni dell’età che avanza). Fascicolo rigorosamente di cartone, colore tra grigio e marrone di quello una volta in uso all’ufficio del registro (e che non vedevo dall’epoca della chiusura dell’ufficio notarile di Avezzano). Osservo vergare il nome sul bordo della cartellina, con un penarellone, sempre con una leggera apprensione (da quando, per uno sfortunato corto circuito tra l’anagrafe abruzzese del luogo di nascita, quella romana di residenza e quella militare, venni chiamato due volte a sostenere la famosa visita – versiamo nel paleozoico, evidentemente!). La mia tessera sanitaria – fresca di invio – della Regione Lazio non contiene indicazioni sula residenza fisica e dunque mi viene chiesto di provare di risiedere nella giurisdizione di quell’ufficio della Asl. Penso – ma non rispondo, e non replicherò mai, avendo contezza che chi si trova a far fronte all’utenza ha in genere ben poche colpe – che da circa mezzo secolo risiedo in una via di quel municipio, e che il mio medico (volgarmente, della mutua) curante ha un ricco fascicolo sul mio conto, incardinato in altro ufficio della medesima Asl. Bah! Naturalmente, la tessera sanitaria appena pervenutami fisicamente per posta – che ho usato nei giorni precedenti, passandola in un lettore, per ottenere un appuntamento all’anagrafe di quel municipio di Roma che è incidentalmente a pochi metri da ove ora mi trovo; però, evidentemente, in tutt’altra giurisdizione (il dettaglio tornerà buono nella narrazione) – non è dunque sufficiente ad attestare ove risieda esattamente, ed in più, impietosamente, reca l’indicazione del mio luogo di nascita, ove molti anni fa un reparto di ostetricia non solo esisteva ma veniva ritenuto uno spreco incredibile, perché i bambini dovevano nascere in casa e dove altrimenti. Negli Abruzzi. Urge esibire un documento con indicata la residenza. Ho la patente ma per motivi non chiari una delle due facciate di plastica si è un poco scolorita (e dire che è la versione magnetica di quella cartacea che mi si era polverizzata nelle tasche). Penso agghiacciato: questo risulta, allo stato, l’unico documento in mio possesso: per rifarlo occorre una foto autenticata dal municipio di residenza, che si può avere solo se si presenta un documento valido; ho così chiesto mi venga rilasciata la carta d’identità che però si può avere solo se si presenta la vecchia (che non ho) o altro documento valido (non scolorito); in alternativa, si può andare allo sportello del municipio con due cingalesi muniti di documenti che testimonino di averti trovato in quel luogo, all’atto del loro arrivo. In ogni caso, solo per appuntamento, che ho già preso ma che è ancora da venire. Kafka.
Dal fascicolo, esce un modulo per il trattamento dei dati, e poi un modello che il luminare che mi ha prescritto il farmaco dovrà riempire rigorosamente a penna: attestare che per me non ci sono altri farmaci fungibili, che il farmaco costa X, ecc.. Devono contenere i costi. Vengo accompagnato alla porta, con il garbato invito a non tornare nell’immediato giacché quel farmaco si assume tra un mese circa (e quello che me lo ha prescritto, che ci ha pure studiato sino a diventare primario! Spero non mi stracci il modulo in faccia o di non dover ricorre al deep web…). Penso che l’inconveniente sia successo solo al sottoscritto ma mi avvedo che circa un terzo degli astanti dovrà tornare, o perché il modulo su cui complicare la ricetta non era quello, o per il timbro, o per l’attestazione di… ecc. ecc.. Gente che era venuta a prendere l’ossigeno per un novantenne…
Con i più cupi pensieri e sotto una pioggia torrenziale mi allontano (dall’inaccogliente parco nel quale tutti questi servizi sono erogati, dispersi in tante palazzine nosocomiali raggiungibili per dei sentieri che sono al livello delle interpoderali di Fucino) meditando su come le amministrazioni non si parlino, proprio non vogliano farlo, e più banalmente mi chiedo cosa faccia mai il mio medico curante quando vado a chiedergli una pastiglia per la gola, mezz’ora di operazioni su una rete sanitaria che però può mostrare anche di non conoscerti…
Penso poi che sabato all’Olimpico ci sarà il Pescara, e mi reco dunque ad un rivenditore autorizzato dei biglietti, un concessionario di un servizio fornito da un privato. Faccio la fila e apprendo che la persona con la quale pensavo di andare non potrà essere della partita giacché risiede negli Abruzzi e la vendita, a Roma, ai cittadini di tutta quella Regione non è consentita, a meno che non si sia almeno chiesta da costei la tessera del tifoso a Pescara…. Lei che a Pescara sarà stata forse dieci volte…. ragiono che alla fine potrei andarci io, che in fondo per quanto abruzzese – e guardato malissimo da tutte le persone in fila, intente ad abbonare bambini di pochi mesi alla Lazio – risiedo nella Capitale. E che cazzo! Poi il pensiero…. La mia patente scolorita…. Se non che dal computer del tabaccaio esce l’informazione di quando sono nato e presumibilmente quella della mia residenza, che il biglietto mi viene tosto rilasciato. A me intestato, senza storie.

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