Avezzano, San Benedetto: La mia depurazione è differente

Avezzano, San Benedetto: specchietto per le allodole?

La mia depurazione è differente

Nell’ultimo – inutile dirlo – noiosissimo numero, ci eravamo permessi di importunare i nostri tre malcapitati lettori (numero peraltro in rapida diminuzione, almeno a giudizio di alcuni officianti del dogma della coerenza in politica / officianti che, ovvio, vantano peraltro una discreta frequentazione con le passate strutture dei tanto bistrattati [oggi] partiti politici, da noi mai bazzicati e, per quanto possibile, negli anni, avversati) su quella strana febbre che, dopo una millenaria inerzia, sembra[va] aver colto molti attori istituzionali ed associativi in ordine alla spinosissima questione della depurazione nel nostro disgraziatissimo comprensorio.

Quel che, in apparenza, ebbe a sorprenderci non poco, ovvero l’autodenuncia che alcune organizzazioni del mondo agricolo mossero, in concomitanza della nuova stagione di semina, sulla insostenibilità della situazione dei reflui a Fucino, alla luce degli sviluppi successivi dei fatti, e della loro rappresentazione sugli organi di stampa locali, comincia ad assumere un senso (che, altrimenti, non avrebbe avuto) e a configurarsi come un ben congegnato piano volto ad un’operazione di riverginazione e di immagine tale da consentire, con un poco di baccano della manovalanza (una minaccia di gettarsi dalla finestra di un municipio; la prossima volta, chissà, una tanica di benzina), qualche strepito di trattore ed un poco di carte intortate per bene, di chiudere la fiera della salmonella nei canali con l’annunzio dell’attivazione di alcuni impianti di depurazione, in un mondo dove tutti vivranno felici e contenti, continuando a fare esattamente quel che con pesticidi varie ed eventuali (pagati tutti a peso d’oro, beninteso) facevano prima. Universo nel quale, questo va da sé e costituisce il senso di tutta l’ammuina, i responsabili massimi del disastro ambientale che è al nostro cospetto, lungi dal patire qualsivoglia conseguenza per le loro azioni e le loro inazioni, in un clangore di battiti di mani, passeranno presto per indefessi salvatori della patria (incuranti persino e soprattutto del dettato della norma, ed applauditi proprio per non curare il rispetto delle regole, loro che le hanno volute e tollerate per come noi le avevamo modestamente contestate) ed i loro referenti politici, magari, approderanno sulle stesse poltrone che sino ad ora li hanno visti sgovernare il territorio, in modo che non cambi assolutamente nulla. Zero.

Negli ultimi periodi, una serrata campagna di stampa – patrocinata (in senso buono) da Confagricoltura, da un noto consigliere regionale di centrodestra in cerca di voti e da un comitato celanese guidato dal noto Gianvincenzo Sforza da Celano – sta tentando di convincerci che a breve partirà il nuovo depuratore di Avezzano, e che lo stesso sia in procinto di essere affidato, per la gestione, nientemeno che al Consorzio di Sviluppo industriale di quella città. Il resoconto della conferenza dei servizi del 15 aprile scorso, apparso sugli organi locali di stampa, non lascia adito a dubbi, entro la fine di aprile si chiuderà felicemente la questione:

«[…] Nelle more di questo periodo, inframezzato anche dalle feste pasquali e del 25 aprile – conclude Sforza – collaboreremo come associazioni civiche e agricole al rispetto dei tempi scaturiti nella riunione di oggi e già il 24, nell’incontro tra la provincia, il Cam e il Consorzio Industriale, chiederemo di superare ogni ostacolo burocratico che porterà al 29 aprile prossimo alla firma definitiva e al rilascio dell’autorizzazione per gli scarichi dei reflui che, da oggi, consideriamo a buon diritto cosa fatta». Il 29 aprile, quindi, sarà completato l’iter e la linea elettrica Enel e il 30 aprile il depuratore entrerà in funzione definitivamente […].

Cosa fatta, mica requie. Peccato che tale resoconto, riprodotto sesquipedalmente da tutti i giornali (in molti casi senza indicarne il pozzo avvelenato dal quale è stato attinto), prodotto dalla lussureggiante penna di Gianvincenzo Sforza, leader del su non lodato comitato celanese denominato “Acqua Nostra”, sia molto insoddisfacente, e teso solo a forzare la mano agli enti interessati.

Con buona pace dello Sforza che, assurto recentemente al rango di capopopolo, si beffa pubblicamente degli ambientalisti che da secoli vanno denunziando il problema della depurazione fucense (intervista video a marsicanews: «ci sono persone che nella Marsica sono vent’anni che denunciano i problemi ma non li hanno mai risolti, quindi la demagogia l’hanno fatta loro… io ho fatto demagogia per dieci minuti e sono riuscito […] altri parlano da vent’anni […]»), l’attuale vicenda è nata perché il Wwf Marsica ha spinto l’Arta (l’Agenzia regionale per la tutela ambientale / che teoricamente non dovrebbe avere necessità di spinte, dovrebbe agire di per sé) ad effettuare analisi su campioni di acque superficiali dei canali nel territorio di Avezzano. A seguito di queste analisi (disastrose), il servizio competente della Asl, allertato dall’Arta, ha proposto all’autorità sanitaria locale (il sindaco) di stabilire il divieto d’uso dell’acqua dei canali di Fucino anche per uso irriguo, cosa che è stata poi tradotta in atto con delle apposite ordinanze. Ciò in quanto – scrive la Asl – «l’uso irriguo di acque prelevate da corpi idrici superficiali contaminati con microrganismi e parassiti potenzialmente patogeni per l’uomo, in particolare di derivazione fecale, rappresenta indubbiamente un rischio di infezioni gastrointestinali, allorché l’acqua viene utilizzata per irrigare prodotti agricoli (vegetali e frutta) destinati ad essere consumati crudi». La famosa salmonella, insomma.

E’ chiaro che senza la rimozione di dette ordinanze – che dovrebbero essere superate attraverso la risoluzione del problema che le ha originate (problema del quale le Autorità erano peraltro a conoscenza da molti anni, come confessato candidamente dall’assessore all’ambiente avezzanese; dunque: cosa ci siamo mangiati?) – sarà molto dura fare dell’agricoltura, dalle parti di Fosso 2.

Ora, ci sono due ordini di problemi.

Il primo è che, al contrario di quanto alcuni vanno sbandierando, l’attivazione del nuovo impianto di depurazione avezzanese (un autentico mostro, che accoglierà anche i reflui di Ovindoli: immaginiamo le espressioni degli archeologi che tra mille anni cercheranno di spiegarsi la ratio di una condotta che parte dai campi di sci della Magnola e termina in località Fosso Grande di Avezzano! Roba da pazzi!) non risolverà molto. In occasione della conferenza dei servizi precedente a quella del 15 aprile scorso, quella del 3 marzo 2014 (indetta peraltro dal Servizio Ambiente del municipio di Avezzano, poi defenestrato, per il depuratore, in favore dello Sportello unico per le attività produttive; cosa del tutto illegittima, e che dovrebbe far riflettere su certi metodi e prassi amministrative), analizzando le “problematiche urgenti in ordine alla qualità delle acque superficiali del Fucino“, la rappresentante dell’ente Provincia ha fatto mettere a verbale quanto segue:

La dott. Masciola, pur ribadendo che la tratta fosso 3-fosso 7 è la zona più inquinata, precisa [che] il problema dell’inquinamento delle acque dei canali del Fucino è strutturale perché legato ad una non corretta depurazione delle acque da parte di buona parte dei comuni del Fucino, e che anche un rientro temporaneo e casuale dei parametri nei limiti di legge non rappresenterebbe la risoluzione definitiva del problema […]

mentre il nucleo della questione, nella stessa sede, è stato disvelato (ma è il segreto di Pulcinella) dal rappresentante dell’Arta, quando ha annunziato che

L’Arta intende estendere le verifiche lungo tutto il canale circonfucense al fine di monitorare la posizione anche degli altri comuni e fa notare che al momento le verifiche sono mirate solo all’accertamento dei parametri microbiologici, riservandosi di allargare il campo delle analisi alle verifiche di altri parametri chimico-fisici

espressioni che tradotte in soldoni significano che sinora le Autorità tutte si sono ben guardate dal ricercare, oltre che, recentemente, la salmonella, anche altri parametri chimico-fisici, ovvero la presenza e la consistenza di tutti quegli elementi organici ed inorganici presenti in natura o immessi in circolo dall’azione degli uomini, alcuni dei quali – es.: i cosiddetti metalli pesanti – idonei a causare, in tempi più o meno lunghi, danni all’organismo umano. Quando avremo in mano anche questi dati, temiamo dovremo prendere atto di un disastro di dimensioni epocali, prodotto in pochi decenni in nome di un progresso insensato. Si noti: il pericolo è talmente evidente che, nella stessa contingenza, subito dopo queste agghiaccianti parole (agghiaccianti per chi ha il dono della capacità di comprenderle, ovvio), il rappresentante del Consorzio di Bonifica ha evocato, come un esorcismo, il famoso progetto di Amplero 2 del quale da tempo andiamo trattando (che ora si spiega meglio: come a dire: non posso usare le acque superficiali del Fucino né i pozzi, dunque faccio precipitare dell’acqua dall’alto: pia illusione, evidentemente). Né acque superficiali né pozzi.

Sempre sul tema dei depuratori, tornando a quanto rappresentato dalla Provincia, la questione è così strutturale che quando, due anni or sono, il Wwf Marsica – non Sforza, non altri paladini delle cause giuste e dei contadini – ha tentato di comprendere lo stato delle cose inviando un questionario ai municipi marsicani, ha ricevuto delle risposte che da sole attestano tanto la gravità della situazione quanto il difetto di elaborazione che esiste su un simile tema. Senza un Piano Marshall sulle acque, ammesso che si sia ancora in tempo, non se ne esce, il resto è solo (quasi totalmente) propaganda, in specie in questi periodi.

Il secondo problema, cade qui a pennello il difetto di elaborazione sia culturale che razionale, inerisce, sempre a proposito del nuovo impianto avezzanese, a chi lo stesso debba afferire. Per ragioni imperscrutabili agli essere umani razionali, lo si vorrebbe affidare al Consorzio di Sviluppo industriale, in virtù del travisamento del disposto di una recente leggina regionale che a sua volta ha travisato la normativa nazionale, che in materia di acque non è derogabile. Infatti, quell’impianto, realizzato in gran parte con danari pubblici, deve essere gestito da chi ha l’affidamento del servizio idrico integrato, e non da altri, non può essere altrimenti, e tutto quello che si sta brigando al riguardo sarà certamente oggetto di contenziosi e annullamenti. Certo, dire che si è risolto un problema agli agricoltori, in specie prima delle elezioni regionali, non ha prezzo ma forse ha un ritorno (di voti), speriamo non sia questo lo spirito che ha informato i comportamenti di coloro che vanno predicando soluzioni a breve. Ad onta delle cronache locali, nella conferenza dei servizi del 15 aprile scorso, diversi enti chiamati ad esprimere il proprio parere, non hanno fatto altro che occuparsi della questione dallo scarico in giù, attenendo, tutte le autorizzazioni del depuratore vero e proprio (trattamento dei fanghi sia termico che chimico-fisico, emissioni in atmosfera, ecc.), ad un’altra fase del procedimento, presso la Provincia, che non è stata ancora espletata. E non si vede dunque come si possa chiudere, tra qualche giorno, la vertenza. Non si vede come possa gestire un simile impianto un Consorzio che è in liquidazione, con personale che non ha, con i reflui civili sui quali non può avere competenza.

Vista in quest’ottica (di operazione di ripulitura di immagine), l’attivazione del depuratore di San Benedetto dei Marsi potrebbe essere suscettibile di numerose speculazioni, per le stesse ragioni già in parte espresse per Avezzano. Speculazioni che tuttavia risparmiamo al lettore, unendoci alla gioia per il lieto quanto insperato evento. Una sola cosa ci sia permessa: nello scorso numero avevamo scritto:

ci pare assai strano – e per certi versi criminale – che si sia tenuto inoperante un depuratore che è costato una somma non indifferente ai contribuenti (italiani ed europei) per via di un allaccio di corrente e aggiustamenti in grado di condursi a termine in quindici giorni, da parte del Cam S.p.A. e, eventualmente, con qualche potere sostitutivo, dall’ATO e dalla Regione. Sarebbe, evidentemente, un fatto di una gravità inaudita, da parte dei responsabili, quello di aver tollerato uno scempio ambientale pluriennale per non metterci sopra poche risorse e qualche gruppo di elettricità (non molto potente, a dire il vero)

ed ora, ad inaugurazione compiuta, la domanda ci ronza in testa, sempre più prepotente. Perché, se effettivamente ora funziona, quest’impianto, facendo un discreto ma non impossibile lavoro di pochi giorni (recentemente illustratoci su facebook da gente che sino al giorno prima non sapeva neppure che ci fosse, quel depuratore / ma poco importa), quali sono le ragioni per le quali non lo si è fatto a tempo debito, tale lavoro, anni fa? Qualcuno particolarmente perfido potrebbe sospettare vi sia stato dell’odio politico, dietro, ma forse, come attesta la nostra complessiva situazione di comprensorio, si scoprirà, alla fine della fiera (che, beninteso, noi pretendiamo di ottenere delle spiegazioni plausibili e non ci accontenteremo del “vogliamoci bene“) solo incapacità e lassismo, i veri marchi di fabbrica di certi operatori, di certe figure, di certa politica.

Franco Massimo Botticchio

(Tratto da: Il Martello del Fucino n.  2014-8)

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