Avezzano – Lo strano caso dell’ordigno all’ex zuccherificio SAZA

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Lo strano caso dell’ordigno all’ex zuccherificio SAZA

Si dirà che scriviamo della capitale della Marsica per non trattare dei capitali argomenti che stanno accendendo la campagna elettorale di Fontamara (chiuderemo senz’altro prima che si tenga la consultazione, abbiamo già dato) ma la misconosciuta vicenda del residuato bellico venuto fuori quattro settimane fa da un sito di Strada 2, in un sito di pertinenza dell’ex zuccherificio di Avezzano, illustra bene quale sia l’andazzo nella nostra disperata terra (dei fuochi, ormai) – astretta da un pugno di politici-imprenditori in una micidiale morsa volta ad affermare la destinazione della nostra regione a distretto energetico-minerario – e a quali vertici di ignavia si sia giunti nella gestione della cosa pubblica.
Da alcune settimane, da ancor prima del ritrovamento, il direttore di questo foglio andava insistentemente sollevando la questione di quali lavori fossero in corso presso le vecchie vasche di decantazione dello zuccherificio. Non per dare fastidio, evidentemente, ma per far rilevare come gli stessi apparissero – poi magari non sarà così: aspettiamo di conoscere le carte – condotti con piglio e modalità atti a far sorgere dei sospetti in chi (magari per sua colpa o incapacità) di cartelli di cantiere non è riuscito a scorgerne. Siamo in una zona di Borgo Incile, accanto alla Cartiera, dove in tempi non lontani contammo tre progetti differenti di impianti di termovalorizzazione, tra i quali il notissimo ed esiziale PowerCrop. L’ex zuccherificio è di proprietà di una società – la Rivalutazione Trara s.r.l. – della quale è oggi magna pars la famiglia Piccone. Quattro settimane or sono dunque (precisamente il 24 ottobre 2014), si diffonde la voce del rinvenimento, in loco, nel corso di quei lavori che tanto hanno acceso la curiosità di pochi (e, di converso, la totale indifferenza delle cosiddette Autorità), di un residuato bellico, e a conferma della notizia compaiono, oltre che un paio di uscite – con tanto di foto – dei siti di informazione locale, due miserrime transenne in un tratto di Strada 2, che proprio da lì parte, apposte, parrebbe, dal Comune di Avezzano.
Il rinvenimento dell’ordigno comporta due ordini di questioni: costringe anche chi, magari affaccendato in altro, non si era accorto dei lavori, a prenderne cognizione, e ove investito della forza e dei poteri di controllo, a fermarli, nell’ipotesi non li trovi conformi alle regole; obbliga inoltre le Autorità a curare la distruzione dell’ordigno, con modalità idonee a garantire la sicurezza delle persone e delle cose. L’astante cittadino medio pensa che questo accada naturalmente, per default. E dunque, quando ci si avvede che i lavori riprendono, non si può che elucubrare che: a) i lavori sono senz’altro autorizzati, altrimenti non potrebbero ripartire, ammesso siano iniziati senza permesso (cosa che probabilmente non sarà); b) il pericolo è stato eliminato. L’unico particolare stonato è la permanenza, per qualche giorno ancora, delle transenne, ad interdire il traffico ai comuni mortali ma non a chi lavora in quel sito (e ad interdirlo su un solo lato del sito in questione, e non sulla via principale).
A questo punto il detto Angelo Venti decide che forse è il caso di chiedere all’amministrazione comunale di Avezzano, nel territorio di competenza della quale questo lembo di territorio pare ricada, alcune delucidazioni su quei lavori che nel frattempo hanno eliminato le vasche di decantazione e prodotto una quantità enorme di materiale – presumibilmente da caratterizzare (cosa che non dubitiamo sia stata fatta) – da smaltire, ed effettivamente portato non si sa dove.
La scorsa settimana, si viene a sapere – la politica e l’amministrazione avezzanesi passano in massima parte attraverso propalazioni da bar – che non si trova più la bomba, ovvero non si sa bene che fine abbia fatto. Ore di panico, discussioni sul filo del telefono, accuse reciproche che si indovinano.
Riflessione: ma se una qualche autorità/corpo (o cazzi vari) ha notizia del rinvenimento di un ordigno (che, almeno potenzialmente, potrebbe essere pericoloso) e magari transenna un’area, poi può non accorgersi che quell’ordigno è stato “trattato” (spostato, rimosso, ecc.) da chi non doveva ovvero non accertarsi che l’ordigno sia curato da chi ha chiamato (dovrebbe chiamare) e sia in grado di renderlo innocuo? Posso, io, Autorità, trovare una bomba e permettermi di perderne le tracce prima di avere le prove che sia insuscettibile di produrre danni? E se qualcuno la porta, magari a scopi didattici e di prestigio personale, che so, alla Conca d’oro, la fa cadere ed esplode?
Dopo di che, la bomba in questione (magicamente) ricompare. Una voce vuole che sia stata spostata da chi stava effettuando i lavori per proseguire nell’opera ma non sapremmo dirlo con certezza. L’avrà restituita? O è stato tutto un fraintendimento, e questo ordigno non è mai esistito? O, esistendo, lo si è subito catalogato quale strumento non idoneo a nuocere?
Riflessione ulteriore: ma se qualcuno preleva – senza permesso – un ordigno da un terreno e magari se lo mette sull’armadio della camera da letto, poi, richiesto, riportandolo, viene ringraziato e finisce lì o gli si chiedono spiegazioni?
Nel frattempo il Venti riceve, dal municipio di Avezzano, una risposta interlocutoria alla sua domanda di visionare gli atti inerenti i lavori – formulata nelle vesti di giornalista e di coordinatore regionale di “Libera” – dalla quale pare evincersi che il fascicolo richiesto riguardi delle opere in sanatoria (circostanza quasi incredibile ma forse è solo un paragrafo di una pratica edilizia più ampia del tutto normale). Transitando dinanzi al recapito fisico avezzanese della società che detto Venti ha appena letto indicato nella risposta ad egli indirizzata (per via della notifica della sua istanza effettuata dal Comune alla controinteressata Rivalutazione Trara s.r.l.), lo stesso si avvede accidentalmente che non solo è scomparso ogni riferimento di questa sulla casetta della posta ma che sono stati rimossi persino i citofoni. Trasloco? Tutto a posto? Altri lavori in corso? Nemmeno la “fuga” della VdG da via Diaz era stata tanto cruenta….
L’episodio, che è in sé tragicomico, deve indurci a riflettere su questioni più ampie.
Molti anni di vuote chiacchiere su quel sito di archeologia industriale che è l’ex zuccherificio SAZA, alla fine non hanno prodotto che una gara al termine della quale, come è giusto che sia, chi ha offerto di più ne ha acquisito la proprietà. Nei limiti delle norme e delle regole edilizie, questo privato può ora liberamente disporne (e la cosa non è in discussione). Ciò non può impedirci di pensare e ritenere che sarebbe stata auspicabile una soluzione pubblica di riqualificazione di un’area già molto provata dal punto di vista ambientale, e non la sua riconduzione nel calderone di quel progetto diabolico del distretto energetico, e forse dei rifiuti, che segnerà la fine dell’agricoltura fucense.
Molte zone della parte interna dell’Abruzzo paiono non esattamente sotto la giurisdizione dello stato italiano, e dove le criticità già presenti, senza speculare su quelle future, richiederebbero un surplus di attivazione delle autorità ed anche – perché no – dei cittadini onde assicurarne la miglior sorte possibile, sono invece quei territori nei quali di divise non se ne vedono mai, e in nessun frangente. In questo humus, in questo clima – si parla dunque in generale – potrebbe accadere che interessi inconfessabili si saldino sul terreno, e sotto tale profilo, come abbiamo già scritto, i provvedimenti delle certificazioni antimafia interdittive e atipiche che hanno attinto una buona porzione degli operatori economici del ramo edilizio espressione del territorio suonano come un de profundis, se non altro per la reazione di assoluta indifferenza che hanno ingenerato nella collettività.
La politica ufficiale locale, lungi dall’esercitare il doveroso compito di rappresentazione e sintesi delle molteplici istanze e necessità della società della quale è emanazione, quando non la si trova direttamente a fianco del trust della termovalorizzazione (e di tutte quelle energie alternative che sono peggiori del petrolio), è del tutto inerme. Unica preoccupazione rimasta ai partiti – delle schegge trasversali che sono sopravvissute – è quella di strumentalizzare i singoli comitati e gruppi di cittadini che, investiti in prima persona dalla deflagrazione di un sistema marcio che ha posto l’ambiente alla mercé di chiunque voglia trarne profitto personale, si trovano a contestare o a ricorrere contro singoli impianti, progetti o provvedimenti. Reazione che, per quanto forzata ed inevitabile – nonché lodevole per chi anima questa nuova resilienza – poco contribuirà, parcellizzata com’è, a far modificare le regole che in alto governano questi processi, regole che sono le vere responsabili della bassa macelleria sull’ambiente che alcuni figuri esercitano senza remora. Il poderoso ricorso appena presentato avverso il compostaggio di Massa d’Albe o l’opposizione che si va coagulando nei confronti delle biomasse di Cerchio e San Benedetto dei Marsi e sul digestato degli impianti già operanti e su mille altre cose sono tutte espressioni che, a guardar bene, senza un deciso mutamento di verso che parta dall’alto, rischiano di rappresentare il classico secchiello che tenta di svuotare il mare.

Franco Massimo Botticchio

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