AVEZZANO – Alchimisti di paese: la “Storia rammassata”

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Nel recente restyling di una parte di piazza Risorgimento, ad Avezzano, non sappiamo quanto dovuto, nella crasi argomentativa, a chi ha concepito l’intervento sulla fontana di quella piazza in quella forma e quanto invece sia farina del sacco di chi racconta i fatti sui siti di informazione locale, ci è capitato di leggere e udire affermazioni assolutamente non rispondenti al vero, riguardanti uno dei temi più vessati di tutti i tempi, almeno da noi: il terremoto del 13 gennaio 1915.

Con grande nostra sorpresa – acuita dalla circostanza che in tempi recenti la collettività di Avezzano ha impiegato centinaia di migliaia di euro per solennizzare la ricorrenza del centenario dell’infausto accadimento: e dunque dovrebbe, il tema,  essere ben conosciuto dalla cittadinanza, almeno nelle sue manifestazioni essenziali (e non solo per la ricorrenza, verrebbe da dire) – abbiamo appreso che la nuova forma data a quella fontana dovrebbe mostrare il momento esatto nel quale tale evento è accaduto, inopinatamente collocato, però, alle ore 7 e 48 minuti di quel mercoledì di gennaio (che fosse un mercoledì, e di gennaio, non sembra al momento circostanza messa in discussione).

Basta consultare il catalogo storico dei terremoti italiani – un colossale lavoro di censimento che parte dall’anno mille, iniziato e condotto, durante la cosiddetta prima Repubblica, dal Servizio simico nazionale, e proseguito e manutenuto dalle maggiori istanze scientifiche italiane, dal CNR sino all’INGV – per verificare che quel terremoto si è verificato alle nostre 7h 52’43”. Si dirà che questa discrasia di quattro minuti non sia poi così grave (e al termine del pezzo del noto sito locale, al riguardo, veniamo rassicurati sul fatto che dal campanile della cattedrale «le due lancette […] con un raggio così ampio e lancette così lunghe, la larghezza di quella dei minuti copre benissimo tutto l’arco temporale dei quattro minuti, mettendo così definitivamente tutti d’accordo») ma così non è, e non soltanto perché la diatriba sia inconsistente. Per giustificare questa bizzarra retrominutazione (sebbene l’articolista, bontà sua, ammetta che la «fonte dell’Ingv sia più attendibile») viene addotto un telegramma del sindaco di Tagliacozzo dell’epoca, che comunicò a Roma l’avvenuto sisma, attestando il fatto al minuto 48; telegramma che venne poi citato dal deputato Sipari, nel marzo successivo, in una sua intemerata al governo dell’epoca sui soccorsi (in Italia ha sempre funzionato così). Tra milioni di documenti che dicono una cosa, se ne sceglie uno che ne dice un’altra. L’ipotesi più plausibile, e cioè che il sindaco di Tagliacozzo avesse l’orologio leggermente indietro, o che all’atto della scossa questi non abbia avuto la freddezza di segnarsi esattamente il minuto primo e secondo di quando la terra ha preso a tremare sotto i suoi piedi, non è stata considerata. Seguendo questo metodo, potremmo anche sostenere – come è scritto negli atti di accertamento legale delle morti conservati all’anagrafe – che detto terremoto si sia in realtà verificato alle ore 7.50 o, come dichiarato da chi immediatamente pure registrò delle morti nello stesso luogo (esempio: Pescina), si verificò invece alle ore 8.00. E così via. A furia di discutere sull’ora, sulle ore, potremmo anche arrivare alla conclusione che il fatto non ci sia mai stato!

Per sostenere l’esistenza di una questione che non avrebbe (non ha) ragion d’essere, sempre l’articolista ci spiega che «all’epoca nessuno aveva degli strumenti di misurazione dislocati sul territorio», cosa che detta in questo modo significa poco, e non sposta lancette. In realtà il terremoto del 1915 fu registrato – con i mezzi dell’epoca, certo – da strumenti misuratori e microsismografi dislocati in diversi istituti, osservatori  e università italiani, come attestato dalle cronache dell’epoca, e se vi furono incertezze iniziali sull’intensità e l’origine, l’orario non è dunque mai venuto in discussione (come detto, abbiamo anche il secondo: le nostre 7h 52’43”).

Nondimeno, nello stesso pezzo giornalistico, arditamente rubricato nella sezione cultura, nello sfoltire il bosco di quella foresta di simboli che parrebbe condensato in questa nuova (infelicissima) fontana di Avezzano, l’estensore dell’articolo ci spiega che le tre piccole cascate della lancetta delle ore, «con i rispettivi ugelli, rappresentano i tre immissari principali del Fucino, ovvero i fiumi Giovenco, Imele e il Salto»: con il che, anche la geografia fisica riceve la sua bella pedata nel sedere!

Equivocare queste elucubrazioni come mere manifestazioni di vanagloria, autoreferenziali, costituisce una sottovalutazione di quel che nel fenomeno dilagante della reinvenzione della Storia si annida. Sempre sul terremoto, non molto tempo fa, sempre ad Avezzano, pare che in una pubblica conferenza un cultore locale di memorie patrie abbia sostenuto che uno pseudo-scienziato dell’epoca, Raffaele Bendandi, avesse previsto esattamente il sisma del 13 gennaio del 1915 (e nell’uditorio – sembra, che noi fortunatamente non eravamo presenti – ci sia stato persino chi ci ha creduto, con tanto di mormorio di accompagnamento). Ritenere che questo avvelenamento dei pozzi del Passato non abbia ripercussioni su quel che del Passato decidiamo di voler conservare costituisce un grave errore: la veridicità dei ricordi che scegliamo, per la nostra narrazione pubblica, passa ed è convalidata da un processo ricostruttivo collettivo che dipende dalle conoscenze, dalla preparazione dei preminenti e di chi viene chiamato a discettare, dai bisogni e dagli obiettivi di una popolazione. In una espressione: dalla nostra visione del Futuro. Quando dai nostri lobi frontali – o da quelli di chi in pubblico parla – nascono queste volgari mistificazioni, è anche chiaro quale sia la strada ove ci stiamo incamminando, e per perseguire cosa. Dicesi: tradizioni quali fisime. Quasi sempre di struttura e carattere reazionari.

Se nel 1915 era possibile prevedere un terremoto, quale loggia massonica deviata ha fatto sì che nel 2009 non venissimo avvertiti per tempo? Ma allora chi sosteneva di poter predire il sisma misurando dei gas poteva essere nel giusto…

Se è possibile affermare, come pure recentemente è avvenuto, che il Fucino fosse un lago vulcanico, perché mai dovremmo tenere aperte le facoltà di geologia?

Quale fiducia si potrà mai riporre nell’attività giornalistica di chi, dei fatti – del Passato, certo – fa strame in questo modo? Non procederà con la stessa logica, oggi o domani, ovvero con il medesimo sistema di ibridazione della realtà, anche quando si tratterà di un cordolo di una pista ciclabile o di un consiglio comunale? E soprattutto: come distinguere il grano (del vero) dal loglio (dell’invenzione)?

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Da molto tempo andiamo lanciando strali e garbate maledizioni verso un particolare morbo che incrudelisce alle latitudini abruzzesi e che ha, tra le sue più eclatanti manifestazioni, quella di spingere ignari e poco consapevoli cittadini a rielaborare ed interpolare le poche informazioni di natura storica a loro disposizione ad uso e (per un) consumo di un passato che è, nel migliore dei casi, poco veritiero, quando non apertamente inventato. Se tale afflizione – che si palesa e invera, in massima parte, nella riproposizione di cortei medioevali e palii di origine posticcia – poteva in qualche misura trovare, da noi, delle attenuanti per le ère ed epoche antiche sino alla moderna (lo stesso Silone definì questa porzione di Appennino, non a caso, povera di storia civile; e le testimonianze del passato risultano, in effetti, per varie ragioni, non così vaste e disponibili e comprensibili), la sua propagazione all’età contemporanea ingenera più di qualche preoccupazione, in specie se a farne le spese sono argomenti di grande rilevanza e sui quali vi sono, a disposizione, un’infinità di fonti scientifiche, autorevoli e non suscettibili di sospetto o superamento.

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TRATTO DA: Il Martello del Fucino 2018-9 – SCARICA IL PDF

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