Anarchici e abruzzesi in Spagna

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Nell’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Cieri e Luigi Trapasso, e di tutti gli altri. Aleph editrice propone un modesto opuscolo di Franco Massimo Botticchio, tratto da un modesto intervento, su di un oggetto “impossibile”


Franco Massimo Botticchio

Anarchici e abruzzesi in Spagna

Per una teoria della catastrofe in ambito inarticolato

Intervento in occasione di «Oggi in Spagna, domani in Italia, 8-23 marzo 1937: due pescaresi a Guadalajara Guerra di Spagna e antifascismo» (Mediamuseum, Pescara, 24 marzo 2017)

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Anarchici e abruzzesi in Spagna

Del novero di coloro che, italiani, ritennero di accorrere in Spagna, a combattere, nel frangente della guerra civile iniziata nel luglio 1936, dalla parte del legittimo governo repubblicano, vi è una fonte imprescindibile, costituita dai fascicoli nominativi intestati ai miliziani (oltre tremilaseicento), collocati nelle serie annuali della Pubblica Sicurezza (serie afferenti il fondo del Ministero dell’Interno, e conservate presso l’Archivio centrale dello Stato in Roma) che vanno dall’anno 1937 all’anno 1943, ed incardinate in una categoria all’epoca appositamente creata, «K1B/45», e denominata, nell’attuale inventario a disposizione degli studiosi, «arruolamento di volontari per l’esercito rosso spagnolo». Questa fonte, per quanto essenziale, non è da ritenersi esaustiva in quanto negli elenchi dei nomi – sistematizzati in un apposito elenco di schede, nel 1989, in occasione della creazione di un utilissimo strumento di ricerca denominato «Guida alle fonti per la storia della Spagna (1936-1939)» – non compaiono tutti coloro che effettivamente parteciparono alla guerra civile. Infatti, fatta salva una statistica percentuale di italiani che, accorsa in Spagna principalmente dai luoghi ove era emigrata o riparata, è fisiologicamente sfuggita ad ogni censimento e riconoscimento, anche diverse persone delle quali v’è piena contezza della partecipazione al conflitto non risultano in realtà censite nella categoria, crediamo in ragione della esistenza, a loro nome, già a quell’epoca, di un fascicolo personale al casellario politico centrale o alla polizia politica, curato dalla stessa “Direzione generale di Pubblica Sicurezza”, cosicché la documentazione ad esse riferita pare irritualmente essere affluita direttamente in detti fascicoli personali, già correnti, senza transitare anche nel carteggio «K1B/45». Detta fonte non si sovrappone neppure ad altro elenco di nominativi, sempre redatto per le fonti per la storia di Spagna, in base a dati desunti e contenuti dai circa centocinquantamila fascicoli personali della schedatura politica del casellario ministeriale (e ove compare, sembra di comprendere, anche chi ha operato in favore di un Comitato pro-Spagna, come ad esempio il più noto degli anarchici abruzzesi, Carlo Tresca, l’editore del Martello, che però non è accorso al fronte dagli Stati Uniti).

Dei miliziani abruzzesi in Spagna, dopo un lungo oblìo – del quale più oltre dei contorni si tratterà brevemente – si tornò a parlare in occasione di una mostra itinerante dedicata agli anni della guerra civile spagnola organizzata nel 1980 dall’Istituto Regionale Abruzzese per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza che toccò Penne, Atri, Lanciano e Tagliacozzo. Da questa iniziativa prese origine un testo di interventi, prefati da un’introduzione istituzionale ove si legge che «i miliziani abruzzesi furono trentadue: questo il risultato delle ricerche di archivio finora compiute, con grande passione, da Berardo Taddei di Teramo»1. In detto testo però di nomi, non troppo felicemente elencati, ne comparivano ventisei. Nel 1987 giunse il testo monografico dello stesso Taddei con esplicitate ventinove biografie2 di miliziani. La sopravvenienza dell’inventario dell’Archivio centrale dello Stato di cui abbiamo detto, e del più recente testo sugli antifascisti abruzzesi in Spagna curato da Edoardo Puglielli3 – che ha incrociato il proprio lavoro biografico (e quello del Centro studi Camillo di Sciullo) sugli anarchici della nostra regione con le quattromila biografie pubblicate sul proprio sito dalla Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna – ci consentono oggi, pur in presenza di traslitterazioni e di incongruenze, di chiudere il novero dei miliziani abruzzesi nel numero di trentacinque.

Dicevamo delle incongruenze: di merito (deve ricomprendersi nel computo anche chi materialmente non è stato inquadrato – concetto piuttosto infido – militarmente?); di metodo (è abruzzese chi, originario di Villa San Sebastiano di Tagliacozzo, è nato in Germania?); sino a quelle filologiche, di attribuzione di un colore politico, in presenza di indicazioni contrastanti o persino in difetto di tracce nei documenti a disposizione.

Di questa esigua ed eterogenea delegazione miliziana abruzzese in Spagna – che è decine di volte inferiore, per numero, a quella arruolatasi nelle divisioni delle Camicie nere che accorsero volontariamente al fianco dell’alleato nazionalista, dall’altro lato del fronte – gli elementi anarchici e comunisti sono esattamente un terzo ed un terzo, il resto è diviso tra non esattamente attribuibili, socialisti e genericamente antifascisti. Accennavamo alle difficoltà di metodo ed eziologiche: può considerarsi come un unico un esiguo numero di persone – siamo passati ad affrontare direttamente il tema che ci siamo proposti, quello degli anarchici – dove ogni essere pare rappresentare, per distanza origini esperienze idealità, un mondo irripetibile? La Storia – e i numeri che la accompagnano – coglie i fenomeni sociali, la ripetibilità della singolarità, la loro somma nei processi, la forza che ne deriva, gli effetti che con le azioni si producono. Qui, accanto a una determinazione che appare comune denominatore dei protagonisti, e che in alcuni sembra scortare il sentimento dell’ineluttabilità del dovere da adempiere nonostante tutto, poco altro sembra legare i nostri protagonisti (sappiamo anzi che tra i due più rilevanti esponenti della impropria delegazione anarchica abruzzese, Antonio Cieri e Giuseppe Bifolchi, debbono esservi state forti divergenze in tema di tattica militare della Sezione italiana che si trovarono a guidare).

***

La forza anarchica negli Abruzzi è sempre stata molto esile, ed è onestamente esercizio piuttosto aleatorio identificare delle direttrici che possano orientarci nella comprensione della sua presenza e della sua diffusione, dagli ultimi decenni dell’Ottocento in poi. L’unica visione di una qualche consistenza è quella che intravede una matrice nella presenza della ferrovia, dei suoi lavoratori negli snodi (anche di provenienza extraregionale), e l’irradiamento, con le istanze politiche e prima ancora sindacali espresse da costoro, dell’Idea. Costituisce, questa, una chiave di lettura dell’importanza dei centri di Castellammare Adriatico e di Sulmona per la narrazione della umile vicenda anarchica abruzzese; per quanto parziale. Vicenda che è tuttavia il portato di elementi talmente impalpabili ed imponderabili (inciso: un cenacolo storico che conosco abbastanza bene, quello di San Benedetto dei Marsi, sul Fucino, sul crinale tra Otto e Novecento, è guidato da un medico condotto ma animato – curiosamente ma non troppo – da persone di ritorno dall’America che hanno impattato la dottrina evangelica, e risulta venato di quel populismo messianico connaturato alle realtà eminentemente agricole) da risultare, anche per la scarsità delle fonti, di difficilissima ricostruzione e trattazione. Ma torniamo alla Spagna.

A dieci anni dai drammatici accadimenti di Barcellona del 1937, è il periodico di area “Volontà” a solennizzare i quaranta anarchici italiani caduti in Spagna4, buona parte dei quali afferenti alla Sezione italiana in seno alla Colonna Ascaso e deceduti sino a quando quell’entità ha operato (ma nell’elenco compaiono anche i nomi di coloro che, anarchici, hanno ritenuto di combattere sino al termine della guerra, nel 1939). Tra costoro sono ricompresi il già citato vastese Antonio Cieri e Luigi Trapasso, di Lucoli, che trovarono entrambi la morte in coda all’esperienza di quella Sezione italiana, a Huesca, nell’aprile 1937.

Stiamo trattando, dunque, di una presenza, quella anarchica italiana, che nell’economia complessiva del conflitto ha avuto ben modesta incidenza ma che ha rappresentato, per quel mondo, la cartina di tornasole di una più ampia esperienza, quella spagnola, che è assurta a simbolo per l’intero universo libertario. Se è legittimo consentire con chi, Acciai, ha, in epoca recente, affrontato un lavoro complessivo sulla esperienza della Sezione italiana e che ha scritto che:

Per gli anarchici si è spesso fatto riferimento all’attrazione esercitata dal movimento rivoluzionario in corso nella Spagna repubblicana; in realtà, fu l’antifascismo a prevalere nel processo decisionale. Nonostante un’innegabile attrazione rispetto a quanto stava accadendo in Catalogna ed Aragona, la lotta al fascismo come fenomeno transazionale fu vissuta come priorità5

nondimeno sarebbe azione intellettualmente imperdonabile non considerare che – accanto alla cogente circostanza che con la sedizione dei militari, in Spagna, il Fascismo diviene, da fatto del singolo Paese, esiziale questione mondiale – negli animi di molti potrebbe aver trovato albergo e linfa la speranza di veder realizzata quella palingenesi – George Woodcock, nel suo notissimo testo sulla storia dell’anarchia, scrisse, a tale specifico proposito, di «Armaggedo» – il cui odore si respira nella Barcellona pavesata di rosso e di nero descrittaci nelle prime pagine di Omaggio alla Catalogna da George Orwell.

Con il tramonto della breve estate dell’anarchia (ovvero: della folgorante stagione della rivolta popolare di Barcellona del 19 luglio 1936, che passa per il disastro della Colonna Durruti a Madrid nell’inverno sino a giungere alle funeste giornate del maggio del 1937), declino registratosi proprio ove, in Spagna, il movimento aveva raggiunto il massimo grado di diffusione e consenso, l’anarchismo verrà presto a caratterizzarsi quale corrente politica e di pensiero sempre meno incidente e rilevante sulla realtà sociale e politica, quando non di mera testimonianza. Ma i fatti di Spagna costituiranno, e ancor oggi lo sono, uno dei temi di maggior esercizio critico e di studio di tutta la variegata galassia anarchica, forse proprio perché rappresentano uno spartiacque tra un prima e un dopo. Anche in Italia.

Per tornare ai nostri, a conferma dell’assunto appena prima esposto sulla dicotomia rappresentata dai concetti – che possono in parte sovrapporsi ma non sono certo coincidenti – “difesa della Repubblica spagnola” e ”azione per la rivoluzione sociale”, si consideri l’addio al fronte di Giuseppe Bifolchi, in linea con l’atteggiamento teorico anarchico (da Armando Borghi in giù) che ha considerato sostanzialmente chiusa l’esperienza spagnola con gli scontri sorti intorno alla centrale telefonica di Barcellona controllata dagli anarchici, il 3 maggio 1937, e l’uccisione di marca stalinista, tra gli altri, di Camillo Berneri. Di tale addio vi è un’icastica immagine in una relazione della Polizia politica redatta da quel numero “148” (Umberto Ferrari inteso Ferto) che ben conosce il Bifolchi di Balsorano, e che da anni riferisce a Roma, con tentacolare efficacia, sul fuoriuscitismo italiano nel nord Europa:

Bruxelles, 25 maggio 1937

[…] Bifolchi Giuseppe si trova presentemente a Barcellona; contrariamente a quanto si è detto, non è stato arrestato, ma si trova a piede libero; tuttavia è stato disarmato e non ritornerà al fronte, anzi pare intenzionato anche lui a “tagliare la corda” alla prima occasione trovandosi, come del resto tutti gli anarchici, a grande disagio nel “clima” barcellonese dove i comunisti e i democratici spadroneggiano senza ritegno6.

Quattro anni più tardi, in carcere a L’Aquila, lo stesso Bifolchi ricostruirà la vicenda, e fatta salva la probabile riserva mentale nel parlare, onde non aggravare la propria posizione, i toni non lasciano dubbi (sviste ed errori sovrapposti sono delle originali ditteggiature a macchina questurine):

Nel 1936 su invito di certo Pestana segretario del partito del lavoro mi recai a Bruxselle e di la mi recai al fronte Aragonese con degli amici del Pestana stesso, come miliziano. Partecipai al combattimento di Montepelato nella zona di Hesca.

Tale battaglia fu una semplice scaramuccia. So che i giornali antifascisti ingrandirono l’importanza di tale scontro per propaganda politica e so che in “Giustizia e Libertà” furono anche citati miei presunti atti di valore.

Accettai la partecipazione alla guerra spagnola sin quanto si trattò di fare la guerra al capitalismo straniero e rimasi soltanto al fronte fino al marzo 1937. Nell’aprile del 1937 mi fu offerto il comando effettivo della 126° Brigata dell’esercito Rosso che faceva parte della colonna Ascaso trasformata a sua volta in 28^ Divisione. Il battaglione italiano comandato da Antonio Geri […] ex ingegnere delle ferrovie dello stato, faceva parte della colonna Ascaso e doveva rientrare nella 126^ Brigata di cui io dovevo assumere il comando. Dovendo in tal maniera entrare a far parte all’esercito repubblicano tanto io che il Geri declinammo i rispettivi incarichi ed anche il battaglione italiano fu sciolto.

Lasciai perciò la Spagna nel giugno 1937 dirigendomi a Parigi dove lavorai e mi interessai per la raccolta di indumenti vecchi da inviarsi nella Spagna Rossa per il popolo. Nel settembre 1937 […] fummo arrestati […]7.

Nel fummo, negli scartafacci polizieschi, si rintraccia, a Perpignano, anche il cognome Gialluca, quello dei due pescaresi ai quali si riferisce il titolo dell’evento odierno.

***

Della progressiva espunzione dalla memoria collettiva degli anarchici ha trattato, dieci anni fa, Massimo Ortalli, in occasione di una manifestazione che omaggiava proprio Antonio Cieri – il Geri di cui parla Bifolchi – nella sua città di adozione, Parma:

Dell’anarchico Antonio Cieri, fino a pochi anni orsono, si sapeva poco, e la sua figura, pur così importante per la storia di questa città, rischiava di “rimanere sepolta per opera della storiografia antifascista locale, egemonizzata dai comunisti”. Fu uno studioso locale, Paolo Tomasi, che ne disseppellì la memoria ricostruendone, per primo, le sconosciute vicende, ma fu poi per opera di un grande amante della sua città e del suo spirito libertario, il compianto Gianni Furlotti, che la sua figura ha potuto uscire dagli ambiti cittadini, per essere conosciuta a livello nazionale. Poi, un altro forte spirito libertario, lo scrittore Pino Cacucci, ne ha ulteriormente diffuso la conoscenza, rievocandolo nel suo bellissimo romanzo storico Oltretorrente8.

Successivamente anche Vasto ha proceduto a ricordare pubblicamente il suo cittadino Cieri, patrocinando anche una biografia che ne ripercorre le avventurose e dolenti vicende esistenziali. E proprio da quest’opera ricaviamo alcune suggestioni tese a modestamente speculare su cosa fare di tali argomenti, su cosa si potrebbe fare per evitare di impastoiarsi nel birignao di una vischiosa sedicente “memoria condivisa” – quella che in tanti nostri piccoli centri colloca insieme i nomi dei caduti coloniali crispini, quelli della prima guerra mondiale e della seconda, della Spagna, dell’Etiopia e, quindi, di chi ha trovato la morte disinnescando ordigni bellici – che per poter esser di tutti appiattisce ogni differenza in una pietas livellatrice, e che finisce per non appartenere realmente a nessuno.

Come abbiamo detto, la Storia, le storie, possono essere a volte piccole, modeste, e inerire quelle schegge che un noto vecchio proverbio russo pretende volino via quando si abbatte una foresta. E la foresta del Novecento richiede che, quando vi si approcci, anche se solo sul limitare e all’ombra dell’ultimo albero, lo si faccia con deontologia, criticamente, con rispetto, tentando di fare il meglio possibile, anche su oggetti apparentemente marginali o (nella definizione) improbabili. Mi si scuserà quella che potrebbe apparire una digressione mondana (ma che non lo è). Qualche settimana or sono, il Presidente della Regione Abruzzo, in un contesto pubblico ha pronunziato un’espressione che mi ha molto colpito, auspicando un «demitizzare l’acquisizione documentale» che nel frangente – e, magari, per estensione – sembrava suggerire che a volte le fonti, quelle ufficiali, potrebbero non solo e non tanto non narrare fedelmente gli accadimenti ma persino considerarsi superate dalla verità effettuale, quindi superflue, ridondanti, fastidiose. Ebbene, per sfuggire a una simile post-verità o a quella che appare tale credo invece che l’unico rimedio possibile sia quello di rivolgersi criticamente alle fonti, ritornarvi sopra, ad interrogarle ancora una volta onde le stesse ci parlino ancora di cose contemporanee, ci forniscano gli strumenti per agire oggi. E che è l’unica ragione per la quale posso immaginare si studi e si commemori qualcosa.

Le schegge volano via ma qualcosa resta. Nel testo su menzionato sul Cieri9, che è di pochi anni or sono, il fascicolo della Polizia politica ad egli intestato è utilizzato, per quanto in minima parte e citato come fondo di un’Associazione. Sulla seconda di copertina di detto fascicolo, ove sono indicati i rimandi e i riferimenti ad altri fascicoli, vergati da chi il fascicolo curava, compaiono due classifiche («H.50» ed «F.119») delle quali non vi è contezza in quel fondo, ovvero non sono state versate in Archivio. Allo stesso modo, il fascicolo personale di Polizia politica di Giuseppe Bifolchi non è tra quelli oggi disponibili. E potrei continuare, nel senso che la ricerca è tutt’altro che conclusa (il fondo si ferma a metà degli anni Quaranta ma la schedatura politica è proseguita, e Bifolchi, per sua fortuna, ha continuato a vivere, dopo la Spagna, e dopo il confino a Ventotene). Ma per rivestire importanza, tale ricerca deve parlarci, assumere, oltre alla connotazione politica che indubbiamente ha, una dimensione che investa la personalità dei singoli, la voce, i sentimenti, e ci conduca a riconoscerli, a riconoscerci. In quest’ultima ottica ritengo che le vicende dei pochi nostri anarchici possano essere di grandissimo insegnamento.

Suscita un moto di turbamento leggere, nel fascicolo della Polizia politica di Antonio Cieri la nota del numero “353” (Vincenzo Bellavia), testuale – errori ortografici e battitura compresi:

Parigi 10 Aprile 1937

NOTO CIERI ANTONIO

Pregiomi relazionare che questa mattina a Rosselli ha telegrafato Garosci Aldo, da Barcellona, comunicandogli l’avvenuta morte del libertario a margine indicato. E’ bene da un lato che il Cieri sia morto, ma mi rompe un pò le uova nel maniere per il progettato lavoro che si doveva svolgere con la Livia. Pazienza…10

che allude alla circostanza che un sub-fiduciario di quell’informatore poteva bellamente rovistare nei cassetti di casa Cieri, ove sbrigava le faccende di casa. Una dimensione ulteriore, che descrive – come in un nostrana versione della pellicola Le vite degli altri – a quali vette / per molti anarchici purtroppo insospettate / potesse giungere la repressione attuata dagli agenti di una dittatura. E si tace, perché il disegno potrebbe averlo vergato chiunque, anche dopo lo spostamento del fondo dall’Interno all’Archivio centrale, la sprezzante bara (ebbene sì, una bara con sopra scritto: morto) tratteggiata sulla copertina del fascicolo di Cieri.

Di questa dimensione, le fonti documentarie ad oggi disponibili, a volerle leggere, parlano già assai (che so: la constatazione che del tragico destino dell’anarchico Trapasso, a quasi due anni dalla morte, nessuna notizia sia giunta alla famiglia a Lucoli).

I destini le speranze le sorti della Sezione italiana – l’idea di un insieme di italiani anarchici, di Giustizia e Libertà, socialisti, repubblicani e di chiunque volesse accorrervi (e che alla fine, sezione colonna o battaglione, sono variati da alcune decine a poche centinaia di persone), incardinata in una cornice anarchica spagnola, che Carlo Rosselli vagheggiava potesse divenire lo strumento per avviare la redenzione del nostro Paese / idea che non poteva che disgregarsi, dopo pochi mesi, e non solo in ragione della creazione delle Brigate Internazionali, come descritto da Bifolchi in un suo scritto molto critico11 – è certamente importante (certo lo è il fenomeno del volontariato in armi del quale ci ha parlato Enrico Acciai, fenomeno al quale diversi dei discorsi fatti oggi possono ricondursi) ma molte volte sono i dettagli delle esistenze dei singoli protagonisti ad illustrare, con i moti del proprio animo, quelli della più ampia storia che intorno si svolge.

Esemplare, sotto tale riguardo, la missiva che i due fratelli Gialluca, Renato e Giuseppe, ai quali è stata intestata la sezione pescarese dell’Anpi (circostanza già questa piuttosto particolare), inviano a casa, a Pescara, da Marsiglia, nel 1930 (benedetti uomini! La revisione postale! – qui si tratta di un dattiloscritto della Questura di Pescara di un testo che non abbiamo in originale: vale quanto sopra per gli errori):

Carissimi

Non saprei dirvi da quando che non riceviamo vostre nuove. Come mai? Perché? Quali sono le ragioni che ve lo impediscono? Anche voi ci private quello che può essere il sollievo di un uomo? […] Noi anche, non sentite il bisogno di avere nostre notizie? Ho forse perché sempre fedeli ai nostri principi anche voi ci rinnegate e ci maledite?

E’ questo che vi domandiamo, perciò se lo credete ci scriverete e ci terrete al corrente e se no fate come volete a voi la scelta per noi anarchici è il pensiero e verso l’anarchia va la storia e per la anarchia combattiamo […]12

Per l’anarchia combattiamo. Ecco: come stupirsi di ritrovare i due fratelli in Spagna, a combattere, pochi anni più tardi? Non fosse premorto, molto probabilmente vi avremmo trovato anche il terzo fratello, Mario, che i documenti – soprattutto quelli del fascicolo personale della Polizia politica – anch’esso finora poco utilizzato – intestato a Renato ma che in realtà tratta di tutti e tre i fratelli, ci mostra particolarmente attivo tra Francia e Spagna, in particolare a Barcellona all’inizio degli anni Trenta. Ma questa è altra storia.

Ho già occupato troppo del vostro tempo. E non vi è tempo per tutti, per raccontare tutti. Fuori di ogni ulteriore insistere su tanti aspetti, se proprio dovessimo compendiare questa modesta ma totalizzante esperienza, sopra abbozzata, di questo pugno di uomini, non troviamo frase migliore di quella di un filosofo tedesco:

«La luce della sfera pubblica oscura tutto»

che sola può temporaneamente farci accantonare la domanda di cosa abbia determinato un Cieri – appena divenuto vedovo e con due figli piccoli – a lasciare Parigi per la Spagna. E tutti gli altri, certo, da dove erano e venivano.


Note:
1 AA.VV., Gli abruzzesi e la guerra di Spagna, L’aquila, arti Grafiche aquilane, 1984, pagina 11.
2 Berardo Taddei, Miliziani abruzzesi nella Spagna repubblicana, L’aquila, Arti Grafiche aquilane, 1987.
3 Edoardo Puglielli (a cura di), Antifascisti abruzzesi in Spagna 1936-1939, Chieti, Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, 2015.
4 Caduti anarchici in Spagna, in «Volontà», a. II, n. 1 (1 luglio 1947), pagine 20- 22.
5 Enrico Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna: la sezione italiana della Colonna Ascaso, Milano, Unicopli 2016, pagina 157.
6 Archivio centrale dello Stato, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione Polizia politica, Fascicoli materia, busta 50.
7 Archivio centrale dello Stato, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione affari generali e riservati, Casellario politico centrale, busta 641.
8 http://www.arivista.org/riviste/arivista/322/59.htm.
9 Giorgia Sisti (a cura di Piermichele Pollutri), Lo stranier: vita anarchica di an- tonio Cieri, Parma, Fedelo’s, 2012.
10 Archivio centrale dello Stato, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione Polizia politica, Fascicoli personali, busta 301.
11 Giuseppe Bifolchi, «La Colonna Italiana sul fronte di Huesca», Rivista abruzzese di Studi Storici dal Fascismo alla Resistenza. Organo dell’Istituto abruzzese per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, a. I, n. 3 (novembre 1980), L’aquila, pagine 141-151.
12 Archivio centrale dello Stato, Direzione generale Pubblica Sicurezza, Divisione affari generali e riservati, casellario politico centrale, busta 2380.

 


Anarchici e abruzzesi in Spagna
Per una teoria della catastrofe in ambito inarticolato
© Copyright: 2017 Aleph editrice, Luco dei Marsi (AQ)
ISBN    978-88-907360-9-4
Stampa: DVG/Studio, Avezzano (AQ)
Edizione: aprile 2017
Aleph editrice, loc. Petogna 15 – 67056 Luco dei Marsi AQ
E-mail: aleph@site.it – Homepage: www.site.it
 

 

 

 

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