Amplero e vecchi merletti

Per quanto fossimo – e ancora siamo: invero più per l’azione dispiegata dalle vituperate Autorità superiori che per quelle locali – ragionevolmente fiduciosi sul fatto che nel terzo millennio / ad onta di qualcuno che (icastica battuta di un noto amministratore pescinese di professione pastore) deve aver acquistato dei pedalò che ora non sa come utilizzare, in alta montagna / non si arriverà a realizzare quella vecchia idea di un bacino di accumulo ad Amplero, in tenimento di Collelongo, per l’irrigazione fucense, pure il susseguirsi di riunioni e di chiacchiere di complemento non ci lascia tranquilli. La questione che per prima è venuta in rilievo e ci ha preoccupati, la captazione cioè dell’acqua dal fiume Giovenco all’altezza di Ortona dei Marsi, che già fece versare fiumi di inchiostro ai beati tempi di Amplero1 sino a dissuadere tutti dal procedere, ci sentiamo di dire che non vedrà la luce, non almeno nella forma invasiva di posa di chilometri di tubazioni e realizzazione di scavi scassi e chissà cos’altro. Sotto questo aspetto, ove non si pensi di rubare, in alto, l’acqua dall’unico vero affluente dell’Altipiano, e quindi da Pescina, per farla affluire in un sito montano piuttosto eccentrico dall’altra parte della chiostra di monti che ci imprigiona, l’attenzione alle «criticità legate all’uso e alla disponibilità della risorsa idrica nella Piana del Fucino» (questo in burocratese, la missione) potrebbe rivelarsi persino foriera di effetti positivi, nel senso che potrebbe essere scoccata l’ora per la tratta di acqua del Giovenco che da Pescina scende verso l’alveo, di una sua riqualificazione, quantomeno per utilizzarla appieno e con cognizione di causa. Persino inutile, giacché ci conosciamo tutti, dire quanto una simile azione di risanamento sarebbe necessaria, e risulterebbe benemerita. Nonché foriera di un nuovo concetto di comunità di Valle che oggi purtroppo non c’è, una scintilla di rinascita sulle sponde di un fiume per diverse municipalità e della loro unione (Unione senza la quale saremo tutti indistintamente sconfitti e distrutti), da Bisegna alla Restina.
Siamo stati, in passato, da neofiti e praticanti e dilettanti dell’argomento, molto critici su tutta l’operazione, e su come l’Autorità di Bacino Liri-Garigliano e Volturno, in raccordo con Regione, ecc. ecc., ha proceduto. Nondimeno, i questionari distribuiti per rendere “partecipato” (mica cavoli) il procedimento, forse si ricorderà, ci avevano dato il mal di testa. A cascata, il lavoro prodotto dalla società di progettazione veneta, ovvero le ipotesi di intervento sulle quali si va ora intavolando un confronto che, dalle parti nostre – tirando ognuno la coperta dalla parte propria, parte che non sempre peraltro si comprende -, ci sembra un qualcosa che potrebbe partorire… poco (se non la fattura dei veneti / legittima, per carità). Ove tuttavia questi cento milioni di euro per cotanta titanica impresa (ri)spuntassero fuori, sarebbe bene prescegliere le soluzioni meno invasive per il Territorio, chiarendoci innanzitutto le idee sulla circostanza che si stanno affrontando sì le problematiche dell’irrigazione a Fucino ma soprattutto le evidenze delle questioni idrogeologiche: senza questa consapevolezza si rischia di apportare delle micidiali devastazioni peggiorando la nostra già precaria condizione nell’alveo del Fucino, senza risolvere nulla (se non la momentanea sopravvivenza di qualche possessore di mezzi con nolo a freddo).
Quindi, per quel poco che possiamo comprendere, ci sentiremmo di auspicare vengano selezionate – e l’Autorità di Bacino ci pare orientata sinceramente in questo verso, scansando le elucubrazioni di qualche primo cittadino non esattamente sintonizzato sul tema – le ipotesi meno impattanti, e che non comportino, oltre che il dirottamento dell’acqua da Ortona a Collelongo (pura follia, tecnica ed economica), un saliscendi della stessa acqua da sotto a sopra e poi di nuovo sotto (bilancio economico in grave perdita). Il Vajont c’è già stato, sfortunatamente, e non ci pare genere da importare. L’ammuina pure non ci sembra consigliabile, in tempi di magra e di secca come questi. Allo stesso modo, ci risulta difficile contraddire il direttore di Confagricoltura L’Aquila, Fabrizi, quando considera impraticabili sia: a) l’invaso in località Bacinetto (ovvero nell’area più depressa del Fucino, molto estesa, che Torlonia teneva chiusa ed utilizzava quale riserva di caccia: chissà quali colture ed animali dovevano albergarvi!) che è, a guardare il rendering dell’ipotesi, un qualcosa di difficilmente percorribile, se non a Risiko, per le estensioni interessate e il sacrificio di suoli fertili, anche elevando quella zona a “semplice” cassa di espansione di eventuali fenomeni di piena (lo è già naturalmente); b) il bacino di accumulo tra Pescina e San Benedetto dei Marsi «poiché genererebbe un notevole impatto ambientale». Rimarrebbe da patrocinare l’idea dei diversi piccoli invasi a ridosso dell’intero andamento della Circonfucense, che potrebbero valorizzare terreni residuali oggi sostanzialmente abbandonati. Ma siamo molto indecisi anche su questo. Forse dovremmo seguire il saggio invito di Fabrizi, a studiare bene le carte…. sperando proceda all’approfondimento…. chi dovrà decidere!
Su tutto, ci sia consentito il dire, su tutto questo dibattito sull’acqua a Fucino – e nei paesi intorno, giacché leggiamo, ai primi di luglio, che tale risorsa comincia già scarseggiare nelle case di alcuni centri (nessuno ha però fiatato quando il Cam ha dato la disponibilità di massima di milioni di metri cubi a PowerCrop per l’inceneritore! Ma tutta quest’acqua dove sta? Anche la falda in profondità scorta!) – aleggia una nostra sinistra impressione: quella che senza un massivo straordinario intervento complessivo sulla depurazione a Fucino, tutto questo agitarsi per dell’acqua (sovrastimata) dall’alto sia come indossare una camicia pulita dopo aver lavorato per una giornata sotto il sole, nel fango. Copre la magagna, occulta lo sporco: non rende immacolati.
Franco Massimo Botticchio

Tratto da: IL MARTELLO DEL FUCINO 2015-6

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