Ad un anno dagli incendi del Morrone: chi è Stato?

Fece un certo scalpore, due mesi or sono, il neo-ministro Giulia Bongiorno, alla sua prima importante intervista rilasciata, dallo scranno della onusta carica alla quale era appena ascesa, quando alla domanda postagli, del seguente timore: «Nella legge Madia c’era la riforma del Corpo forestale finita davanti alla Consulta. Che farà?» ella rispose: «È fallita. Lo si è visto l’estate scorsa con l’Italia devastata dagli incendi. Dopo il giudizio, bisognerà pensare come cambiare rotta» (Corriere della Sera, 24 giugno 2018).

Scalpore dovuto anche al combinato disposto di cotanta decisa affermazione con quanto, pochi giorni prima, Luca Telese aveva inserito in un virgolettato, e attribuito al pensiero e alle intenzioni del neo-ministro per la Pubblica amministrazione: «Prima di impadronirmi dei dossier non dirò nulla» (Panorama, 14 giugno 2018) Ché, a voler essere conseguenti, e a trarre dalle dichiarazioni pubbliche tutte le conseguenze, si poteva (potrebbe) indurre che nella seconda-terza decade dello scorso giugno il ministro Bongiorno – titolare del dicastero che fece da capofila in quella riforma cosiddetta Madia che ha, tra le sue più importanti evidenze, le contestatissime «disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato» fissate con il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 177 – abbia avuto contezza che la lingua di fuoco che ha flagellato gli Appennini la scorsa estate potesse essere infrenata, o addirittura evitata, in presenza del vecchio assetto, e quindi direttamente o indirettamente cagionata dal nuovo, con il quale le competenze del Corpo forestale in materia di lotta attiva contro gli incendi boschivi e di spegnimento con mezzi aerei sono state trasferite in capo al Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. Ovvero, che cause o concause legate (o derivanti) al transito dei forestali nei carabinieri siano alla base del disastro patito dai nostri Territori, la scorsa estate; e non vi sia, dunque, da dolersi solo della eccezionale siccità patita nel 2017, e non ci si possa accontentare dell’analogo trend europeo che le statistiche mostrano al riguardo. Cause da considerarsi, allo stato, futuribili, sulle quali ad oggi non vi è evidenza, probabilmente da ascriversi, per qualcuno, alla minore abilità dei comandanti delle operazioni di spegnimento dei vigili del fuoco più che agli autori degli inneschi e, come detto, del tempo atmosferico.

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Per onore di verità, a due mesi da queste esternazioni, fatto salvo un discreto battage di alcuni settori di destra istituzionale e di nostalgici del vecchio Corpo forestale autonomo (battage che ci permetteremo di definire vagamente inquietante), non si è ben compreso cosa intendesse dire il ministro Bongiorno, e se egli sia, legittimamente, in possesso di informazioni, di natura riservata, che i comuni cittadini ignorano, e come vorrà determinarsi sul punto.

Cosicché non sapremmo dire se l’assorbimento del Corpo forestale nei Carabinieri – che la legge delega Madia del 2015 stabiliva non dovesse compromettere l’unitarietà e la continuità delle funzioni dallo stesso sin qui assolte – e che si è estrinsecato, correttamente, a nostro modesto avviso, nel transito di 390 unità forestali nei vigili del fuoco, in ruoli speciali antincendio boschivo ad esaurimento (AIB), poi integrate con ulteriori acquisizioni dal ruolo dei Vigili del fuoco, verrà cancellato. Per decidere, sulla questione (ammesso sia essa da ritenersi una pratica ancora aperta), sarebbe assai utile fare luci sui roghi dello scorso anno, onde eliminare qualsivoglia sospetto su tutta una serie di pretensioni (strategia della tensione stile Falange armata; disegni pseudo-eversivi; forme indebite di pressione e di vendetta) pure propalatesi; per poi laicamente orientarsi in forza della decisione adottata dalla Corte costituzionale sulla vertenza. Vertenza nel cui fascicolo sono affluite, ad oggi, oltre a una gran serie di recriminazioni e fisime passatiste, una ventina di decisioni adottate da tribunali amministrativi che hanno censurato, della riforma, la mancanza della possibilità di esercitare una scelta pienamente libera e volontaria di divenire personale militare da parte del singolo forestale ricorrente. Messa così, sembrerebbe un po’ poco per tornare indietro tutti.

Sull’accertamento delle responsabilità, singole o di gruppo o di gruppi, di piromani, ad un anno dagli accadimenti non vi è molta chiarezza, sui Territori. Eppure, chiarire gli accadimenti dei singoli episodi potrebbe portare ad escludere teorie del complotto e di bande. Il caso di scuola è proprio quello del Morrone.

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Pur essendo ancora vivo il ricordo del terribile disastro che il comprensorio di Sulmona, la Conca peligna, hanno patito, lo scorso mese di agosto, nel tempo, l’attenzione sugli autori di cotanto epocale disastro, per il loro disvelamento, pare essersi decisamente affievolita (anche nell’opinione pubblica). «A un anno dai roghi c’è una certezza: piromane locale», ha titolato pochi giorni fa “il Centro” lo scorso 22 agosto, mentre nel pezzo, per quanto siano riferite le opinioni del locale Procuratore della Repubblica, Bellelli, non vi è ombra di un suo virgolettato. Il breve pezzo si conclude, laconicamente, con una domanda del suo estensore: «La mano dell’incendiario è locale, quindi va cercata vicino ai luoghi arsi. Chissà se gli investigatori la scopriranno» che non porterebbe ad indulgere in ottimismo. Come si vede, siamo ben lontani dal climax nel quale, con il fumo nelle narici e il fuoco sin quasi all’interno della città di Sulmona, quel magistrato disse altro, e di più (si riporta pedissequamente un pezzo del sito aquilano news-town.it del 29 agosto 2017 [i grassetti sono nel testo originario]):

Emergenza incendi, il procuratore Bellelli: “C’è un unico disegno criminoso”

C’è un unico disegno criminoso dietro gli incendi che stanno devastando l’Abruzzo. Ne è convinto il procuratore capo di Sulmona Giuseppe Bellelli che, in una intervista al quotidiano ‘Il Centro’, ha spiegato di aver riunito in un solo fascicolo le sette inchieste aperte in questi giorni di fuoco. “Dire che ci siano un’unica mano oppure più mani dietro a questi incendi per ora non è possibile. Ma una cosa è certa: c’è un unico disegno criminale. Questo lo posso dire. Abbiamo a che fare con pezzi di un mosaico che noi investigatori dobbiamo ricollegare per trovare la logica che c’è dietro”.

Siamo dinanzi ad una serie di incendi dolosi, vasti e che stanno flagellando, in particolare, il territorio peligno; e c’è un filo rosso, invisibile, che tiene insieme i diversi fronti del fuoco: “Ci sono almeno tre nessi”, ha spiegato Bellelli a ‘Il Centro’;” il primo è temporale, il secondo è legato alle modalità d’innesco e il terzo ai luoghi. Io non vedo nulla di casuale dietro i roghi sul Morrone oppure a Prezza e in tutti gli altri posti della Valle Peligna dati alle fiamme. Ma noi investigatori dobbiamo ancora capire bene ciò che sta accadendo. Questa vicenda dev’essere interpretata nella sua complessità”.

Di certo, non si può parlare di piromani, di persone malate; il procuratore capo di Sulmona ha ribadito che gli incendiari hanno un piano unico da mettere in atto, sebbene sia ancora prematuro fare ipotesi sulle ragioni che attengono alle azioni degli ultimi giorni.

Bellelli non ha mancato di sottolineare come lo scioglimento del Corpo Forestale dello Stato, imposto dalla riforma Madia, abbia indebolito il sistema di Protezione civile: “Con il venir meno dei Forestali – ha ribadito – sono mancate l’esperienza, la preparazione e la competenza nello spegnimento a terra. Non voglio accusare nessuno ma gli attuali Carabinieri forestali, per legge, non possono più svolgere lotta attiva agli incendi”; con effetti devastanti, se è vero che i Vigili del Fuoco hanno straordinaria preparazione nello spegnimento dei fuochi “ma l’esperienza in montagna era patrimonio dei Forestali”.

Un cambio di registro notevole, di tono, di prospettiva. L’anno scorso, all’atto di quei roghi – che per pura coincidenza cadevano nel primo anniversario del decreto legislativo di accorpamento del Corpo forestale e in prossimità della adozione della prima decisione di un Tar, quello di Pescara, su un ricorso di un forestale – le parole del procuratore sulmonese Bellelli condussero l’articolista a conchiudere che «di certo, non si può parlare di piromani, di persone malate». Ma sulla stessa lunghezza si attestarono altre personalità (QUI, a puro titolo esemplificativo, l’agenzia con le esternazioni della senatrice Pezzopane). Ora, analogamente per il ministro Bongiorno, viene da chiederci cosa sia intervenuto, nel frattempo, nelle indagini della Procura di Sulmona, quali emergenze di indagine – e condotte da chi? – abbiano portato a derubricare l’immane rogo a opera onanistica di un singolo. Divenuto, nel frattempo, naturalmente, piromane. Un singolo malato.

Nell’Edipo Re di Sofocle, vi è un passaggio del corifeo che così recita:

Ma era compito di Febo, che inviò l’oracolo, dire chi ha compiuto il delitto.

Ebbene, noi diciamo che è compito delle Autorità reprimere i delitti e punirli, sanzionando i colpevoli. Solo da noi chi è incaricato di tale gravoso compito non deve sostanzialmente render conto ai cittadini – che pure vorrebbero conferire ad esse ancor maggiori poteri, più o meno legittimi e opportuni – e può addirittura far spallucce, e limitarsi a poche battute alla stampa, di esecrazione di un delitto; e allargare le braccia, anni dopo, all’atto di un’archiviazione. Crediamo invece sarebbe bene che su questi inneschi sul Morrone si facesse chiarezza e giustizia (vera, ovviamente) e che un tribunale, dopo le indagini della Procura, ci dicesse chi è stato a fare cosa. Anche in ragione della circostanza che sulle propaggini di quel monte bruciato si è dato la morte Guido Conti, altro gravissimo fatto del quale l’opinione pubblica poco o nulla sa.



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