Abruzzi fuori dai radar / De Rita, gli Appennini e la nostra decadenza

Nello scorso mese di maggio, uno studioso di vaglia, Giuseppe De Rita, dalle colonne del più importante quotidiano nazionale ha lanciato un grido di dolore, una sorta di programma amministrativo-sociologico, che il titolista di quel giornale ha inteso lanciare con un riuscito «Preservare l’Appennino, lo ‘scheletro’ dell’Italia» e che ha ancor meglio concettualizzato e dettagliato nell’insolitamente lungo occhiello: «Forse non appare un obiettivo particolarmente attrattivo agli occhi dei politici, ma potrebbe costituire una scelta essenziale per il bene del Paese» (si noti la “P” maiuscola). Il testo di detto articolo, che ha suscitato molto interesse, e distolto molti dalla lettura dei siti di informazione locali, ha avuto il merito – oltre quello di far apprezzare la siderale distanza che tra cotanti siti e i ‘veri’ giornali (noi ricompresi, ovvio) intercorre – di enumerare alcuni punti sui quali esiste una diffusa e condivisa sensibilità; e che De Rita, da acuto osservatore, ha esternato da par suo, partendo dalle molte criticità ingenerate – e, più ancora, acuite – dai sismi che in sequenza, negli ultimi anni, hanno afflitto, giustappunto, i nostri Territori:

[…] La provocazione mi viene dall’attenzione che alcuni quotidiani, in primis il Corriere [della Sera], hanno dedicato recentemente alle località terremotate dell’Italia centrale. Con la doverosa presa d’atto delle drammatiche richieste di un più rapido processo di ricostruzione; ma anche con la più drammatica percezione di un grande storico pericolo. L’irrevocabile spopolamento dell’Appennino.

Questo è davvero il tema del nostro futuro, la difesa cioè dello scheletro fisico della nostra penisola. Senza tale scheletro avremo una propensione del sistema a scivolare verso la “polpa” agiata ed agevole delle zone costiere, che però (senza ossa portanti) rischiano di perdere radicamento e consistenza; ed in più rischiano, se nel retroterra appenninico non si fa regolazione delle acque e difesa del suolo, di vedersi recapitare a valle alluvioni e smottamenti spesso più devastanti di una scossa sismica.

Salvare l’Appennino diventa un target programmatico meno attrattivo di una delle svariate provvidenze oggi all’onor della cronaca, ma essenziale per il futuro del Paese. L’Appennino è la struttura portante senza la quale il sistema si scioglie verso il mare; l’Appennino è il serbatoio di quella “anima contadina” (di sobrietà e di sacrificio) che ci ha permesso di superare le crisi economiche degli ultimi decenni; l’Appennino è il luogo in cui per secoli non ci si è consegnati alla rassegnazione (dei tanti contadini inquadrati in malmesse divisioni di fanteria) o al risentimento (dei tanti costretti a emigrare); l’Appennino è il luogo dove malgrado tutto sono nate decine di iniziative imprenditoriali private di grande successo (da Ariston a Tod’s a Lube, tanto per citare solo la realtà marchigiana); l’Appennino è il luogo (cosa non secondaria nella crescente debolezza valoriale) dove sono racchiuse straordinarie memorie culturali, artistiche, devozionali, di vita comunitaria.

L’Appennino ha un solo difetto: non è una platea attrattiva in termini di consenso di massa. Gli elettori sono dispersi fra colline e montagne, difficili da contattare con i tradizionali strumenti di vicinanza e relazione sociopolitica, e sono per natura restii ad accettare il fascino della comunicazione di massa. Ma dovrà pure arrivare un giorno in cui non si ragioni solo di consenso e di annunci mediatici, e in cui ci applicheremo a fare qualcosa per l’Appennino. Già oggi sono tanti i mondi privati (culturali ed aziendali) che si stanno seriamente impegnando sull’argomento, con un orgoglio privatistico che fa loro onore, ma che sarebbe utile accompagnare risuscitando un impegno politico che non si riduca a gestire le emergenze ed a gestire le ricostruzioni. I commissari straordinari sono stati e sono sempre ammirevoli ma non bastano; solo un progetto complessivo, insieme privato e pubblico, può farci salvare l’Appennino e scongiurare il pericolo di perdere la nostra ossatura di sistema.

Sulle parole di De Rita, quasi integralmente riportate, fatto salvo qualche tono (è passatismo quell’insistenza sulla sobrietà e sul sacrificio, che in passato ha consentito di dissimulare la banale constatazione della povertà delle nostre collettività, e persino la sua apparente irredimibilità; caratteri che non erano e non sono costitutivi delle popolazioni, la sobrietà e il sacrificio – e forse non debbono esserlo – se è vero che il benessere, quella sfinge adombrata da Silone proprio all’atto della sua calata [di lei, della sfinge], da noi, al seguito del frigorifero e dell’utilitaria, ha comportato una terrificante alterazione dell’ambiente e anche dei rapporti sociali, nonché dei costumi; questa ormai irredimibile, temiamo), sarebbe difficile non dirsi d’accordo. Il passo successivo è il come agire.

Chi si trova in queste ambasce, desidera effettivamente essere salvato? E da cosa? E chi può arrogarsi il diritto di prescrivere ricette? Infine, con quale posologia di assunzione dei rimedi, in presenza di un persistente rifiuto al trattamento, che si spinge talvolta al rifiuto dell’accettazione dell’esistenza del problema, dei problemi, sino all’aperta loro rimozione?

Queste domande pensiamo abbiano un senso, nelle nostre desolate lande fucensi, nell’Aquila del decennale, nei crateri 2009, 2016 e 2017; a Tolentino, sino giù a Bisaccia, ove Franco Arminio si è candidato alle amministrative (e ha perso, scontrandosi con un astio che non è solo personale o politico ma ontologico, costituente, di mentalità: e che ben conosciamo, per averlo osservato abbattersi su alcuni amici, qui intorno: con tale e tanta regolarità da farci escludere fossimo in presenza di casi singoli, non rispondenti a una precisa legge).

Anche sul «restii ad accettare il fascino della comunicazione di massa» osservato da De Rita, ci sentiremmo di dissentire. «I media stabiliscono la nostra condizione», ha sentenziato tempo fa un grande studioso di comunicazione (e non solo); ad osservare bene gli esiti delle recenti consultazioni politiche ed amministrative si nota come l’espressione del consenso (che non si contesta; ma che poco ci piace) attesti la verità di questa ultima affermazione e, dunque, la corrispondente inconsistenza della particolarità tanto strombazzata di essere marsi, peligni, di Pescara porto, ecc.. Invero da tempo andiamo osservando il dilagare di narrazioni pubbliche inconsistenti, inventate, aggiustate alla meglio, che celano uno strutturale vuoto di elaborazione, che non è proprio solo di oscuri borghi quali quelli situati sulle sponde del Fucino ma che pare avere investito l’intera regione, e oltre, sino all’intero Paese: il trionfo di una politica becera e riciclata, vuota di contenuti pratici e propalatrice di visioni del mondo retrive e nostalgiche. Nostalgiche proprio di quel mondo di sobrietà e di sacrificio ormai scomparso, idealizzato, adulterato per fini altri, e quindi travisato e tradito nel suo esatto contrario.

In quest’ottica, il nostro spazio sociale è fatto di vuoto, e non è cosa di oggi. La riduzione ad uno della realtà degli Abruzzi, fermo rimanendo che la reazione agli istinti e agli impulsi è, come abbiamo visto, la medesima per ampia porzione del volgo nazionale, si è sempre rivelata impresa ardua. Prova ne sia che, ancora nel 2019, il maggiore quotidiano regionale esce in edizioni diverse per provincia ed ambiti, e sino a poco tempo fa chiudeva foliazioni le più svariate a seconda dei circondari, circostanza che potrebbe ingenerare notevoli perplessità in chi potrebbe ritenere, da fuori, che la realtà di poco più di un milione di abitanti non necessiterebbe di simili distinguo, che alla fine si concretano nel trattare di una sagra delle cipolle in luogo di altra delle patate (massimo rispetto per le sagre, beninteso). Trattasi di una vecchia storia, quella della creazione di un’opinione pubblica regionale, con la quale cozzò persino il fascismo (che il suo giornale regionale, alla fine, lo fece compilare a Roma; e fatalmente non riuscì nell’intento) e che ancor oggi non si è formata; cosicché quei cittadini che De Rita descrive «dispersi fra colline e montagne» o caoticamente in riva al mare non si occupano del loro destino collettivo, non ne discutono, ciascun gruppo tribale ristretto nel suo perimetro urbano e periurbano, in difetto di quella che Leopardi due secoli fa definiva “società stretta”, e dove la sfera pubblica è «tutta di danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno» (sempre Leopardi); sul punto, le riflessioni di Silone sulla condotta morale alla quale i nostri avi improntavano la vita familiare, contrapposta alla falsità di quella richiesta fuori dalle mura di casa, nelle vie, suonano ancor oggi attualissime, e spiegano molte cose anche in linea politica. Anche la recente scomparsa dell’unico vero sito di informazione regionale, PrimaDaNoi.it – notevole esempio di giornalismo al quale l’imprenditoria tutta abruzzese ha negato per un decennio ogni pubblicità, anche quella elargita ad ogni angolo per improbabili rievocazioni della trebbiatura o del sentiero del brigante tal dei tali – è il rigurgito di questa chiusura nei nostri impossibili piccoli mondi antichi (mai realmente esistiti; almeno quelli narrati da diversi storici improvvisati).

Non stupisce quindi che l’esiziale vicenda della tutela dell’acquifero del Gran Sasso e delle questioni ad essa indissolubilmente legate (sicurezza, autostrade, Laboratori INFN) siano state anch’esse parcellizzate: il piano di sicurezza esterno dei Laboratori – creature, quest’ultime, di un’altra epoca, che alcuni politicanti continuano acriticamente ad incensare invece di chiedersi se la loro presenza in quel luogo sia ancora compatibile con le norme e con la tutela di matrici ambientali essenziali – riguarderebbe solo Assergi e Arischia (!), la fungibilità della condotta trapezia che conduce l’acqua pare sia solo una questione afferente le società acquedottistiche, il problema del toluene e del trimetilbenzene prerogativa di quei cittadini che hanno avuto la ventura di vederlo sgorgare dalle proprie fontane, qualche anno fa; e, quindi, che la sicurezza del traforo debba essere preoccupazione e appannaggio solo di chi giornalmente percorre quegli undici chilometri di terrificante tunnel, e prescinda da tutto il contesto. E così via. Sino ad arrivare ad un gruppo di questi o quei cittadini, abbarbicati intorno ad un casello, che fanno causa a Strada dei Parchi S.p.A. per dei centesimi del pedaggio. La somma di tante e simili istanze non dà e non persegue l’interesse collettivo: al contrario, lo dissipa. In difetto di una visione complessiva, cotanto calderone produrrà la confusione morale, e con essa la subornazione delle regole, con il docile transito alla condizione di regione canaglia; anche qui, la insulsa contestazione dell’Europa (senza la quale saremmo, sulle norme di tutela ambientale, all’anno zero) è assai eloquente. Accontentarsi di uno sconto straccione sul pedaggio – ammesso ci sia – sarà la massima espressione di analisi e di azione dei nostri politicanti, e tutto il resto non sarà considerato: la canea contro la Merkel, Soros, Juncker serve a questo.

Per resto intendiamo quello che pochi giorni fa Giovanni D’Amico, un politico di lungo corso, ha espresso in un intervento sul maggiore quotidiano regionale, chiedendosi se: «si potrà mai decidere inoltre di superare i localismi ed i particolarismi gestionali per i quali, solo per fare alcuni esempi, abbiamo quattro aziende sanitarie e sette per le politiche sociali, cinque aziende per l’edilizia pubblica, diverse decine di aziende e gestioni di acqua, rifiuti, energia. Si potrà finalmente ragionare, oltre i nostri ristretti confini, di forti livelli di cooperazione con le Regioni limitrofe e con le altre Regioni in Italia e in Europa […]». Discorsi sensati, che D’Amico va facendo da molti anni, e peccato che costui li intercali con altri interventi, quali quello che nei prossimi giorni farà ad Avezzano nelle vesti di presidente di Terrextra DMC Marsica, intitolato: “Sorpresi da noi stessi: non siamo un territorio qualsiasi” che immaginiamo riproponga altri stereotipi, tra i quali quello della nostra specialità. Faremo un grande passo avanti, anche sul versante del turismo, campo nel quale il folle dozzinale reclutamento appena deciso dalla Regione / di «webopinion leader – influencer e micro-influencer del web – desiderosi di partecipare alla narrazione collettiva della bellezza del territorio con le sue risorse naturali, culturali ed enogastronomiche» (così il maggiore quotidiano regionale l’altro giorno) / attesta un’arretratezza che non si colma in pochi anni, quando ci diremo finalmente la verità, ovvero che siamo un territorio normale, se proprio non vogliamo dirci qualsiasi; normali sin quasi, come paventa il D’Amico assennato, al limite della presa d’atto della «inconsistenza di una Regione denominata Abruzzo». Dopo tanti deliri autoreferenziati, lo stare bassi potrebbe farci bene, ma temiamo che il volume sia ormai troppo alto.

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Infine, da noi, Fontamara. Il difetto di visione è quello che abbiamo più volte contestato all’amministrazione comunale di Pescina; ma, certo, non può pretendersene più di tanta, se essa, come andiamo sostenendo, difetta in realtà molto più strutturate della regione e del Centro Italia, e risulta particolarmente carente nella Valle del Giovenco, ove amministratori di comuni che hanno perso ogni loro ragion d’essere (quali enti autonomi, beninteso; non certo come comunità), da almeno cento anni tengono ostaggio le popolazioni (ben contente di esserlo, e di essere esonerate dal dover agire conseguentemente, provvedendosi) in luogo di addivenire ad una sana condivisione di forze e di risorse.

Sono in partenza quei lavori del Masterplan su torre e antico centro pescinesi ai quali abbiamo attribuito, in passato, con fluviali scritti, una insufficiente attenzione alla città storica (ma non tutto si può pretendere; e si vedrà); e sono in corso i lavori per la realizzazione del centro di raccolta dei rifiuti, struttura che permetterà di chiudere un ciclo con maggiore attenzione per l’ambiente e per la cittadinanza. Ma la vera partita di questa fine di consiliatura municipale, che coincide con l’avvio di quella regionale, si giocherà sul destino del Serafino Rinaldi, e crediamo non saranno dei bei momenti, anche in ragione del nostro isolamento.

Da quelle riunioni di dozzine di sindaci amministratori di piccoli condominii della Valle del Giovenco che partoriscono un mare di chiacchiere insulse e pessime foto, ci attendiamo ben poco se non nulla. Il rimastichio gommoso del bolo di cose alle quali essi non credono, su trasporto, sanità e istruzione, cozzano grandemente con il loro operare quotidiano, che marcia in senso opposto a quello che necessiterebbe condurre. Siamo ancora fermi al “bisogna fare di un piccolo comune una missione” invece di prendere coscienza che solo una fusione di municipi, intenti e risorse potrà – forse – salvarci. Non serve il frate trappista appassionato di Sperone, occorrerebbe la Politica per scongiurare altre venti Sperone a breve. Ma la loro lungimiranza i sindaci della Valle del Giovenco, tranne lodevoli eccezioni, l’hanno già mostrata all’epoca del campus scolastico, e prima ancora sulla tutela del presidio ospedaliero di Pescina, e con la depurazione, e con il boicottaggio della Strategia delle Aree interne, ecc. ecc., ed è persino inutile prendersela con loro: sono fatti così, non profilati per le sfide del secolo corrente. Decadenza e gonfalone.

Tratto da: il martello del fucino 2019-4  SCARICA IL PDF

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