4 – Sismografie: la tendopoli di Collemaggio

Perché parlare di tendopoli a L’Aquila dopo due anni dal loro smantellamento? Uno studio di caso: Area di accoglienza “provvisoria” COLLEMAGGIO

di Rita Ciccaglione

Nelle modalità di azione della Protezione Civile per la gestione della fase di emergenza la tendopoli può essere intesa come un’istituzione totale. Essa è, infatti, un luogo in cui gruppi di persone risiedono e convivono per un significativo periodo di tempo. Inoltre, essa rispecchia le caratteristiche fondamentali di questo tipo di organizzazione: l’allontanamento ed esclusione dal resto della società dei soggetti, l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne, il controllo operato dall’alto sui soggetti membri.
Uno sguardo nel campo.

Lo spazio
L’analisi del modello organizzativo dello spazio è quella che più mette in evidenza gli elementi distintivi dell’istituzione totale. La tendopoli come conglomerato abitativo “provvisorio” si costituisce come spazio imposto, “agito” dall’alto che tende a protrarre uno status di precarietà.
L’area di accoglienza di Collemaggio viene allestita due giorni dopo la scossa, l’8 Aprile 2009, nel prato antistante l’omonima basilica, al limite del centro storico della città de L’Aquila e conseguentemente della zona rossa. A gestirla è la Croce Rossa Italiana, sezione Toscana, che sotto le direttive della Protezione Civile, e nella fattispecie del DI.COMA.C. , smantellerà progressivamente l’area fino all’ammainabandiera del 22 novembre 2009.
La tendopoli prende forma rispettando il perimetro ovale del prato, ma suddividendo istituzionalmente lo spazio in un frontstage e in un backstage, dunque in una dimensione pubblica e in una privata. Lo spazio collettivo è pensato all’inizio del campo, dove si svolgono le attività del potere istituzionalmente dato, quello civile e quello religioso. Qui, come in tutte le tendopoli, è collocato l’ingresso delimitato da una porta carraia con un piccolo gazebo, dove si controlla l’entrata e l’uscita tramite un meccanismo di identificazione che prevede la supervisione del tesserino per i residenti e l’iscrizione in un registro tramite documento di identità per i visitatori. Sul lato sinistro si trovano poi la tenda Segreteria e la tenda Cappella (dove è possibile partecipare alla messa quotidiana). A seguire i distributori del caffè, la piazzetta VVFF formatasi spontaneamente di fronte all’entrata della mensa e la casetta di legno dove esercitano a turno il proprio mestiere tre parrucchieri non residenti al campo. Qui si riproduce il luogo pubblico per eccellenza, la piazza con il bar, le attività commerciali e la chiesa. Nella piazzetta dei VVFF si riuniscono nel pomeriggio le signore di mezza età, le mamme, gli anziani del campo.
Entrando sul lato opposto, si incontra un’altra piazza, creata nella realizzazione del campo da parte della CRI e di fatto frequentata dai volontari. Accanto ad essa una casetta di legno: un piccolo bar (c’è una macchina per il caffè espresso) autogestito dai ragazzi della tendopoli. Sul lato destro della tendopoli si trova poi il Parco del Sole che mantiene la sua funzione tipica di spazio ricreativo e pubblico. È possibile per i non residenti accedere al Parco mediante la solita identificazione alla porta carraia. La parte del parco più prossima alla tendopoli viene occupata da una serie di strutture del centro di accoglienza: viene creato un orto in seguito al progetto “10 orti per 10 tendopoli”; si installa una tenda cinema donata dagli Universal Studios, che presto perde la sua funzione e viene trasformata in una sala per serate danzanti e riunioni.
Di fronte all’entrata, si trova il magazzino per i generi di prima necessità che verrà presto ribattezzato dagli abitanti della tendopoli come il “Negozietto”, uno dei luoghi autogestiti o cogestiti con la CRI. A seguire si trovano la tenda CRI e il magazzino per i generi alimentari. La seconda fila, invece, ospita la cucina e la mensa che è uno dei luoghi di aggregazione e di contatto con l’esterno: ospita durante il pranzo anche i Vigili del Fuoco e i vari addetti ai lavori operano verifiche e sopralluoghi nel centro storico. Essa sporge lateralmente sulla terza fila, qui si apre una piazzetta interna dove si trova il biliardino e attorno alla quale vengono ubicati una serie di luoghi pubblici che fanno riferimento ad attività legate alla CRI .
Infine si trovano, dalla quarta fila in poi, le tende per i residenti. Se ne possono contare 75, dovutamente numerate, da otto posti ciascuna per un totale di circa 600 posti letto. Collemaggio non sarà mai pieno, ospitando in media circa 400 persone. A parte la prima riga composta da un unico canale, le altre sono in realtà composte da due file di tende che si danno le spalle mentre l’entrata è rivolta su corridoi di passaggio. A questi i bambini danno un nome con cartelli segnaletici fatti con fogli di album da disegno.

Da ciò è possibile osservare che lo spazio prodotto dal modello dell’istituzione totale viene incorporato dalle persone rispetto alle funzioni assegnate ai luoghi, ma allo stesso tempo reinterpretato, secondo le esigenze dei residenti del campo. La piazzetta interna ideata come tale è sempre vuota, è frequentato solo il biliardino, tempo permettendo. Gli spazi da intendersi come piazza si producono da soli distinguendosi in maniera alternativa/oppositiva, suddividendosi quasi per fasce d’età. Al “Baretto” ci sono gli adolescenti, mentre nella piazzetta VVFF ci sono gli adulti. Altro elemento di reinterpretazione che gli attori danno dello spazio è quello di una ripartizione presente tra residenti e personale della Croce Rossa, in parte dato dal modello organizzativo imposto.
Le tende sono uno spazio semiprivato al loro esterno tra le file, privato al loro interno. Ma una tenda non ha stanze come una casa. Lo spazio vitale di una persona al suo interno si delimita attraverso la collocazione del letto. Si tratta di uno spazio personale perchè personalizzabile, in questo ci si può “appaesare” temporaneamente. Invece la casa è nelle rappresentazioni dei residenti di Collemaggio, a due, tre mesi dal sisma, un luogo intimo: simbolo della quotidianità e delle abitudini, espresse, più di ogni altra cosa, dagli oggetti che fanno la casa. L’acquisizione dello spazio passa attraverso l’occupazione di esso, per questo le tende vengono spesso riempite con oggetti che si sono recuperati nelle case inagibili, molti dei quali intesi come ricordi. In altri casi la precarietà del tempo si ripropone anche nell’organizzazione dello spazio individuale. La ricerca della continuità spaziale, che caratterizza la reinterpretazione del luogo-dato tendopoli, è in relazione con gli effetti del sisma sul territorio e sul patrimonio abitativo personale e collettivo, effetti che provocano e sono percepiti come una rottura. La metafora del bombardamento e della scena di guerra è la più utilizzata per descrivere tanto le case quanto l’intera città. Si manifesta, però, la necessità di una ricostituzione della continuità proprio attraverso il legame che si manifesta con lo spazio: la casa rimane sempre casa propria, il luogo in cui hai vissuto, la città è sempre la stessa, con lo stesso cielo, la stessa luce, gli stessi monti.

Il tempo
A ben guardare la continuità viene cercata in elementi o aspetti di lunga durata. Ciò dimostra che tale continuità deve riguardare il tempo, oltre che lo spazio. Ma se le forme di agency ritrovate finora nell’organizzazione dello spazio risultano evidenti, più difficilmente riscontrabili sono quelle rispetto al tempo. Infatti, sebbene sette mesi, cioè il periodo di permanenza presso le tendopoli, non siano da considerarsi un intervallo rappresentativo nella complessiva durata della vita di un individuo, si tratta di un momento del tutto particolare a livello psicologico ed emotivo improntato da uno status di precarietà protratta. Tale condizione, anche se prodotta dal terremoto in quanto frattura nello spazio e nel tempo, viene intensificata da una cultura dell’emergenza adottata dall’intera gestione del post-sisma aquilano.
Alcune attività che organizzano istituzionalmente il tempo a Collemaggio: la distribuzione dei pasti, innanzitutto. Essa offre per tutti i residenti del campo una scansione temporale alla giornata, produce una routine interna. Tuttavia, si tratta di “una routine che non ti appartiene, in ogni caso non è la tua vita”. Il tempo è percepito come lento, un tempo che scorre ma non passa. Esso può anche essere considerato pieno di piccolissime cose, ma in ogni caso vuoto nel suo trascorrere. Il tempo non ha senso, è percepito come infruttuoso. Si tratta di un tempo fermo sul presente, schiacciato sul qui e ora. “Si vive alla giornata”, è un tempo di continua e perenne attesa del futuro. Le aspettative si producono a lungo termine attraverso il prolungarsi della progettualità personale già esistente. Ciò che fa fatica a decollare è il futuro prossimo. Le prospettive per un futuro a breve termine sono bloccate da una specie di inconsapevolezza rispetto a ciò che è accaduto e sta accadendo. Ancora una volta si tratta di una perdita della continuità. L’emergenza si protrae, viene prolungata. Essa non è intesa solo come prima emergenza, ma durerà per tutto il tempo della ricostruzione. Si attua una dilatazione infinita tanto per la ricostruzione del Self individuale che per quella fisica delle case e della città.

Le relazioni
In queste condizioni si tenta di ricreare una continuità almeno nelle modalità di relazione. Collemaggio è una tendopoli che viene in parte “scelta” dai suoi abitanti: sono persone che hanno dormito nel piazzale già prima che montassero il campo, sono persone che nei primi giorni si sono auto-organizzate e poi cercando una tendopoli hanno scelto Collemaggio; oppure sono persone che prima erano negli alberghi sulla costa o persone provenienti da altri campi. Non essendo il campo stracolmo, a Collemaggio è infatti possibile accogliere nuove persone. Nell’autorappresentazione offerta dai residenti il campo viene descritto come una tendopoli vivibile, ma non come un idillio o un’isola felice. Emerge una socialità primaria fatta di rapporti di vicinato, di rapporti faccia a faccia e informali.
“Abbiamo già litigato con un po’ di gente, stiamo diventando amici”. Le vecchiette comprano le sigarette ai ragazzetti tecnoravers, ma imprecano contro la loro musica assordante. Si litiga per la fila a mensa, per i bagni sporchi. Ci si lamenta per i ragazzi che giocano con il biliardino dietro la tua tenda mentre cerchi di riposare ma sono gli stessi ragazzi a cui facevi scuola qualche mese prima.
Dall’esperienza diretta di chi ha cambiato campo Collemaggio è raccontato come un luogo di maggiore cordialità, come dimostra la possibilità di far mangiare persone esterne il che significa poter invitare a pranzo qualcuno che non vedi da un po’. C’è una maggiore libertà di movimento, non c’è fiscalismo negli orari di entrata e di uscita. Non viene percepito come spazio militarizzato a differenza di molte altre tendopoli aquilane. Tuttavia, la presenza delle forze dell’ordine all’entrata e all’interno del campo, anche nel Parco del Sole, è costante. Essa viene motivata dal verificarsi di piccoli furti, ma è avvertita da alcuni anche come una limitazione del proprio spazio di azione a livello psicologico.
Nei mesi di permanenza al campo parte dei residenti sviluppano un rapporto partecipativo con i volontari e di collaborazione nella gestione del campo: si autogestiscono alcuni spazi, si dà una mano con i turni per le pulizie, si organizzano corsi parascolastici per i ragazzi e attività ricreative per i residenti. Ogni progetto ideato spontaneamente deve essere però presentato al COM tramite la segreteria del campo per ricevere l’autorizzazione prima di essere attuato. I motivi che spingono i residenti alla collaborazione sono personali e di diversa natura. C’è un senso di reciprocità: “bisogna aiutare chi ci aiuta”, ma anche una volontà di autonomia: “Quando andranno via loro come faremo?”. Dopo qualche mese un uomo che fa da mediatore tra CRI e residenti viene simpaticamente soprannominato “Ju sindaco”. Ma molti tra i residenti manifestano un’assuefazione all’assistenzialismo. Tra volontari e una parte dei residenti si creano pure rapporti di amicizia e cameratismo che sfociano nel corso dei mesi in cene a base di arrosticini e feste di vario genere. I volontari hanno turnazioni di 10 giorni, ma molti di loro tornano e sommano più turni.
All’interno del campo nascono tre comitati spesso per iniziativa individuale; l’unico a spinta collettiva fuoriesce dagli spazi della tendopoli proprio nel tentativo di creare luoghi alternativi a quelli istituzionalmente dati. Nel campo viene anche girato un film “Into the blue” da un gruppo di ragazzi tra residenti e non, che narra la vita in tendopoli.
Dalla tendopoli alla comunità?
Le varie forme di reinterpretazione e riorganizzazione dello spazio, del tempo e delle relazioni finora riscontrate possono essere affrontate attraverso la categoria analitica della resilienza. In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità. Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. Applicato a un’intera comunità, anziché a un singolo individuo, il concetto di resilienza si sta affermando nell’analisi dei contesti sociali successivi a gravi catastrofi di tipo naturale o dovute all’azione, quali ad esempio attentati terroristici, rivoluzioni o guerre. Vi sono di fatto processi economici e sociali che in conseguenza del trauma costituito da una catastrofe cessano di svilupparsi restando in una continua instabilità, e a volte addirittura collassano estinguendosi. In altri casi, al contrario, sopravvivono e anzi proprio in conseguenza del trauma trovano la forza e le risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione. Tutto ciò ha chiaramente molto a che fare con il concetto di cittadinanza.
Vorrei a questo punto rispondere alla domanda che precede questo ragionamento cercando di individuare il rapporto esistente tra l’istituzione totale come modalità di organizzazione dello spazio, del tempo e conseguentemente delle relazioni di una collettività e la capacità di quest’ultima di riprendere in mano il proprio destino e di ricostruirsi. A Collemaggio le esperienze resilienti sono individuali, possono riguardare gruppi, ma comunque le motivazioni che spingono a certi tipi di attività sono personali. Collemaggio non è una comunità. Si cerca di ricostruire il proprio futuro personale dando senso al presente, in questo caso non è possibile pensare al collettivo poiché provvisorio. Non è possibile pensare al futuro della città poiché si produce un senso del tempo infinitamente precario. Collemaggio non è una comunità, se non provvisoria. A settembre, quando si sparge la voce che presto le tendopoli saranno smantellate nasce l’idea di proporre delle casette in legno da ubicare nel Parco del Sole dove sarebbero potuti rimanere i residenti del campo di Collemaggio. Ma è solo un’idea, e appoggiata da pochi. Quando iniziano le prime assegnazioni delle C.A.S.E. e in tendopoli rimangono persone che ancora non sanno dove andare, si inizia a vociferare sul “perché a lui sì e a me no”. Se nel recuperare la continuità del tessuto sociale nello spazio e nel tempo i fattori identitari, la coesione sociale e la comunità di intenti e di valori costituiscono i fondamenti essenziali delle comunità resilienti è chiaro che ciò viene a mancare.
Ritorno per un attimo al concetto di istituzione totale per cercare di rispondere definitivamente al quesito iniziale. In questo tipo di organizzazioni formali esistono zone di vulnerabilità all’istituzione in cui è possibile per gli individui esercitare la propria agency sviluppando adattamenti secondari a ciò che l’istituzione impone. Questo tipo di adattamenti non è però un semplice meccanismo di difesa, ma piuttosto un elemento costitutivo del Self. “Troviamo sempre che l’individuo usa mezzi per mantenere una certa distanza, uno spazio da aprirsi a gomitate fra sé e ciò in cui gli altri tendono a identificarlo. (…) Il senso della nostra identità personale può risultare dall’uscire da una più vasta unità sociale, può risiedere dunque nelle piccole tecniche con le quali resistiamo alla pressione” . È dunque nel rapporto reciproco tra agency e incorporazione, e al suo interno tra individuale e istituzionale-collettivo, che si può produrre resilienza. L’istituzione totale in quanto modello mette in moto meccanismi che non permettono la coesione interna al livello collettivo poiché è la stessa istituzione che regola se stessa. Le pretese organizzative risultano consone; per questo se si crea coesione collettiva è incorporando i meccanismi istituzionalizzati, come nei rapporti tra i residenti e tra residenti e volontari. L’istituzione totale come modello di gestione per l’emergenza post- catastrofe crea la cultura dell’emergenza. Essa permette forme di resilienza individuale per il modo in cui lo stesso Self tende a prodursi, ma inibisce forme di resilienza collettiva perché protrae la condizione di instabilità continua rispetto all’esterno. Si può parlare di tendopoli a due anni dal loro smantellamento perché bisogna chiedersi se tale modello di gestione della prima emergenza non abbia condizionato gli Aquilani nell’esercizio della propria cittadinanza e se la “città” non sia stata annullata grazie all’organizzazione delle tendopoli e di un progetto C.A.S.E. che almeno a livello ideativo mantiene le stesse caratteristiche.

[edito nel 2012 da Edizioni Effigi in Sismografie a cura di F. Carnelli, O. Paris e F. Tommasi]

Gli altri articoli:

1- Rita Ciccaglione – Antropologia dei disastri. L’abitare in tendopoli e la rappresentazione del sisma

2 – MIRANDOLA POST-SISMA: COSA RISCHIA IL CENTRO STORICO

3 – PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA E RISPOSTE CULTURALI A MIRANDOLA

4 – Sismografie: la tendopoli di Collemaggio

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